Gioco
«Qui non si entra», dopo l'incendio il grattacielo degli ultimi diventa blindato
Livorno, viaggio dopo le fiamme nella Torre. Il via vai degli occupanti nell’ex sede del Catasto. I vicini: «Gente perbene, ma non c’è sicurezza»
LIVORNO. «Dove vuoi andare?». «A fare un giro dentro alla Torre, sono un giornalista: posso entrare?». «No guarda, non è proprio possibile, fino a quando le cose non si sistemano entra solo chi abita qui, tanto te lo dico già io: nessuno ha voglia di parlare, siamo tutti in ansia per Marcella, la situazione è delicata, cerca di capire...».
Maurizio, pantaloni corti e maglietta blu con il logo arcobaleno del sindacato Usb, si rimette a sedere su una vecchia sedia all’ingresso del grattacielo della Cigna, diciannove piani di cemento occupati da un anno e mezzo dall’esercito multietnico dell’emergenza abitativa.
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Accanto a lui un ragazzino e una ragazzina gli fanno compagnia: lei ha un vestito a fiori e una ruota color oro in mano, lui indossa pantaloncini e maglietta. Al guinzaglio dell’uomo, accucciato all’ombra, c’è Lucky, il cane meticcio che nella mattinata di mercoledì 2 agosto è stato salvato dalle fiamme che hanno avvolto l’alloggio al terzo piano dove l’animale viveva con la sua padrona, la sindacalista Marcella Ribechini, 53 anni, ricoverata da due giorni in fin di vita con ustioni sul 70% del corpo. «Come sta il cane? Stanotte l’ho tenuto con me – va avanti Maurizio facendogli una carezza – ma ha vomitato fino a stamattina, deve essere per quello che ha respirato nell’incendio. Poi ha un problema all’occhio sinistro, appena possibile lo portiamo da un veterinario».
Alle spalle del guardiano della Torre occupata, dietro alla ciotola dell’acqua e alle crocchette per Lucky, c’è una porta a vetri che dà accesso alla struttura privata dove oggi vivono circa duecento persone, tra cui una quarantina di bambini, l’ultimo nato pochi giorni fa. Nella parte più alta c’è una scritto nera fatta con una bomboletta spray: «Chiudere la porta, grazie». Appoggiate all’ingresso alcune cassette con dentro pomodori e albicocche marce, in mezzo al piazzale un cumulo di tubi tagliati e laterizi, poco distante ciò che rimane dell’incendio del giorno precedente: una sedia decomposta e bruciacchiata.
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Ma è alzando gli occhi verso l’alto che si capisce da dove arrivi l’odore acre di fumo che ti entra nel naso fino a raggiungere i polmoni. Da due finestre, quelle nelle quali viveva la sindacalista, si vedono le pareti nere, divorate dalle fiamme. La procura ha disposto il sequestro dell’area e interdetto l’accesso a quel piano. Ma nel resto della struttura, nonostante la paura delle fiamme e soprattutto delle conseguenze dell’incendio che ha riacceso il dibattito tra diritto alla casa e legalità, la vita va avanti. Alle finestre sventolano i panni messi ad asciugare, dal garage sotterraneo nel quale da anni c’è il problema dell’infiltrazione di acqua, escono una macchina e un motorino mentre un signore a torso nudo si affaccia per vedere cosa sta succedendo più in basso.
Da via campo di Marte, la stradina che dalla zona industriale del Picchianti porta all’ingresso dell’ex palazzo dell’Agenzia delle Entrate e del Catasto arriva una donna, scavalca il cancello, saluta Maurizio e i ragazzi, prende dalla borsa la chiave ed entra. Passano due minuti ed ecco altre due donne: chiedono di Marcella, gli offrono una sigaretta a Maurizio e si danno appuntamento a più tardi. «Ci vediamo stasera alla riunione», dicono per salutarlo. Rossana abita nel palazzo di fronte al grattacielo occupato, entra con la auto nel parcheggio interno, si ferma e guarda verso l’alloggio andato in fiamme. «Contro le persone che occupano non ho nulla, anzi, sono gente perbene, chiarito di non mettere le auto davanti al nostro cancello non abbiamo mai avuto problemi. Ma è ovvio – va avanti – che un problema sicurezza esiste anche al di là dell’incendio. Come cucinano? Con che cosa? L’altra mattina – racconta – quando ho sentito le grida mi sono affacciata e sono stata presa dal panico. Per fortuna sono arrivati i vigili del fuoco. Ma ripeto: il problema resta perché che questo edificio sia pericolante lo sanno tutti, altrimenti il Catasto e l’Agenzia delle Entrate sarebbero rimasti e non si sarebbero trasferiti altrove, ma essendo privato il Comune e le istituzioni fanno il classico scaricabarile». E non risolvono la situazione.
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