Gioco
Il viaggio di Nespoli nello spazio è cominciato da Livorno
L’astronauta è un ex parà della Folgore che ha vissuto per 5 anni nella nostra città Nel cosmo gli esperimenti della Kayser sognando la missione che punta a Marte
LIVORNO. Le 60 candeline sulla torta di compleanno le ha spente quasi quattro mesi fa, agli inizi di aprile: Paolo Nespoli, l’astronauta tornato adesso per la terza volta fra le stelle a sessant’anni suonati, è la rivincita dei cinquantenni. Aveva giusto appena festeggiato i cinquant’anni nel 2007 quando lo spedirono nel cosmo per la prima delle sue missioni nello spazio, tre anni più tardi il nuovo lunghissimo round in assenza di gravità. E adesso la terza volta. Ma gli enti spaziali internazionali non arruolano gli astronauti fra i giovani che magari hanno una altissima capacità fisica ma mancano di esperienza. Nespoli è un veterano che rappresenta un caso unico in Europa, ma in genere il personale civile e militare che vola nel cosmo è quantomeno attorno ai quarant’anni. Non è tutto. La sua storia è la riprova che è possibile cinquistarsi il diritto a una seconda opportunità. Come quando alle soglie dei trent’anni ha deciso di mettere da parte il lavoro come parà. «Mi sono detto che avevo fin da bambino il sogno di diventare astronauta e che non volevo rinunciarci»: sono le sue parole per dire com’è nata la scelta matta di rimettersi sui libri per diventare ingegnere e poi buttarsi nella lunghissima trafila di un allenamento quasi ventennale per entrare nel ristrettissimo gruppo di quanti sono chiamati a andare in orbita. E adesso in quello – ancor più ristrettissimo – di quanti hanno compiuto tre missioni in dieci anni: un record.
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A Livorno Nespoli si sente di casa o quasi: anche negli ultimi mesi l’hanno visto spesso sulla provinciale per il Gabbro per raggiungere la sede della Kayser all’ex Barcas. Mica erano visite di cortesia: aveva da prendere dimestichezza con i nuovi bio-esperimenti che l’azienda aerospaziale livornese ha mandato anche questa volta nel blu dipinto di blu, a bordo della Stazione spaziale internazionale che vola a 28mila chilometri orari su un’orbita che sta 400 chilometri al di sopra delle nostre teste. Quel tratto di boscaglia a un tiro di schioppo da Valle Benedetta e Colognole, in realtà, aveva imparato a conoscerlo nella sua vita “precedente”: «Sono stato per cinque anni a Livorno nei parà della Folgore», racconta al Tirreno. «Avevo 23 anni ed ero nel 9º battaglione d'assalto del Col Moschin, poi sono andatoin Libano per partecipare la missione internazionale guidata dal generale Franco Angioni». Poi un ricordo curioso: «Il letto del ruscello qui sotto la Kayser? Quante volte l’hofatto con zaini pesantissimi durante le esercitazioni. Non so come dirlo ma avevo la percezione che sarei tornato da queste parti. Ed eccomi qui...». «Questa missione – spiega l’ingegner Valfredo Zolesi, padre fondatore dell’azienda aerospaziale labronica Kayser – porterà nella Stazione internazionale tredici esperimenti selezionati dall’Agenzia Spaziale Italiana: in gran parte sono biomedici. In un modo o nell’altro siamo coinvolti praticamente in tutti». Il motivo? Presto detto: «Noi Kayser siamo i realizzatori di numerosi apparecchi sperimentali per effettuare i test nel cosmo ma siamo anche il centro di controllo per aiutare gli astronauti a effettuare nello spazio i test così come sono stati immaginati dagli studiosi che li hanno messi a punto».
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Ad esempio, stavolta è in ballo un esperimento che ha come referente scientifico il prof. Lulli dell’università di Firenze: punta a scorprie quali contromisure si possano prendere per riparare le lesioni che le radiazioni cosmiche possono causare alla retina dell’occhio e come il bulbo oculare reagisce all’assenza di gravità. Già, perché il fattore gravità non è solo quella buffa cosa che fa rizzare i capelli sulla testa delle astronaute o manda a spasso l’acqua in mezzo alla navicella spaziale. La comunità aerospaziale internazionale si è data l’obiettivo di puntare allo sbarco su Marte nel giro di una ventina d’anni, forse un po’ di più: e il problema principale è riuscire a capire cosa succede al corpo degli astronauti in seguito a un lunghissimo periodo di assenza di gravità. Sono proprio questi gli studi che vedono la Kayser all’avanguardia: per dirne una, vagliando la fisiologia della mano e, più complessivamente, il deterioramento della forza muscolare in orbita. Ve lo ricordate che, una volta rientrata a terra la navicella spaziale, l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti è stata sollevata di peso perché non era in grado di camminare da sola?
«Questo – aggiunge Zolesi – vale per la percezione psicologica, per il tono muscolare, per la calcificazione delle ossa. Con una possibile ripercussione sulle strategie per curare pazienti assai più normali degli astronauti: un po’ come le ricadute tecnologiche che dalla Formula Uno dopo 10-15 anni troviamo sulle auto di serie». L’esempio clou è quello dell’osteoporosi: «Negli astronauti la calcificazione delle ossa si riduce dell’un per cento al mese quando sono nel cosmo. È come una macchina che accelera le dinamiche del corpo umano: più veloci, ma le stesse di qualunque anziano». C’è anche un test con l’uso di un nuovo modello cellulare di staminali («adulte e autologhe») per verificare quale potenziale terapeutico possano avere sul fronte della rigenerazione del tessuto ossea in assenza di gravità.
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Il problema è sempre il solito: «Quando sei in orbita non c’è nessuno che venga a cavarti dagli impicci – come afferma Nespoli – e io sarà pure ingegnere e straonauta, ma lassù divento anche elettricista, idraulico e tutto quel che c’è da inventare se ce n’è bisogno». Inutile dire, il primo test di cui si sente la necessità a bordo riguarda le condizioni di salute dei cosmonauti: stavolta Nespoli potrà contare su un esperimento Kayser (referente il prof. Roda dell’ateneo bolognese) che si basa su un biosensore che utilizza il cortisolo come marcatore della saliva per “misurare” lo stress di ciascun astronauta. Lo spettro degli esperimenti – come raccontano dal quartier generale della Kayser – si allarga anche ai “nanomateriali”: cioè materiali di dimensioni piccolissime, ad esempio tubi, per capire come poterli utilizzare.
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