Il Tirreno

Livorno

Il baronetto satanico, il ruvido, lo zingaro e il jazzista timido

Lorenzo Mei
Il baronetto satanico, il ruvido, lo zingaro e il jazzista timido

La faccia da copertina del grande libro del rock, l’icona di almeno tre generazioni di fan della musica in tutto il mondo. Signore e signori, ecco a voi Mick...

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LASCIATE CHE MI PRESENTI

SONO SIR MICK

La faccia da copertina del grande libro del rock, l’icona di almeno tre generazioni di fan della musica in tutto il mondo. Signore e signori, ecco a voi Mick Jagger. O meglio, ecco a voi “sir” Michael Philip Jagger, baronetto dal 2003. O come direbbe lui “Vi prego, concedetemi di presentarmi”, citando il clamoroso attacco di “Simpathy for the devil”, per poi cominciare uno slalom tra verità e mito, tra uomo e personaggio, tra frottole ed esagerazioni. Probabilmente sempre approssimando per difetto, perché come disse qualche anno fa: “Se scrivessi davvero quello che è successo nella mia vita, la gente rabbrividirebbe”. Ragazzino ribelle ben vestito ma con il sorriso satanico dei primissimi Stones, voce sporca e cattiva di una generazione irrispettosa, popstar con la tutina bianca e i brillantini, vecchietto tarantolato che corre e salta sul palco dimostrando di avere più fiato a disposizione dei suoi fan di tre decenni più giovani. E naturalmente la lingua più famosa della storia. Mick è tutto questo e tutto il contrario, e anche molto di più. Ma tanto per cominciare è la voce e le parole dei Rolling Stones, la rockband più longeva e influente di sempre. Con loro ha venduto 250 milioni di dischi e ha messo da parte, si dice, 400 milioni di dollari, ma sarebbe limitativo descriverlo come furbissimo manager di se stesso, cosa che in effetti è, o come arrampicatore sociale – è la tesi dell’ultima biografia firmata da Christopher Andersen – capace di passare nel giro di qualche anno dal tessere pubblicamente le lodi dell’anarchia alle amabili conversazioni con il principe Carlo. Nella sua carriera non ha solo cantato: ha suonato l’armonica, le percussioni, il piano, le tastiere e perfino il basso. Ma alla fine lo strumento che non ha mai abbandonato è quel microfono con cui ha un rapporto carnale. Ha pubblicato ventisette album con i Rolling Stones, ma anche quattro a suo nome, nessuno dei quali è finito tra le pietre miliari del rock, anche se “Wandering Spirit” del’93 è tutt’altro che brutto. Nato nel luglio del’43 sotto le bombe tedesche, in quel crossfire hurricane (uragano di fuoco incrociato) raccontato nel primo verso di Jumping Jack Flash, la sua vita è stata segnata dall’incontro con l’amico d’infanzia, Keith Richards, uno che negli anni gliene ha dette di tutti i colori e che quando seppe del cavalierato offerto dalla corona, fornì a Mick chiarissime indicazioni sul dove potesse infilarselo. Nella vita privata Jagger ha inanellato una serie infinita di relazioni, con donne e uomini, ha avuto tre mogli (l’ultima, L’Wren Scott, è morta suicida nel 2014) e nel 2016, a 73 anni, ha festeggiato la nascita dell’ottavo figlio, nato dalla relazione (finita) con la ventinovenne Melanie Hamrick. Ha cinque nipoti e un bisnipote. Tra le attività extra-musicali vale la pena di ricordare quelle di attore e produttore cinematografico.

IL RUVIDO KEITH

HIGHLANDER DEL ROCK

Probabilmente la leggenda dell’immortalità di Keith Richards, che certamente era nata negli anni per via di una lunga serie di eccessi teoricamente incompatibili con l’esistenza in vita, si consolidò nel 2006 quando il chitarrista cadde da una palma rompendosi la testa mentre era in vacanza alle Fiji. Uno che aveva sperimentato le droghe, l’alcool, che era scampato a un paio di incendi, che andava in giro dicendo di essersi nutrito solo con bistecche, ora si permetteva il lusso di rischiare la vita arrampicandosi su una palma, mentre i suoi coetanei di tutto il mondo andavano avanti a screening semestrali e cene senza sale. Era il segno inequivocabile che l’highlander del rock era lui, il protagonista di una leggenda in buona parte auto-alimentata. Con il suo amico Tom Waits Keith ha in comune la capacità di scrivere un romanzo a puntate e di spacciarlo per la propria vita. Da piccolo gli regalarono un sassofono, ma lui, figlio di un operaio della General Electric, preferì imbracciare la chitarra, come quella che il suo amico Mick Jagger, figlio dell’insegnante di ginnastica più importante della Gran Bretagna, aveva tra le mani già da tempo. E alla fine, sessant’anni dopo, se è vero che nei primi dischi degli Stones c’era stampata l’impronta di Brian Jones, è certo che dalla morte di quest’ultimo in poi l’anima musicale della band sia stata soprattutto questo tipo sgangherato, inventore di alcuni dei riff chitarristici più riusciti e famosi della storia. Non è un caso che il disco che la critica considera oggi l’apice qualitativo della carriera del gruppo, “Exile on Main Street”, sia quello più evidentemente plasmato dalle dita di Richards, registrato nello scantinato della villa che aveva affittato in Costa Azzurra quando era stato costretto, insieme ai compagni, a lasciare l’Inghilterra per sfuggire alle tasse. Era il 1969, e già due anni prima, insieme a Mick, Keith aveva conosciuto la galera quando, dopo un’irruzione in casa sua da parte della polizia, erano stati condannati per detenzione di stupefacenti (assolti poi in appello) e non aveva intenzione di rifare quell’esperienza. Oltre agli album con gli Stones, ha pubblicato tre dischi solisti, l’ultimo nel 2015. La sua faccia rugosa ha “bucato” il grande schermo, dandogli una nuova notorietà, quando è diventato per due volte il padre di Johnny Depp, Teague Sparrow, nella saga dei Pirati dei Caraibi.

A dispetto della leggendaria dissolutezza, e di una lunga relazione con Anita Pallenberg che gli ha dato tre figli, è sposato con la stessa donna, Patti Hansen, da trentaquattro anni, prima o poi morirà come tutti, e i nostri nipoti saranno lì per poterlo raccontare..

CHARLIE IL TIMIDO

INNAMORATO DEL JAZZ


«Non sapevo niente di rhythm and blues, per me il blues era Charlie Parker quando suonava piano» Probabilmente potrebbe bastare questa frase per descrivere le attitudini musicali di Charlie Watts prima di diventare il batterista dei Rolling Stones. Era essenzialmente un appassionato di jazz, e in fondo da queste radici deriva il suo stile, che a sua volta caratterizza molto quello della band.

Eppure Charlie ha ben poco a che vedere con l’omonimo Parker, morto giovanissimo schiacciato dalle dipendenze, o con gli altri membri del gruppo, e non solo sul piano artistico. Basterebbe dire che vive ancora con la stessa donna che ha sposato nel 1964, un anno dopo essere entrato negli Stones. Anche il suo stile di vita, a parte un problema di eroina negli anni Ottanta, è stato sempre più morigerato e più discreto di quello dei compagni. È descritto da sempre come un tipo calmo e riflessivo, perfetto per mettersi in mezzo ai due galli del pollaio, Jagger e Richards, riuscendo a trovare una posizione di equilibrio. All’attivo, oltre ai dischi con i Rolling Stones (come Mick e Keith è presente fin dalle prime incisioni), ha sei dischi solisti in studio e due album dal vivo. È il più anziano dei quattro (ha 76 anni), quando si siede dietro alla batteria combatte spesso con il mal di schiena, ed è guarito da un tumore alla gola che gli era stato diagnosticato nel 2004. Sul suo futuro, la dichiarazione più significativa è quella di Keith Richards, che posto di fronte all’eventualità di un addio da parte di Watts, parlò chiarissimo: «Charlie non morirà e non si ritirerà mai. Glielo proibisco».

RONNIE LO ZINGARO

DELLA SEI CORDE

Prima di entrare nei Rolling Stones, Ronnie Wood ha dovuto vincere la concorrenza di qualche collega piuttosto quotato, tipo Eric Clapton e Jeff Beck, considerati tra i più grandi chitarristi della storia del rock. Ronnie però partiva avvantaggiato, perché aveva già suonato con gli Stones nel tour del 1975, dopo che Mick Taylor aveva deciso di andarsene, e aveva dimostrato di stare benissimo con gli altri, in particolare con Keith Richards. Il suo reclutamento ufficiale è datato 1976, e da allora questo strumentista dotato e affidabile è stato parte della spina dorsale della band, con cui ha inciso dieci album in studio e una bella manciata di live, tra cui l’ottimo “Love you live” del 1977. Tra tutti gli Stones, è quello con la discografia solista più corposa: otto album in studio e cinque live, a cui vanno aggiunti almeno quelli con i Faces, a fianco di Rod Stewart. Tra le collaborazioni esterne alla band anche quelle con Bob Marley e Bo Diddley. Nato vicino a Londra in una famiglia di “gitani dell’acqua”, barcaioli che navigavano sul Tamigi, sostiene che la sua è la prima generazione della famiglia a essere nata sulla terraferma. È stato anche dj radiofonico e televisivo conducendo il “Ronnie Wood Show”, passato anche in Italia su SkyArte. Nel 2017 gli è stato diagnosticato un cancro a un polmone ed è stato sottoposto a un’operazione chirurgica.


 

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di Redazione web