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Il ricordo di Carlo Azeglio Ciampi, il livornese saggio che credette nel sud - L'analisi
Il livornese che tese la mano ai napoletani aiutandoli a risollevarsi. Sembrava una pazzia. Un azzardo. Un insuccesso annunciato. Organizzare il G7 a Napoli
Il livornese che tese la mano ai napoletani aiutandoli a risollevarsi. Sembrava una pazzia. Un azzardo. Un insuccesso annunciato. Organizzare il G7 a Napoli. L’eterna capitale del Sud malata, lazzarona, invasa dalla monnezza e dalle proteste dei disoccupati organizzati come mai avrebbe potuto ospitare in maniera degna i Grandi della Terra. Senza punto interrogativo, perché non si trattava di una domanda, ma di una certezza. Non c’erano le condizioni per provarci.
Eppure Carlo Azeglio Ciampi, presidente del consiglio in quella tremenda estate 1993, ha un’intuizione spiazzante. Di ritorno da Tokio, dal vertice delle grandi potenze mondiali, annuncia che il prossimo G7, destinato all’Italia nel luglio dell’anno successivo, si sarebbe svolto a Napoli. Scartò le più sicure Roma o Milano, o le sperimentate città d’arte come Venezia o Firenze. Fece una scelta meridionalista, lui che meridionale non era.
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Scelse l’ombra del Vesuvio, perché Napoli attraversava – come spesso accade nella sua storia plurisecolare – un periodo d’ombra. Anzi. Di buio politico. La Prima Repubblica in agonia. L’immondizia dominava; persino l’acqua dei rubinetti era sconsigliata da bere. Tangentopoli faceva tremare quelli al cui cospetto, prima, tremava tutta Napoli.
«Il Sud meritava un segno di attenzione» spiegò Ciampi. E quella decisione, presa in totale solitudine dal capo di un governo “tecnico” con spiccata lungimiranza politica, fu il più grosso investimento realizzato per quella città a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90. Non fu questione di soldi, ché gli stanziamenti per rifare bella Napoli ammontarono a 50 miliardi di lire (l’equivalente di poco più di 25 milioni di euro). Si trattò invece di una coraggiosa visione. Fu l’intuizione vincente di mettere al centro dell’attenzione internazionale l’enorme patrimonio di bellezza, arte e cultura malamente custodito a Napoli e in Campania. «Ciampi ha colto la drammaticità della situazione e la molteplicità di energie e di risorse su cui la città può contare per la sua rinascita. Napoli – chiosò il partenopeo Giorgio Napolitano, in carica come presidente della Camera – ha bisogno di fiducia».
Fu un momento magico. Dall’8 al 10 luglio 1994 l’Italia scoprì una capitale inaspettata: Bill Clinton ripreso mentre fa jogging sul lungomare oppure mentre mangia una pizza piegata in quattro nel locale che, secondo tradizione, ha inventato la Margherita. Boris Eltsin accolto con tutti gli onori come “osservatore” al vertice che solo qualche anno dopo includerà la Russia e si trasformerà in G8. E c’è l’esordio internazionale di Silvio Berlusconi, da appena cento giorni nuovo capo del governo, accompagnato da una splendida Veronica Lario; l’inventore di Forza Italia sarà raggiunto quattro mesi dopo, a novembre, sempre a Napoli, dal suo primo avviso di garanzia. Mentre il sindaco, sconosciuto ai più, è Antonio Bassolino che sulla fortunata gestione dell’evento internazionale costruirà il suo consenso. Durerà per oltre 16 anni.
Ma il lascito principale di quel G7, così fortemente voluto dal capo di un governo di transizione che già sapeva di non poter partecipare all’evento internazionale, fu l’aver restituito l’orgoglio a una intera comunità. Napoli era tornata capitale. Un percorso difficile e altalenante, proseguito tra mille contraddizione nel 23 anni successivi. Al livornese Ciampi, divenuto a buon diritto cittadino onorario di Napoli, il riconoscimento di aver avuto il coraggio che compete ai leader. Guardare avanti, con visione e generosità. Dote non comune, allora come oggi.
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