Il Tirreno

Livorno

Da suora a badante: negato il permesso di soggiorno per lavoro

di Federico Lazzotti
Da suora a badante: negato il permesso di soggiorno per lavoro

Livorno, la donna ha lasciato la Chiesa dopo vent’anni e ora ha cambiato vita. Il Tar ha ribaltato la decisione della questura: «Non è stato opportunismo»

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LIVORNO . Per vent’anni suor Beena Jose ha vissuto nella e per la fede cristiana. Arrivata dall’India a metà anni Novanta, è entrata nell’istituto delle “Piccole apostole della redenzione” occupandosi di orfani, disabili e poveri. Due anni fa la crisi, l’addio alla vita monastica e la scelta trasferirsi a Livorno dove nel frattempo le era stato offerto un posto da badante con contratto a tempo indeterminato, con annessi contributi e tasse versate allo stato italiano. Il diavolo, però, ci ha messo lo zampino quando la donna, che oggi ha 47 anni, alla fine del 2016 ha presentato all’ufficio della questura di Livorno la richiesta di conversione del permesso di soggiorno per motivi religiosi, in quello per lavoro subordinato, specificando nella domanda che in tutto questo tempo trascorso lontano dal Paese di origini «era venuto meno ogni legame con la famiglia».

Risultato: richiesta rifiuta e rischio di dover tornare in India perché in Italia rischiava di diventare un’immigrata clandestina. Il motivo della decisione, ancora oggi che sono passati mesi, fa strabuzzare gli occhi all’avvocata della donna. «L’ipotesi – spiega Erika Vivaldi – è che si sia fatta suora per ingannare il sistema. Roba da non credere – aggiunge – anche perché, è bene ricordarlo: non è stata in quell’istituto per alcuni giorni, ma per vent’anni. Possibile che una suora abbia architettato un piano simile?».

È su questi presupposti che l’avvocata livornese, insieme alla collega Patrizia Susini, si è rivolta al tribunale amministrativo di Firenze impugnando la decisione della Questura. «Per fortuna – va avanti l’avvocata – il Tar ha subito sospeso la decisione nel maggio scorso». Il 21 settembre il collegio della seconda sezione presieduto dal giudice Saverio Romano è entrato nel merito della questione. «All’udienza – ricorda l’avvocata – abbiamo fatto testimoniare anche l’attuale datore di lavoro per far capire come la nostra assistita non sia una furbacchiona ma una donna che fa bene il proprio lavoro».

A livello giuridico, però, lo scoglio maggiore da superare aveva la forma di una circolare del consiglio di stato che fa notare come nella conversione sia necessario tenere conto della «quota lavoro». «Ma si tratta appunto di una circolare e non di una sentenza», fanno notare i legali. Un’interpretazione che nel dispositivo è stata abbracciata dai giudici.  «La ricorrente – scrivono accogliendo la richiesta di permesso di soggiorno – vive in Italia da oltre venti anni (circostanza non smentita né ritenuta di alcun rilievo dalla resistente Amministrazione), durante i quali ha mantenuto i voti e stabile residenza nell’Istituto religioso nel quale originariamente era stata accolta; perduta la vocazione religiosa, si è stabilmente inserita in un contesto familiare nel quale esercita la mansione di “badante” in forza di un contratto di lavoro a tempo indeterminato per venti ore settimanali; atteso il lungo tempo ininterrottamente trascorso in Italia è venuto meno ogni legame con il Paese d’origine».

Pertanto – aggiungono – «appare anche difficile sostenere che l’ingresso in Italia con un permesso di soggiorno per motivi religiosi possa essere stato determinato da motivi opportunistici, trattandosi di richiesta di conversione che è stata presentata dopo notevole periodo di tempo dall’ingresso in Italia e quando avrebbe già maturato i requisiti per il rilascio di un permesso di soggiorno di lungo periodo». Inoltre si tratta «di una persona che è ormai fortemente integrata». Poco importa se come suora o come badante, visto che Beena sta continuando a fare del bene.

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