La protesta
Bitcoin, servono più regole ma non demonizziamolo
L’intervento del presidente del Banco di Lucca e del Tirreno
Le esortazioni che ciascuno di noi riceve a divenire milionari investendo in bitcoin si fanno sempre più frequenti e pressanti, tanto che, forse, val la pena di guardare il fenomeno più da vicino. Il bitcoin è la prima delle cosiddette criptomonete, che si basano sul sistema informatico detto block-chain. In parole semplici il block-chain, utilizzando il sistema di crittografia che sta alla base della firma digitale, costituisce una sorta di libro contabile diffuso, scritto cioè in contemporanea, su una serie di computer sparsi per il mondo, sì che per alterare una transazione registrata occorrerebbe intervenire su un numero imprecisato di computers, con una potenza di calcolo inimmaginabile e, oggi, forse, indisponibile.
Il bitcoin, come le altre criptomonete, altro non è che un’applicazione di questa tecnica, per cui due soggetti contraenti, anziché utilizzare una moneta statuale o una commodity o un metallo prezioso, per liquidare le loro transazioni, utilizzano questa convenzionale unità di misura che viene appunto registrata con tecnica di block-chain.Se questo è il dato tecnico, ripeto estremamente semplificato, non è semplice comprendere perché questa unità di misura sia soggetta a queste enormi oscillazioni, quasi tutte in positivo. A prima vista gli enormi guadagni di cui si narra farebbero pensare alla truffa che i giuristi classici chiamavano à boule de neige, che noi preferivamo chiamare catena di Sant’Antonio e gli americani - dal nome dell’emigrante romagnolo che ne organizzò una, gigantesca, all’inizio del ’900 - definiscono schema Ponzi ma forse oggi dovrebbe chiamarsi Madoff scheme visto che l’allievo ha superato di gran lunga il maestro. Il primo esempio di questa banale ma efficacissima truffa lo si deve allo scozzese John Law che agli inizi del diciottesimo secolo emise in Francia una carta moneta totalmente priva di garanzie che crollò miseramente trascinando nella caduta migliaia di creduli investitori.
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La truffa consiste nel pagare altissimi interessi ai primi investitori utilizzando i depositi di capitale iniziale dei nuovi investitori, attratti dal miraggio di tali interessi, finché l’inesorabile legge della progressione geometrica non mette fine alla possibilità di reperire ulteriori investitori con i capitali dei quali continuare a remunerare i precedenti investitori. Tornando al bitcoin , perciò, se esso è una mera unità di misura degli scambi, riesce difficile capire perché debba crescere vertiginosamente di valore, ché anzi, dovrebbe avere il pregio, per essere svincolata dalle volatili sorti delle economie nazionali, di rimanere assolutamente stabile.I commenti a questa anomalia si sono moltiplicati, con la creazione di due schiarimenti contrapposti e convinti, magnificando gli uni lo strumento finalmente svincolato dal controllo di una banca centrale e quindi strumento neutro che permette l’arricchimento degli investitori senza provvigioni bancarie, convinti gli altri che si tratti di una bolla speculativa truffaldina destinata a scoppiare presto o tardi.
Fra i molti di questa seconda opinione, non può omettersi la citazione di Jamie Dimon CEO di J.P.Morgan il quale si è dichiarato pronto a licenziare i suoi dipendenti che facessero trading di questa che, secondo lui, è una vera e propria truffa. In effetti qualche riflessione pessimistica è indotta da diversi fattori: a) a fronte di tutti questi mirabolanti guadagni, chi sono i perdenti? b) stranamente la stragrande maggioranza delle transazioni in criptovalute avviene in Cina ed in Corea, consentendo di aggirare anonimamente il divieto di esportazione di valuta; c) notevole che gran parte dei truffatori on line - quali quelli che chiedono un riscatto per sbloccarvi il computer che vi hanno infettato - esiga pagamenti in bitcoin, indubbiamente valuta ideale per i malfattori.Sollevati questi dubbi, tuttavia, non può negarsi che lo strumento, al di là di ogni utilizzo illecito che possa farsene, può avere indubbi pregi di snellezza e libertà di commercio. Non bisogna mai dimenticare, però, che libertà senza regole, senza leggi, si traduce in arbitrio, in prepotenza del più forte sul più debole.
Ben vengano quindi le iniziative statuali e comunitarie di introduzione regolamentata di criptovalute (ma non sarebbe meglio evitare questo termine che suggerisce sette iniziatiche segrete e chiamarla più semplicemente valuta elettronica?). Questo l’auspicio lucidamente espresso da Paolo Savona (Milano Finanza 7 ottobre), ma soprattutto, così come annunziato dalla nazione più informaticamente avanzata del nostro continente, l’Estonia che pianifica di introdurre la propria moneta Estcoin, affiancata dalle aperture della Presidente del FMI, Christine Lagarde e del Presidente della Commissione UE, Junker.
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