Il Tirreno

Livorno

Sequestrati rifiuti radioattivi a una società livornese Ipotesi: destinazione Africa

di Gianni Tacchi e Mauro Zucchelli
Sequestrati rifiuti radioattivi a una società livornese Ipotesi: destinazione Africa

Livorno, nel magazzino di una società livornese anche materiale proveniente da basi Nato

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LIVORNO. DIspositivi elettronici contenenti il radio, elemento chimico pericoloso per l’organismo e il più pesante metallo alcalino-terroso. Materiale radioattivo, insomma. È quello che è stato scoperto dall’Arpat in una società livornese che svolge attività sia di commercio (materiale elettronico, militare, abbigliamento e accessori, veicoli usati e da rottamare) che di intermediazione di rifiuti (senza però detenerli). Si tratta di ispezioni e verifiche strumentali che, a quanto è stato riferito, sono state compiute in primavera ma finora non ne era emersa notizia.

Il blitz, come viene confermato dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana, è arrivato dopo «numerosi e sospetti conferimenti di rottami metallici e alluminio come produttore».

Conferiti dove? Presso un impianto che era finito nel mirino come «oggetto di verifica». Già nel primo sopralluogo è stato subito accertato che il materiale presente «proveniva soprattutto da basi militari della Nato». È da aggiungere che i dispositivi radioattivi, dopo le misurazioni della radioattività, sono stati messi in sicurezza: tutto il materiale è stato posto «sotto sequestro probatorio».

Resta da capire quante persone siano eventualmente finite nei guai e chi. Ma, al momento, le fonti dell’agenzia si limitano a dire non andare più in là di una conferma laconica: «Sono in corso accertamenti relativi alla natura giuridica dei materiali, che la società compra ed esporta verso Paesi africani, e alle probabili attività di gestione dei rifiuti svolte senza alcuna autorizzazione ambientale».

È solo un problema “burocratico”, un timbro in più o un passaggio ulteriore? Sta di fatto che le autorizzazioni ambientali non c'erano, viene ribadito da fonti ufficiale vicine all’équipe che ha effettuato le verifiche ambientali.



I traffici oltre i confini

Stiamo parlando – come emerge anche dai riscontri ottenuti dall'agenzia che si occupa di tutela ambientale – di «attività di controllo nell'ambito dei traffici transfrontalieri di rifiuti» svolta quasi sempre in tandem con l'Agenzia delle Dogane riguardo all'invio in Paesi extracomunitari di «rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (Raee), motori e parti di autoveicoli rifiuti che mascherati come merci raggiungono, nella maggior parte dei casi, i paesi africani (Ghana, Senegal e via dicendo)».

Insomma, se all’inizio i controlli avevano come scopo la correttezza della classificazione giuridica di carichi che erano «sospettati di essere rifiuto», sono saltati agli occhi poi «reati ambientali che si collocano nel più ampio contesto del traffico illecito di rifiuti».



Contro discariche-veleno

Il dipartimento di Livorno dell’Arpat, nell’ambito del “Progetto speciale” lanciato dalla Regione Toscana, si è concentrato anche sui traffici transfrontalieri di rifiuti.

Fonti dell’Arpat riferiscono che allinterno del territorio della nostra provincia sono presenti numerosi depositi utilizzati come centri di raccolta dei rifiuti: qui, come sottolinea l’agenzia regionale, «vengono compiute operazioni di riempimento dei contenitori, se non direttamente di ripulitura-lavaggio delle parti meccaniche, e sono avviate le pratiche doganali per l’esportazione nei Paesi non europei».

Questi rottami e queste parti meccaniche, rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, derivano spesso da attività illecite di demolizione, con i carichi che vengono accompagnati da false dichiarazioni di avvenuta messa in sicurezza. E i traffici extra-europei, spesso, alimentano grandissime discariche illegali nei Paesi di destinazione, dove lavorano migliaia di persone che sono così continuamente esposte a sostanze tossiche.

Un esempio su tutti? È Agbogbloshie in Ghana: si tratta della più grande discarica illegale al mondo di rifiuti elettronici, un inferno dove a contatto con i veleni ci sono settantamila persone, la metà dei quali sono minorenni.

Il progetto anti-illeciti

Le attività di controllo degli impianti di recupero rottami e dei traffici transfrontalieri rientrano nel “Progetto speciale” dell’Arpat, lanciato per il potenziamento dei servizi ambientali finalizzati a contrastare l’insorgere di un’economia illegale in alcuni settori produttivi della Toscana, Livorno compresa. Il dipartimento livornese dell’Arpat ha svolto un’importante e diffusa azione sul territorio controllando il settore dei rottami metallici. «Negli ultimi anni - aggiungono dalla sede regionale - si è registrata una crescita esponenziale dei raccoglitori abusivi di rifiuti di rame e di metalli ferrosi e non, con conseguenze non indifferenti anche a livello sociale. Ci sono rischi ambientali, danni economici per gli imprenditori che lavorano in regola e per i Comuni che vedono sottrarsi rifiuti preziosi dalle raccolte differenziate».



Non è la prima volta

Fin qui l’iniziativa di indagine dell’Arpat. Ma non è Livorno l’unica realtà in cui esistono imprese che si occupano di traffici illeciti di rifiuti. Ma non è neppure la prima volta che il nostro territorio finisce sotto i riflettori per questo genere di andirivieni: del resto, non esiste migliore opportunità per nascondersi di quella che offre un comprensorio che, anche soltanto guardando via mare, ha collegamenti diretti con 150 scali nel mondo, vede arrivare ogni anno sulle sue banchine 7-8mila navi di 60-70 bandiere differenti e genera un flusso fiscale di entrate doganali che vale più di un miliardo di euro ogni dodici mesi.


 

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