Gioco
«Finite le crisi bancarie: piena l’operatività Acquisito o nazionalizzato chi annaspava»
Antonio Patuelli ospite a Pisa: «Del passato sono i magistrati che se ne occupano e dall’altro la commissione parlamentare d’inchiesta sulle crisi bancarie. Penso sia necessario fare piena luce, attribuire le responsabilità a chi le ha avute, ma anche diradare il polverone per girare pagina e guardare avanti»
PISA. «Bisogna guardare all’oggi e al domani. Del passato sono da un lato i magistrati che se ne occupano e dall’altro la commissione parlamentare d’inchiesta sulle crisi bancarie, che disporranno oltretutto di documenti finora secretati al grande pubblico e vedremo che cosa sentenzieranno. Penso sia necessario fare piena luce, attribuire le responsabilità a chi le ha avute, ma anche diradare il polverone per girare pagina e guardare avanti».
A indicare la prospettiva è Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi). Ospite a Pisa della Fondazione Ugo La Malfa e del Dipartimento di Economia per il convegno “La regolamentazione bancaria tra Autorità nazionali ed europee”. «Anche in Toscana non bisogna scambiare ieri per oggi e domani . Le crisi bancarie - sostiene - non sussistono più. Le banche che avevano avuto difficoltà o sono in via di nazionalizzazione, come Mps, o sono state acquisite da altri gruppi bancari nazionali. L’operatività rispetto alle imprese e le famiglie è più che piena».
La trasparenza sulle crisi bancarie resta una premessa necessaria a un maggiore clima di fiducia. In Toscana tra gli effetti delle crisi c’è lo spostamento dei centri decisionali al di fuori dei suoi confini. Quanto è determinante per l’economia regionale?
«Una parte della risposta la daranno gli storici bancari tra 20 e più anni. Le regole di funzionamento delle banche sono largamente identiche in tutta Europa, con differenze assai limitate. Non vedo logiche bancarie connesse alle dimensioni delle regioni, che sono un fattore amministrativo pubblico. I confini nelle attività economiche non ci sono».
Il panorama toscano del credito per effetto di aggregazioni e fusioni sta cambiando. Dobbiamo aspettarci altre operazioni?
«Nel 2018 i gruppi bancari e le banche indipendenti in Italia diverranno poco più di 100. Luigi Einaudi, il rifondatore della Banca d’Italia nel post fascismo, diceva che non esiste un numero ottimale per le banche e che è il mercato che seleziona le capacità di chi le amministra».
Le trasformazioni in atto, indotte anche da politiche di riduzione dei costi operativi delle banche, determinano la chiusura di decine di filiali.
«Ognuna ha il proprio piano industriale e ogni filiale viene valutata da ciascuna banca per la redditività. I rami secchi sono stati tagliati in questi ultimi anni ed è difficile trovare filiali in passivo che non abbiano la prospettiva di tornare in attivo. Vi sono state tante chiusure ma anche tante aperture di strutture territoriali bancarie con un nome diverso, chiamiamoli uffici finanziari, dove si svolgono non tutte ma quasi tutte le operazioni salvo quelle di cassa. È una realtà che non va trascurata, nel senso che la capillarità delle reti bancarie sussiste. Bisogna guardare alla totalità delle strutture fisiche territoriali variamente denominate che si assommano a quelle immateriali perché le banche, chi più chi meno, hanno fortemente innovato nella immaterialità delle nuovissime tecnologie. Non c’è un mondo bancario ripiegato su di sé: è un mondo che si è riorganizzato e si presenta in termini molto competitivi al mercato non solo domestico».
Sconta un pregiudizio il sistema bancario?
«Il Paese non so quanto avverta la rivoluzione bancaria effettuata in questi ultimi anni. Si è parlato molto delle crisi bancarie ma bisognerebbe guardare con non meno attenzione al complesso delle banche, molto più numerose, che hanno affrontato e risolto le conseguenze di una grave crisi e offrono oggi al mercato prodotti finanziari per chi deve sottoscrivere mutui o chiedere prestiti a tassi incredibilmente bassi. È il dato storico da sottolineare, non sarà eterno questo livello infimo dei tassi».
Eppure la prudenza resta l’atteggiamento prevalente: crescono i depositi, mentre la raccolta a medio e lungo termine fa fatica.
«Il risparmio aumenta costantemente in liquidità in attesa di cogliere occasioni. Della raccolta medio lunga le banche non ne hanno in questa fase il massimo del bisogno, perché usufruiscono anche delle iniezioni di liquidità della Bce. In questo momento la competizione è soprattutto sull’offerta di prestiti. Le banche rincorrono soprattutto le famiglie e le imprese, per offrire mutui e prestiti nelle diverse forme, a tassi quanto mai bassi».
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