Noi del buccellato tra Puccini, Ungaretti e, chissà, New York
Taddeucci sforna il tipico dolce lucchese da 5 generazioni. L’erede Marino: «E ora il sogno di sbarcare negli Stati Uniti»
LUCCA. Giacomo Puccini era uno dei clienti più affezionati.
«Il bisnonno di mio padre lo vedeva arrivare da lontano. La sua figura era inconfondibile: elegante nel cappotto a doppio petto, con l’immancabile cappello che celava i capelli ondulati. Attraversava tutta la piazza per venire da noi a comprare il nostro buccellato». Era fine Ottocento e il forno Taddeucci già segnava la storia della Lucca artigiana. All’epoca il negozio, situato nello storico fondo in piazza San Michele, dove si trova tuttora, si chiamava La Fabbrica del Buccellato. Oggi l’insegna recita solo “Taddeucci” a sottolineare che dietro quella specie di ciambella, dolce povero per eccellenza c’è un’arte di famiglia che si tramanda da 5 generazioni. C’è la storia, c’è passione, ci sono le tradizioni e le nuove sfide. Ma il lavoro di ogni giorno fonda le sue radici in quel 1881, data che ha segnato l’inizio di un’epoca. In una scia di aneddoti che l’erede al trono dei fornai, Marino Taddeucci, anni 33, racconta con orgoglio ed ironia.
Che dire della dedica che niente meno Giuseppe Ungaretti rivolse al dolce lucchese? «La sto cercando all’impazzata! – dice il giovane artigiano – La voglio inserire a tutti i costi tra i cimeli di famiglia che non sono pochi». Alcuni dei quali si possono trovare fieramente appesi nel negozio in piazza San Michele. Qualche esempio? La foto di Giovanni Paolo II che riceve il buccellato dalla Diocesi di Lucca è uno dei ricordi di cui la famiglia va più fiera. «Il Pontefice morì proprio quell’anno, purtroppo non stava già bene, ma apprezzò moltissimo il nostro buccellato». Le audaci imprese dei fornai lucchesi hanno oltrepassato anche la Manica. Era il 1985 quando il principe Carlo d’Inghilterra, accompagnato da Bona Frescobaldi, volle recarsi personalmente nel negozio lucchese per assaggiare il rinomato dolce. «A lui piacque moltissimo perché al primo morso capì che si sposava perfettamente con il tè all’inglese», dice Marina. Dal Regno Unito ai cugini americani il passo è (si fa per dire) breve. Che soddisfazione vedere il buccellato Taddeucci figurare tra i mille cibi da mangiare prima di morire secondo il giudizio di una guru internazionale dell’enogastronomia come Mimi Sheraton, già firma di prestigio nel New York Times. «Ci ha citato anche nel suo libro», sottolinea Marino. E non mancano note di colore. «Una sera eravamo tutti insieme in famiglia a guardare il quiz show di RaiUno, L’Eredità – racconta Marino con il sorriso sulle labbra – quando venne fuori una domanda sul buccellato in cui veniva descritto esattamente il nostro dolce, con chiari riferimenti, ma senza nome, per evitare di fare pubblicità...».
E allora si capisce bene quanto fu lungimirante, ma soprattutto quanto sentimento, il bisnonno di Marino, Giulio Tadeucci, aveva nel cuore quando, prima di partire soldato nella Seconda Guerra Mondiale, radunò la famiglia per un discorso solenne. Il forno sarebbe rimasto chiuso qualche anno, fino a che l’uomo di famiglia non fosse tornato dal fronte. Ma in tempo di guerra non si sa mai cosa potrebbe accadere. Lo racconta Marino: «Mia zia Anna, figlia di Giulio, narra che a sua moglie “Gè”, il mio bisnonno disse: “Ti do la ricetta del buccellato e le chiavi del negozio perché, se non dovessi tornare dalla guerra, voglio che l’attività prosegua con te e con i nostri figli». Parole che fanno rabbrividire e che danno il senso di un “amore” che viene da lontano, nel tempo.
In principio fu Jacopo, poi Giulio, poi Marino (morto), quindi i fratelli Giulio e Magalì, e infine il 33enne Marino e i cugini Federico e Giacomo. Tutti Taddeucci. Marino gestisce la “baracca”, i suoi cugini lavorano chi nel laboratorio chi nell’amministrazione, sua moglie si occupa del packaging e così via. «Tra parenti non è sempre rose e fiori – riflette il fornaio – Si litiga spesso: chi la vuole in un modo e chi in un altro, ma alla fine ci vogliamo un gran bene. Il buccellato è la nostra vita: nessuno di noi ha mai veramente pensato di cambiare mestiere e spero che mia figlia Stella prosegua la tradizione: io e mia moglie le abbiamo dato il doppio cognome così che un domani lei potrà continuare la stirpe Taddeucci. Io ho fatto il calciatore a livello professionale, ma ho sempre scelto le squadre vicino a Lucca».
Ma cosa ha di diverso dagli altri il buccellato Taddeucci? «Lo facciamo fresco ogni mattina – risponde Marino – senza grassi né conservanti. Ed è buono anche dopo qualche giorno. Il segreto sta nel lievito madre che viene coccolato quotidianamente come fosse un figliolo!». Sogno nel cassetto? «Mi piacerebbe tanto aprire a New York, chissà, magari per i 150 anni...».
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