Il Tirreno

Livorno

LA DOMANDA

di Juna Goti e Alfredo Faetti
LA DOMANDA

LIVORNO. Lavorare a testa bassa per vincere. Vietato (ri)perdere nel 2019, quando la città governata dai 5 Stelle tornerà alle urne per scegliere il sindaco, o la sindaca. La suona due volte Matteo...

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LIVORNO. Lavorare a testa bassa per vincere. Vietato (ri)perdere nel 2019, quando la città governata dai 5 Stelle tornerà alle urne per scegliere il sindaco, o la sindaca. La suona due volte Matteo Renzi la carica, e insieme la sveglia, del Pd livornese. Prima lo fa rispondendo a un ragazzo, Francesco, che dal pubblico lo sfida sul perché non ha abbandonato la politica dopo essersi dimesso da premier: «Ciao Matteo, grazie per essere venuto dopo la batosta del 2014, che insomma...». «È vero, s’è presa – coglie l’assist il segretario del Pd dal palco della Festa dell’Unità –, ma son tre anni che qui governano i 5 Stelle: basta guardare al passato, a lavorare per vincere nel 2019!».

Poco dopo sarà anche più esplicito rispondendo a un elettore che si presenta come «Giovanni44, che t’ho scritto tre o quattrocento mail...». «Come si fa – chiede – a mandare via Longarin...»?, che starebbe per Filippo Nogarin, il sindaco. «Sia a Prato che a Bologna, dove il Pd aveva perso le amministrative – gli risponde Renzi – lavorando bene dall’opposizione, mettendosi pancia a terra, ascoltando i problemi della città, al giro dopo s’è vinto. Io non vengo a spiegarvi come si fa, vengo a dirvi che dovete mettervi a lavorare a testa bassa, perché non è accettabile che nel 2019 Livorno veda una nuova sconfitta del Pd». E a buon intenditor...

La piazza accaldata. Ieri Renzi è arrivato all’Ardenza – più di 30 gradi, tra camicie, asciugamani e infradito – per presentare il suo libro, “Avanti”. Alle 18 la folla inizia a prendere posto sulle sedie di plastica. Sopra ci sono due lettere scritte anni fa: Ds. «Speriamo non faccia troppo tardi perché qui ci moriamo», scherza ma non troppo un uomo asciugandosi il sudore. Lo staff della Festa distribuisce bottigliette d’acqua e c’è chi arriva con il telo da mare alla vita e il torso nudo, fresco di un tuffo ai Tre Ponti. Chi ha acquistato una copia del libro lo usa adesso come parasole, mentre qualche curioso in costume fa capolino dal Gabbiano. Tra chi sta dentro e fuori le transenne, ci sono un migliaio di persone in attesa.

La contestazione. Prima del segretario Pd arrivano una quarantina di volti di Asia-Usb, pronti a contestarlo con slogan e striscioni su lavoro, sociale, casa. Il corteo fiancheggia la Rotonda per poi fermarsi davanti a uno degli ingressi. Parte qualche coro, ma non ci sarà mai un momento di tensione. Solo uno riesce ad arrivare vicino al palco, inveendo su Consip e articolo 18. L’ex premier gli dà spago, un botta e risposta, niente di più.

«Basta litigare, fuori di noi ci sono M5S e Lega». Camicia bianca, pantaloni beige. Ringrazia per primi i volontari e le volontarie, Renzi, quando il segretario Lorenzo Bacci gli cede il microfono. Richiama più volte all’unità del partito, ripete che la gente ha voglia di discutere di politica e di problemi, non di vedere liti interne. Lo dice parlando all’Italia, ma anche il partito livornese – con le sue beghe – sta a sentire. «Il Pd è l’unica vera alternativa ai populismi, fuori di noi non c’è la rivoluzione socialista, ma Grillo e Salvini», e «se si sta dentro per parlar male del Pd si fa il loro gioco». E giù con l’applauso. La Lega e soprattutto il M5S sono il principale bersaglio politico del suo intervento. Che questa volta non è un monologo, ma un botta e risposta con il pubblico che fa domande. Un paio sulle pensioni: Bruna ha paura che l’iniziativa sui vitalizi porti a un ricalcolo per tutti («non avverrà, certo equiparare le pensioni dei parlamentari a quelle dei cittadini è una grande iniziativa di Richetti», le risponde); Marco, operaio classe 1975, dice che «ho iniziato nel ’94, dovrò davvero lavorare fino a 70 anni?». Renzi risponde, parla anche di immigrazione, Ius soli, Europa, caso Consip («mi ha fatto male, andrò fino in fondo per la verità»).

I sostenitori e i critici. C’è un momento in cui tutta la piazza si rivolge come una voce sola a Renzi: quando sbaglia l’accento del “dé”. Per il resto, in mezzo al pubblico, tra agli applausi convinti e calorosi dei sostenitori, c’è chi non nasconde le perplessità. Come Marcello Chimenti, sessant’anni passati, molti come militante del Pci. «Sono nato in via Garibaldi e ci sono cresciuto con il Pci», racconta a margine, dal muretto fronte mare dove si trova una buona fetta della vecchia guardia. «Sono di sinistra e ci resterò per sempre: ero qui quando è venuto il migliore di tutti, Berlinguer, e ci sono ora per Renzi». Un confronto tra i due? «Meglio di no», tira corto. Un’impressione su Renzi allora? «Sono i tempi che corrono». Dario Fattorini, giovane segretario Pd di Colle, è invece un orlandiano: «Ma quando c’è il segretario si viene ad ascoltare», dice sicuro. Accanto un appena maggiorenne, Simone Cianci: «Mi sto appassionando alla politica e Renzi è la figura che più mi ispira fiducia». Ancor più convinto sul segretario è Ivano Lupi, 74 anni, polo rossa, cresciuto nel Pci fino alla Bolognina, quando ha stracciato la tessera. «Sa quando l’ho rifatta? A gennaio, così da poter votare Renzi alle primarie». E finito il comizio, via a farsi firmare autografi.

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