Gioco
Carlo Azeglio Ciampi, il Presidente filologo e il rigore della verità
Dalla Normale al Quirinale, il ricordo a un anno dalla morte dell'ex Capo dello Stato
Il testo che segue è una sintesi per “Il Tirreno” del discorso che Salvatore Settis, già direttore della Normale, terrà oggi alla giornata di studi che la Scuola pisana dedica all’ex Presidente.
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In questa giornata che la Normale dedica a uno dei suoi allievi più illustri nell’anniversario della sua scomparsa, non posso offrire che un contributo di testimonianza, non una biografia intellettuale né la valutazione di una vita politica. Userò piuttosto, da classicista educato in Normale come fu lo stesso Ciampi, un’arma frequente nel genere biografico in Grecia e a Roma: la narrazione di un episodio poco noto (di un anekdoton, “aneddoto”, etimologicamente “inedito”), con valore dimostrativo. Nessuno ha indagato lo svolgimento della biografia antica meglio di Arnaldo Momigliano, uno dei più grandi maestri che abbiano insegnato in Normale; il suo famoso libro su questo tema mostra quanto il racconto di aneddoti sia diventato più frequente via via che la biografia assumeva una funzione esemplare.
In quel contesto, degli aneddoti non importava tanto la “verità storica”, quanto la rappresentatività rispetto alla personalità del biografato. Per fare un esempio, Plutarco racconta che un avversario di Pericle, richiesto se Pericle fosse più forte di lui nella lotta fisica, offrì la celebre risposta: «Davvero non saprei, perché anche se io lo metto al tappeto, la sua eloquenza è tanta e tale, che convince tutti di aver vinto lui». Non ha senso chiedersi se questo aneddoto sia “vero”, ma è importante riconoscerne la funzione, che è di mettere in evidenza la straordinaria eloquenza di Pericle: detto “Olimpio” come Giove stesso, continua Plutarco, perché «quando parlava in pubblico, vibrava nelle sue parole una folgore terribile».
Non conoscevo Ciampi quando divenne Presidente della Repubblica il 18 maggio 1999. Il mio primo incontro con lui seguì di poco la mia elezione alla direzione della Normale, il 6 luglio di quello stesso anno, e non fu per mia richiesta, ma per sua iniziativa. Da vero normalista, Ciampi era curioso di conoscere il nuovo direttore della Normale, e mi fece chiamare da Paolo Peluffo, Consigliere per la comunicazione e la stampa e dal Consigliere diplomatico Antonio Puri Purini; fui poi ricevuto in udienza al Quirinale, ancor prima di entrare in carica come direttore della Scuola, il 16 settembre 1999: esattamente diciotto anni fa.
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Di quell’incontro vorrei ricordare brevemente un aneddoto: Ciampi volle stabilire un piano di discorso basato sulla comune esperienza di Normale, e mi chiese quale fosse la mia camera da studente; e quando gli dissi che era la nr. 54, rispose: «La mia era la camera 56, siamo stati vicini di stanza». Era un discorso scherzoso, data la differenza di età (più di vent’anni), ma serviva a mostrare quanto egli ancora si sentisse legato alla nostra Scuola. E subito dopo prese a scusarsi con me, in quanto direttore della Normale, perché – disse – non aveva rispettato i patti: educato per diventare un insegnante di latino e greco, aveva finito col fare tutt’altro nella vita. L’evocazione di quel sentimento, quasi confessione di un senso di colpa, non aveva nulla di affettato: rispondeva a un pensiero lungamente coltivato, ma anche a un tratto caratteristico della sua personalità, il rispetto assoluto per le istituzioni: il Capo dello Stato si stava “scusando” con un cittadino qualsiasi, che non era ancor nato quando lui era entrato in Normale (1937); ma, essendo il direttore pro tempore della Normale, era ai suoi occhi il depositario di quella sua antica promessa.
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Fu per questa incrollabile fedeltà alla Normale, che non era fatta di nostalgia ma di gratitudine e di orgoglio, che dopo quell’incontro il presidente Ciampi mi onorò della sua amicizia. Durante il suo settennato lo accompagnai in visite ufficiali, in Italia ma anche a Parigi, Londra, Berlino, Washington; e lo incontrai molte volte al Quirinale, spesso per pochi minuti, durante i quali invariabilmente cominciava col chiedere notizie della Normale, e poi mi rivolgeva una domanda, su un qualche tema di attualità che richiedesse la sua attenzione.
La formula era sempre la stessa: «Vorrei sapere come stanno veramente le cose», calcando la voce sul “veramente”. La fiducia che io gli avrei comunque dato una versione attendibile delle “cose” non si fondava né su comuni appartenenze politiche né su una generica simpatia umana, ma su una comune formazione filologica: perché per lui la filologia classica valeva come palestra di rigore, di precisione, di accuratezza. Al di là delle tecniche filologiche, che dopo la tesi pisana non ebbe più occasione di esercitare, quel che sempre rimase vivo in Ciampi fu l’etica della filologia, l’idea di una scienza (e di un piano del discorso) in cui non è ammessa né la menzogna né l’approssimazione.
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Anche qui, un piccolo anekdoton. In vista delle Olimpiadi del 2004, il governo greco rilanciò la campagna per la restituzione dei marmi del Partenone, trasportati a Londra nel 1812 da Lord Elgin, e oggi principale vanto del British Museum. È questo un tema controverso, sul quale non posso soffermarmi qui. Basti dire che nel 2003, di fronte al muro opposto dagli inglesi, il governo greco, per aggirare l’ostacolo, chiese la restituzione di isolati frammenti dei marmi del Partenone, conservati in vari musei d’Europa.
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Fra questi, un piccolo frammento di rilievo (un piede), che è al Museo Archeologico di Palermo per donazione di un ottocentesco console inglese. Funzionari italiani, non saprei se del Ministero o della Regione, si dichiararono d’accordo, purché la Grecia desse in cambio un pezzo archeologico di provenienza italiana, che venne individuato in un elmo del museo di Olimpia, con un’iscrizione da cui risulta proveniente da Siracusa. Il problema è che, mentre il frammento di Palermo fu trafugato da un viaggiatore inglese, l’elmo di Olimpia non fu mai trafugato da nessuno: come dice l’iscrizione, fu lo stesso Ierone I, tiranno di Siracusa (che era greco, non certo “italiano”), a dedicarlo a Olimpia nel 474 a.C., per ringraziare Zeus della sua vittoria contro gli Etruschi nella battaglia navale di Cuma. In altri termini, dal 474 a.C. ad oggi, quell’elmo è sempre stato a Olimpia, e per volontà del donatore: un punto, questo, che veniva lasciato al margine dalle notizie d’agenzia.
Ciampi mi chiese «come stanno veramente le cose», giacché gli avevano chiesto di annunciare lo scambio in occasione di una visita ufficiale in Grecia (luglio 2003).
E quando gli esposi i termini della questione ritirò prontamente il suo appoggio, in nome della storia (o, se vogliamo, della filologia). Si sarebbe forse potuto anche restituire quel piccolo frammento di Palermo, ma scambiarlo con l’elmo di Ierone I sarebbe stata una forzatura senza senso. Sta di fatto che quello scambio non avvenne mai.
LA VITA DI CARLO AZEGLIO CIAMPI
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