Il Tirreno

Livorno

L’inchiesta alle prese con 5 rebus

L’inchiesta alle prese con 5 rebus

Nel mirino la protezione civile divisa in due, il piano congelato, la app, le “casse” e le distanze dagli argini

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LIVORNO. Le indagini su eventuali responsabilità per i danni causati dall'alluvione stanno scandagliando l’orizzonte per indirizzare poi l’inchiesta: da un lato, c’è da fissare lo sguardo su quel che è accaduto la notte dell'apocalisse di fango o successivamente nella gestione dell'emergenza; dall’altro, occorre puntare i riflettori anche all’indietro nel tempo per capire fatti, scelte e vicende che si sono verificati in un passato più o meno recente.

Gli inquirenti hanno sentito l’attuale responsabile della Protezione civile (il comandante dei vigili urbani Riccardo Pucciarelli) e il suo predecessore (il geologo Leonardo Gonnelli) così come il geometra Luca Soriani, che quella notte era in prima linea di fronte all’alluvione. E non è escluso che la lista possa allungarsi.

Nel frattempo risulta che siano stati acquisiti atti di pianificazione, mappe di vulneabilità idrogeologica e delibere come quella relativa all’aggiornamento del piano di protezione civile.

Quest’ultimo è uno dei rebus che sta cercando di risolvere chi indaga: l’identikit del piano di protezione civile e i motivi per i quali è rimasta per strada l’approvazione definitiva in consiglio comunale.

Ma c’è anche un secondo tassello del puzzle sotto la lente: la nuova macrostruttura della macchina amministrativa di Palazzo Civico – varata appena 32 giorni prima dell’alluvione – ha diviso in due la protezione civile separandone la parte operativa dalla difesa del suolo, l’una è stata affidata ai vertici dei vigili urbani e l’altra al responsabile del settore ambiente tagliando fuori del tutto il dirigente che ne aveva avuto per più di dieci anni. È l’aspetto che i sindacati Cgil Cisl Uil del Comune hanno aspramente contestato.

Il terzo elemento è il caso della app avvisa-alluvioni: è risultato che il funzionario della protezione civile aveva girato al sindaco le credenziali ma Nogarin non l’aveva scaricata.

Lo sguardo degli inquirenti va anche più in là: i sopralluoghi dei tecnici si sono occupati delle casse di espansione che, assorbendo l’onda di piena, avrebbero dovuto smorzarla. Si tratta di progetti di privati realizzati in convenzione da privati con l’ok del Comune e i pareri di enti come il Genio Civile. Erano grandi abbastanza? Abbastanza per contenere la furia delle acque, no: lo si è visto. Ma “abbastanza” per quanto previsto dalle norme?

L’indagine è alle prese con un quinto aspetto: riguarda invece il fatto se quelle case potevano stare lì. E qui c’è da infilarsi nel sovrapporsi temporale di regole e criteri: ad esempio, dopo il 1904 e prima del ’95 l’edificazione dev’essere distante almeno dieci metri dal corso d’acqua. Dal ’95 una delibera regionale pensa ai fiumi larghi più di dieci metri e prevede che alla distanza standard già prevista si aggiunga la larghezza del fiume. Non basta: nel 2001 entrano in scena le carte di pericolosità, il rischio idraulico cambia veste.

Ma, per dirne una, c’è da chiedersi: da dove si misurano queste benedette distanze? Bisogna contare dall’esterno dell’argine. E se il corso d’acqua è talmente minimo che l’artgine non c’è? Gli interrogativi si rincorrono, e l’indagine è solo all’inizio.

Mauro Zucchelli

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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