Toscana
Spil, c’è un’istanza di fallimento per la società controllata dal Comune
di Mauro Zucchelli
LIvorno, multinazionale deve avere 500mila euro ma la realtà livornese non ha più i soldi per pagare
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LIVORNO. Saranno cent’anni che l’ottobrata non era così mite eppure ci sono due pezzetti del porto in cui si sente un libeccio che minaccia di esser più diaccio d’una bora: l’uno è la sede di Spil in via Calafati, a un tiro di sasso dall’Andana degli Anelli nel cuore del Porto Mediceo; l’altro è l’area di Paduletta, alle spalle della Sponda Est della Darsena Toscana, fra il varco Galvani e la Fi-Pi-Li che in sopraelevata entra in porto. Accomunate nel destino dal fatto che la prima (Spil) sta cedendo le chiavi della seconda (Paduletta) tramite un bando che mette in vendita l’80% di una “Spil 2” alla quale ha passato in dote quegli 81mila metri quadri che, in affitto fino al 2028 alla Cilp (in mano per metà alla Compagnia portuale e il resto all’alleanza Neri-Negri), con i 18mila mq di capannoni sono considerati “zolle d’oro”.
E il libeccio, anzi la bora, da dove soffia? Da un tris di vicende che, per un motivo o per l’altro, sono finite davanti a un giudice. A cominciare dall’istanza di fallimento presentata da Magna Closures, multinazionale canadese dell’Ontario, gigante da 36, 4 miliardi di dollari di fatturato nell’indotto auto, che si è insediata all’ex Cmf di Guasticce in una reindustrializzazione da manuale guidata da Spil negli anni d’oro. Tutto nasce da una sentenza del tribunale di Bologna che, decidendo su un contenzioso fra Magna e Spil, nel 2010 ha dato torto alla società controllata dal Comune di Livorno condannandola a pagare una penale di 516mila euro più le spese: condanna confermata in appello nel gennaio dello scorso anno. Le parti hanno raggiunto un accordo per chiudere la controversia con il versamento di mezzo milione in 36 rate da parte di Spil a Magna, salvo lasciare alla multinazionale il diritto a pretendere al pagamento della somma rimasta qualora la Spil avesse saltato anche una sola scadenza.
Per nove mesi è filato tutto liscio, giusto fino al Natale scorso. Poi lo stop ai pagamenti: nell’istanza presentata dalla società della fabbrica di Guasticce si riferisce che è stata la Spil stessa a confermarlo in una comunicazione alla controparte, segnalando che il 19 gennaio 2017 era stata presentata domanda di concordato (con il relativo “ombrello” di fronte a eventuali attacchi di creditori). Però il 13 settembre il tribunale dichiara inammissibile la richiesta di concordato dopo che la parte debitrice, cioè Spil, ha rinunciato: due giorni più tardi i legali di Magna inviano la diffida e, prima della fine del mese, presentano l’istanza di fallimento. Già fissata l’udienza: le parti compariranno l’8 novembre davanti al giudice delegato Gianmarco Marinari. Come ha detto in consiglio comunale, però per l’assessora Valentina Montanelli non è realistica la possibilità che la società possa essere dichiarata fallita mentre ha in aggiudicazione un bando da 15 milioni di euro.
Questa è l’ultima delle stazioni della via crucis che attende da qui alle prossime settimane la Spil. Ma prima di arrivarci dovrà vedersela con l’iniziativa della Camera di Commercio, che da anni vuol uscire dalla Spil (dove ha una quota del 6,5%): vuole da Spil i soldi esercitando il diritto di recesso. Difficile vederselo riconoscere, ma la società controllata dal Comune ha cambiato statuto e governance. Quanto basta per dare all’ente camerale il destro per rivolgersi al “tribunale delle imprese”.
Potrebbe essere questa la traccia seguita dalle opposizioni quando in consiglio hanno chiesto all’assessore di fare chiarezza su un «eventuale richiesta di sequestro conservativo» relativa a beni di Spil, principalmente Paduletta.
Prima ancora c’è l’udienza al Tar in agenda per oggi. In questo caso stiamo parlando del braccio di ferro che vede in campo, da un lato, la Cilp e, dall’altro, Comune e Spil: in gioco è l’accesso ad alcuni documenti che Cilp sostiene di vedersi ingiustamente negare.
E il libeccio, anzi la bora, da dove soffia? Da un tris di vicende che, per un motivo o per l’altro, sono finite davanti a un giudice. A cominciare dall’istanza di fallimento presentata da Magna Closures, multinazionale canadese dell’Ontario, gigante da 36, 4 miliardi di dollari di fatturato nell’indotto auto, che si è insediata all’ex Cmf di Guasticce in una reindustrializzazione da manuale guidata da Spil negli anni d’oro. Tutto nasce da una sentenza del tribunale di Bologna che, decidendo su un contenzioso fra Magna e Spil, nel 2010 ha dato torto alla società controllata dal Comune di Livorno condannandola a pagare una penale di 516mila euro più le spese: condanna confermata in appello nel gennaio dello scorso anno. Le parti hanno raggiunto un accordo per chiudere la controversia con il versamento di mezzo milione in 36 rate da parte di Spil a Magna, salvo lasciare alla multinazionale il diritto a pretendere al pagamento della somma rimasta qualora la Spil avesse saltato anche una sola scadenza.
Per nove mesi è filato tutto liscio, giusto fino al Natale scorso. Poi lo stop ai pagamenti: nell’istanza presentata dalla società della fabbrica di Guasticce si riferisce che è stata la Spil stessa a confermarlo in una comunicazione alla controparte, segnalando che il 19 gennaio 2017 era stata presentata domanda di concordato (con il relativo “ombrello” di fronte a eventuali attacchi di creditori). Però il 13 settembre il tribunale dichiara inammissibile la richiesta di concordato dopo che la parte debitrice, cioè Spil, ha rinunciato: due giorni più tardi i legali di Magna inviano la diffida e, prima della fine del mese, presentano l’istanza di fallimento. Già fissata l’udienza: le parti compariranno l’8 novembre davanti al giudice delegato Gianmarco Marinari. Come ha detto in consiglio comunale, però per l’assessora Valentina Montanelli non è realistica la possibilità che la società possa essere dichiarata fallita mentre ha in aggiudicazione un bando da 15 milioni di euro.
Questa è l’ultima delle stazioni della via crucis che attende da qui alle prossime settimane la Spil. Ma prima di arrivarci dovrà vedersela con l’iniziativa della Camera di Commercio, che da anni vuol uscire dalla Spil (dove ha una quota del 6,5%): vuole da Spil i soldi esercitando il diritto di recesso. Difficile vederselo riconoscere, ma la società controllata dal Comune ha cambiato statuto e governance. Quanto basta per dare all’ente camerale il destro per rivolgersi al “tribunale delle imprese”.
Potrebbe essere questa la traccia seguita dalle opposizioni quando in consiglio hanno chiesto all’assessore di fare chiarezza su un «eventuale richiesta di sequestro conservativo» relativa a beni di Spil, principalmente Paduletta.
Prima ancora c’è l’udienza al Tar in agenda per oggi. In questo caso stiamo parlando del braccio di ferro che vede in campo, da un lato, la Cilp e, dall’altro, Comune e Spil: in gioco è l’accesso ad alcuni documenti che Cilp sostiene di vedersi ingiustamente negare.
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