Gioco
Attentato a Barcellona, salve tre ragazze livornesi: «Noi, in fuga fra gli spari in un inferno»
Livorno, Ilaria, Chiara e Giulia erano sulle Ramblas a pochi metri dalla strage «Restiamo qui, i nostri cuori sono privi di odio»
LIVORNO. «All’improvviso abbiamo sentito urlare un uomo alla radio di un poliziotto: era proprio di fronte a noi, l’abbiamo visto che tirava fuori la pistola. Non so se fosse l’ombra della paura, lo scatto di rabbia o un incubo che gli si materializzava negli occhi a farci capire che c’era solo da scappare via di lì. Poi un’ondata di decine, centinaia di persone che urlavano, un attimo ed ecco che tutto quel gridare era sovrastato dal rumore degli spari». Si chiama Irene Bonsignori, è livornese e ha in cuore lo splendore dei vent’anni anche quando racconta di essersi vista precipitare in un film in fuga dai cattivi mentre non chiedeva altro che stare in allegria durante una vacanza a Barcellona con le amiche di sempre: Chiara Nappa, 20 anni, e Giulia Topputo, 23, livornesi anche loro.
No, non è un film il fatto che loro fossero sulle Ramblas e si fossero «fermate a prendere un caffè ai tavoli del McDonald’s, proprio lì su quel vialone», dopo aver passato il pomeriggio fra i banchi del mercato della Boqueria e farsi una foto. «Abbiamo iniziato a correre cercando di rimanere unite, facendo di tutto per non essere travolte dalla folla che fuggiva disperata in un caos di paure, ciascuno di quelli che erano lì aveva il timore di perdere il contatto con l’amico, con il figlio, con la mamma». Difficile capire dove scappare se non riesci nemmeno a renderti conto da dove arriva la minaccia. Ecco perché Irene, Chiara e Giulia intuiscono che la soluzione può essere quella di infilarsi nel gruppo di ragazzi che «stavano forzando la porta della lavanderia di un hotel: a uno ad uno siamo riusciti ad entrare».
Hai la sensazione che potresti avercela fatta ma non ti senti fuori pericolo perché in quel momento il pericolo non ha un volto né sai da dove può arrivare: sai solo che c’è. «È in questo momento – è il racconto delle ragazze livornesi – che vediamo una scena incredibile, il fotogramma che forse ci ha più toccate in questa storia». Vedono avvicinarsi un uomo al loro rifugio ma non c’è più posto: non può entrare, se ne accorge anche lui. «Aveva con sé una bambina, ci ha pregato di prendere sua figlia perché almeno lei si salvasse», dice Irene.
«Un ragazzo che era con noi – spiega la ragazza livornese – che era con noi ha preso in braccio la bambina, mentre il padre è rimasto fuori». Poi aggiunge: «Dopo poco quell’hotel ha aperto le porte, così siamo entrate e abbiamo chiesto che ci raccontassero loro cosa stava succedendo: lo confesso, ancora non ci rendevamo conto di cosa fosse successo, e nemmeno eravamo sapevamo di esserci salvate o immaginavamo cosa sarebbe potuto succede ancora». «Ci siamo abbracciate per molto tempo: sollevate e terrorizzate allo stesso momento». Poi chiuse in hotel («facendoci forza a vicenda») e consumando tutta la carica dello smartphone per rassicurare le famiglie e gli amici lasciati a Livorno. È soltanto molte ore più tardi («saranno state le 21») che hanno lasciato l’hotel che aveva offerto loro un provvisorio riparo e, con un taxi, sono arrivate all'albergo dove alloggiano.
No, non è un errore l’uso del presente: le tre ragazze livornesi sono rimaste a Barcellona. «Nonostante tutto l'accaduto non torneremo a casa, il terrore non avrà la meglio e cercheremo di superare la cosa». Poi Irene si ferma, prende fiato e con un sorriso dice chiaro e tondo perché i seminatori di morte non potranno vincere: «Ci teniamo a dirlo: no, non portiamo rancore e i nostri cuori sono privi d'odio».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
