Gioco
Rolling Stones, noi che adoriamo il blues sporco di Keef
Ritmica rozza, riff semplici e due chitarre che ruggiscono
Il blues sporco, il rock’n’roll, le sonorità R&B confluite nel reggae. Chi ama Keith Richards ama il suo sound primitivo ed essenziale, tanto semplice quanto inconfondibile e travolgente. Ma amare Keef, ispirarsi a lui quando si imbraccia una chitarra, significa molto altro. Significa amare la musica in sé; amare l’idea di suonare con altri musicisti. Con altri amici.
Suono la chitarra in una band. O meglio la percuoto, perché non sono un vero musicista. Amo i Rolling Stones, Keith è uno dei miei miti. Mi è stato chiesto di scrivere perché. Ci provo.
Intanto, chi si ispira a Keef ne conosce la storia. Che non è solo un’interminabile scia di successi, di hit, dischi d’oro e concerti faraonici. E non è solo una scia di eccessi, di droghe consumate oltre ogni limite umano, di arresti, di fughe dalle polizie di tutto il mondo. Il senso della vita di uno dei più sgangherati e amati chitarristi della storia del rock lo rivela lui stesso nell’autobiografia (Life, appunto) che tanto fece incazzare Mick Jagger. È un lucido e onesto racconto su quello che è stato – ed è ancora, e sarà per sempre – questo chitarrista fuorilegge così tradizionalista eppure così atipico. E così onesto con se stesso.
Tecnicamente, Keith Richards come ogni originale è inimitabile. Eppure puoi illuderti di imitarlo. Perché è uno dei più fantastici vagabondi della chitarra. Lui stesso lo ammette. Non ostenta il proprio talento e se ne sbatte della velocità di esecuzione. Non gli interessa proprio: «Io cerco di andare al cuore del blues». Con lui, si perde la distinzione tra chitarra ritmica e chitarra solista. Eccolo, il marchio di fabbrica. Il modello che spinge molti come me a seguirlo.
Con quelle dita dinoccolate che sembrano intagliate in una quercia, ormai storte ma che se ne fottono dell’artrite, Richards ha sempre ottenuto il massimo col minimo sforzo. I suoi riff leggendari sono l’ossatura dei brani più belli degli Stones. Due-tre note, il giochetto con una settima o una quarta di passaggio e via.
Del resto lui ha sempre spiegato la propria filosofia del 5-3-2-1: «All you need to play is five strings, three notes, two fingers and one asshole» («Tutto ciò di cui hai bisogno per suonare sono cinque corde, tre note, due dita e una testa di cazzo»). Cinque corde (via il Mi basso, la sesta) e accordatura aperta, open, preferibilmente in Sol (open G), secondo la tradizione dei vecchi bluesmen neri che disponevano così la chitarra in modo da suonarla con la tecnica slide, facendo cioè scivolare su tutte le corde il bottleneck, il collo di bottiglia. Cinque corde già su una nota anche per dare una pennata con la destra e ritrovarsi un accordo già pronto, senza dover usare la sinistra.
Ma anche se non apri l’accordatura, se la mantieni standard, il tuo punto di riferimento può continuare a essere Keef se ne hai colto l’essenza: accendere la miccia blues in qualunque pezzo (qualunque) con una ritmica rozza, un riff pungente e l’ampli a palla.
Sul riff di “Satisfaction” hanno scritto di tutto. Ed è un riff trovato per caso, scivolando nel sonno, che Keith al risveglio scoprì di aver registrato su nastro. Un riff che ha segnato un’epoca, un’intera generazione. Ma è solo uno dei tanti. “Gimme shelter”, “Jumping Jack Flash”, “Brown sugar” e centinaia di altri pezzi si reggono sui giri scarni di pentatonica di questo bandito con le rughe che paiono di cartapesta.
E poi suonare ispirandosi a Keef significa amare mischiarsi con gli altri. Keith è la benzina nel motore degli Stones. Ha cofondato e tenuto in piedi la più longeva band della storia del rock. La sua personale popolarità non è mai stata inferiore a quella del frontman, Jagger. Eppure Keith si è sempre messo a disposizione del gruppo, a volte addirittura dietro. E non solo sul palco. Non si è mai ritagliato nemmeno il ruolo di lead guitarist, chitarrista principale, ma al contrario ha sempre cercato un compagno di avventura. Lo ha avuto con Brian Jones. Morto Brian, arrivò Mick Taylor. Grandissimo chitarrista, ma durò poco. Non resse. «È sempre stato mio desiderio tenere unita la band – scrive Keith nel suo libro – te ne puoi andare solo dentro una bara o con una dispensa per anzianità di servizio, altrimenti non puoi». La vera anima gemella Keith la trovò con Ron Wood, compagno di scorribande, di bevute colossali, di abbuffate a base di cocaina farmaceutica. E di intrecci armonici.
«Con Taylor – spiega Keith – eravamo una band con una solista e una ritmica, il che è un qualcosa di molto diverso da ciò che eravamo agli esordi, distante anche nello spirito oltre che sotto il profilo tecnico. Ciò a cui sono interessato è un gruppo in cui le chitarre si scambiano continuamente le parti. Adoro il concetto delle due chitarre che suonano come se fossero una sola. Funzionava così con Brian, funziona così con Ronnie. E non sto dicendo questo per denigrare Mick Taylor, che è un grande chitarrista. È soltanto che sono convinto che la chitarra sia uno dei pochi strumenti che suonano meglio in coppia che da soli».
Se Jagger ha portato la band sulla vetta dell’Olimpo del Rock, Keith ne è sempre stato il custode del Sacro Spirito originario.
È buffo considerare “semplice” una persona come lui, eppure è così. Keef è come i suoi riff. Con quella faccia scavata prestata anche al cinema, i denti rifatti, il corpo pieno di cicatrici. Con un fisico che pare ormai una carcassa al capolinea di una vita senza regole. Ma con quelle due dita, quelle tre note e quella testa di cazzo con cui continua, inesorabilmente, a sedurti.
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