Toscana
Quando gli italiani preferivano Morandi
Erano già star, ma negli anni '60 pochi capirono Jagger & C.
Quando i Rolling Stones arrivarono per la prima volta in Italia, nella primavera del 1967, non c’erano ancora avvertibili tensioni politiche legate ai fenomeni musicali e i loro concerti italiani si svolsero senza particolari intoppi. In occasione del concerto di apertura, a Bologna, il presentatore Silvio Noto si limitò ad avvertire i giovani spettatori che il complesso inglese non sarebbe salito sul palco se il pubblico non si fosse seduto. “La comparsa del quintetto ha attratto, puntualissimi, studenti in maggior parte e, fra loro, schiere compatte di pittoreschi capelloni – scriveva il “Corriere della sera”, il 6 aprile 1967, riferendosi al concerto bolognese – e di ragazze adeguate alla moda dei compagni zazzeruti. Gli applausi sono esplosi a non finire.
L’ampio spazio del Palazzo dello sport, forse a causa dell’ora pomeridiana, presentava ampi vuoti”. Il tono sarcastico, neppure troppo velato, di queste espressioni si induriva quando i riferimenti si concentravano sui compensi degli Stones che venivano definiti “tutt’altro che disprezzabili” e per molti versi eccessivi visti i risultati in termini di pubblico: 10 milioni di lire al giorno venivano ritenuti, dalle testate italiche, una cifra non proporzionata alla reale fama del gruppo. Particolarmente caotico fu lo svolgimento delle date greche e polacche. In una Atene incendiata da un quadro politico incandescente che avrebbe condotto da lì a pochi giorni al colpo di Stato militare, gli Stones furono accolti da migliaia di fan, che forse spaventarono i militari e li convinsero ad anticipare il golpe. Il caso del tour in Polonia, poi, ebbe davvero un grande rilievo politico. Le autorità polacche avevano invitato la band di Jagger per presentare all’opinione pubblica mondiale l’immagine di un paese aperto alle nuove suggestioni culturali che portava nei propri “palazzi” le migliori espressioni della musica più popolare del momento.
Il dato comune alle narrazioni giornalistiche italiane di quei giorni era costituito invece non da pulsioni politiche ma dalla forte impressione originata dall’età assai giovane del pubblico dei concerti, animati da ragazzini e ragazzine che non era neppure ben chiaro dove avessero ascoltato la musica degli Stones. Il grande pubblico invece restava distante; non è un caso che ebbe maggior seguito di molti pezzi dei Beatles e dei Rolling Stones, il pezzo scritto da Franco Migliacci e Mauro Lusini, “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”, presentato da Gianni Morandi al Festival delle rose del 1966 e destinato a restare primo in classifica in Italia per due settimane nel 1967. L’esibizione degli Stones non trovava spazio neppure nelle “fanzine” del movimentismo giovanile a cominciare da “Mondo Beat”, stampato a Milano, che in quei mesi aveva scatenato una dura critica nei confronti del perbenismo “borghese”.
Le ragioni di una simile peculiarità delle reazioni italiane possono essere molteplici ma due sembrano le più evidenti. La prima è rappresentata dal difficile rapporto fra musica e politica, tipico della storia italiana, per cui la politicizzazione dei fenomeni musicali si è scontrata con censure ideologiche da un lato e con un profondo disinteresse dall’altro. La forza della musica “nazionale” costituiva il secondo motivo di scarsa attenzione versi i risvolti “rivoluzionari” dei pezzi degli Stones, ascoltati da orecchie allenate a melodie ballabili, che nel ballo e nel puro svago magari un po’ anticonformista trovavano le nuove modalità di socializzazione giovanile. Non è un caso che del concerto romano, tenutosi il 7 aprile al Palazzo dell’Eur, il “Corriere della sera” sottolineasse “la folla scatenata di yé yé”, impegnata in folli danze. Le valutazioni del “Corriere” erano riconducibili a posizioni assai “conservatrici”, ma non erano molto distanti da quelle dei quotidiani di matrice più progressista e dell’“Unità” e di “Rinascita” che continuavano a prediligere la vocazione più “popolare” del mercato discografico. I nomi emergenti infatti erano riconducibili a Sanremo e alle manifestazioni estive, un Disco per l’Estate e il neonato Festivalbar; Gianni Morandi imperversava con “Se perdo anche te”, versione italiana di “Solitary man” di Neil Diamond, mentre la rivelazione dell’anno era Fausto Leali con “A chi”. In tale contesto, Johnny Dorelli toccava l’apice della sua carriera con “L’immensità”.
Ben diverso fu il clima del secondo tour in Italia del gruppo inglese che tenne due concerti il 29 settembre 1970 a Roma e il giorno successivo a Milano. La loro musica era profondamente mutata con l’uscita, il 24 maggio del 1968, del singolo “Jumping Jack Flash”. In pochi mesi erano diventati la più grande rock’n roll band del pianeta, contraddistinta da un’esperienza frenetica e maledetta, oggetto di feroci critiche in seguito alla tragica esibizione al festival di Altamont, il 6 dicembre 1969, dove gli Hell’s Angels, scelti come servizio d’ordine, uccisero il giovane Meredith Hunter. Quando gli Stones atterrarono nella capitale molte cose erano cambiate però anche nella situazione italiana. Stava per cominciare infatti la lunga fase della “guerra dei Palasport”, alimentata dalle pretese degli “auto riduttori” che, al grido “la musica è gratis”, sfondavano gli accessi dei concerti e si scontravano con le cariche delle forze dell’ordine. A segnare l’inizio di questo periodo furono proprio le due tappe del tour degli Stones del 1970, annunciate questa volta con largo anticipo e ampio risalto dalla stampa specializzata. Il “Corriere della sera”, come gran parte della stampa, enfatizzò gli scontri e insistette sulla sproporzione tra il cachet del gruppo e il reale esito delle due serate, qualificate in estrema sintesi come un vero e proprio fiasco.
Non c’era traccia, tuttavia, sui giornali di riferimenti ad una più complessiva trasformazione culturale in grado di produrre risvolti di natura politica e persino il richiamo alla gratuità della musica e agli scontri restava assai sfumato. La già ricordata separazione tra musica e politica restava molto netta; il paese accentuava la propria ideologizzazione e le proprie conflittualità, ma lo faceva senza colonna sonora e passando attraverso altre strade. I fatti di Reggio Calabria dell’estate del 1970 contribuirono a surriscaldare il clima, radicalizzando lo scontro e soprattutto trascinandolo verso i confini della violenza che cominciava a diffondersi nelle fabbriche e nei grandi centri come uno dei linguaggi politici possibili, a destra e a sinistra. L’opinione pubblica veniva scossa dai numerosi “scandali di costume” come l’assassino del conte Filippo Giordano delle Lanze, ucciso dopo un’infuocata notte di sesso, e la vicenda del marchese Camillo Casati Stampa suicidatosi dopo aver ucciso la moglie e il suo amante. Tra gli scandali più seguiti figurava quello relativo all’arresto di Walter Chiari e di Lelio Luttazzi per detenzione e spaccio di stupefacenti. I giornali italiani tesero a presentare questi fatti come la dimostrazione della corruzione morale che investiva il mondo dello spettacolo e le “classi più agiate” della società italiana.
Le vicende di Mick Jagger, dunque, non rientravano nell’immaginario giovanile del periodo, se non per una ristretta cerchia di affezionati, e gli orizzonti politici e culturali restavano condizionati dalla dimensione nazionale e dal dominio delle ideologie. Non a caso, nel settembre del 1970, l’hit parade era affollata di campioni nostrani: Mina, Modugno, Nicola di Bari, Nino Manfredi. Persino i Beatles faticavano a trovarvi spazio. A differenza di quanto avvenuto altrove, i Rolling Stones non hanno cambiato l’Italia che ha vissuto solo trasformazioni “autoctone”.
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