Gioco
“OVOSODO” CI HA RESI PIÙ RICCHI
di CLAUDIO FRONTERA
Claudio Frontera, allora presidente della Provincia, fu uno dei primi a recensire il film “Ovosodo”. Lo fece per Il Tirreno dalla Mostra del Cinema di Venezia, dove assistette alla proiezione prima...
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Claudio Frontera, allora presidente della Provincia, fu uno dei primi a recensire il film “Ovosodo”. Lo fece per Il Tirreno dalla Mostra del Cinema di Venezia, dove assistette alla proiezione prima che il film uscisse nelle sale. Ripubblichiamo l’articolo uscito nel settembre 1997
S
ono uscito dalla visione del film, segnata da applausi a scena aperta e da una calorosa ovazione finale, convinto di aver assistito ad un'opera di notevole valore cinematografico, fresca ed attuale quanto raffinata. Una storia di formazione, con al centro un giovane di oggi, che scopre i sentimenti, l'amicizia e l'amore, la durezza della vita, il valore della cultura. Lo fa quasi giocando, con quell'ironia che caratterizza i livornesi. E ciò che è più importante, fuori da schemi e luoghi comuni. Perchè la Livorno di Virzì è sì popolare, ma non popolaresca. I suoi personaggi sembrano a tratti simili ai consueti protagonisti di tante commedie all'italiana. Ma poi ti sorprendono, per un pensiero più profondo di quello che ti aspetti, per la gentilezza d'animo, la cultura.
Ti trovi così a spaziare dalle atmosfere tipiche di un film, che so, di Ettore Scola, a quella di un film di Francois Truffaut. Ma dietro c'è soprattutto Livorno, questa città particolare, «fine e popolare», come la definisce un altro livornese, Giorgio Caproni, uno dei maggiori poeti italiani del Novecento. Livorno non è intesa, di solito, come terra di poeti. Eppure pochi come il poeta Caproni (al quale è significativamente intitolato il Liceo livornese immaginario di Virzì), hanno compreso ed espresso queste sue peculiarità.
La favola di Piero, il protagonista di Virzì, ha una morale in parte amara e in parte ottimistica, aperta sul futuro, ma senza illusioni. E «politically correct» e ci parla di un'Italia di grandi trasformazioni, di grandi speranze e di grandi difficoltà. Ma è soprattutto una favola di delicati sentimenti, in cui spiccano personaggi di forte intensità, come la professoressa di lettere che offre a Piero quei riferimenti che gli erano mancati, ne coltiva la sensibilità e ne fa una persona responsabile e matura.
Nel film si ride, si sorride, ci si commuove e si arriva in fondo con emozione: una storia vera, realistica, che non è priva di incanto e di poesia. Vengono in mente i grandi maestri del realismo, italiani, ma anche francesi, che ci hanno dato le grandi opere cinematografiche del passato. Che oggi la sensibilità di quei maestri ritorni e ritorni in un film attuale e fresco, è una sorpresa che capita raramente.
Vedendo scorrere i titoli di coda non potevo far a meno di pensare: da quanti anni aspettavamo un film così. Di autori livornesi (regia, soggetto e scenggiatura). Con attori livornesi. Che parla di Livorno e in modo nuovo, proponendone un'immagine realistica, ma non scontata. E mi tornava in mente proprio Giorgio Caproni, al quale personalmente consegnai la «Livornina d'oro» nel 1984, auspicando per Livorno il ritrovarsi, il ritrovare la propria identità fuori dai luoghi comuni.
Come un fiume carsico spunta dopo un tragitto sotterreneo, ecco d'improvviso, dopo tanto tempo, che quel progetto prende forma in un film, che proporrà nei circuiti nazionali e fuori dal nostro paese la Livorno dei proletari gentili, popolare ma non certo impermeabile ai valori umani e culturali. Estranea solo all'ipocrisia delle buone maniere. La Livorno con un grande cuore che conosciamo e che sta stretta nelle raffigurazioni superficiali a cui era stata (ed in parte si era auto) condannata. Dopo «Ovosodo» Livorno è una città più ricca.
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ono uscito dalla visione del film, segnata da applausi a scena aperta e da una calorosa ovazione finale, convinto di aver assistito ad un'opera di notevole valore cinematografico, fresca ed attuale quanto raffinata. Una storia di formazione, con al centro un giovane di oggi, che scopre i sentimenti, l'amicizia e l'amore, la durezza della vita, il valore della cultura. Lo fa quasi giocando, con quell'ironia che caratterizza i livornesi. E ciò che è più importante, fuori da schemi e luoghi comuni. Perchè la Livorno di Virzì è sì popolare, ma non popolaresca. I suoi personaggi sembrano a tratti simili ai consueti protagonisti di tante commedie all'italiana. Ma poi ti sorprendono, per un pensiero più profondo di quello che ti aspetti, per la gentilezza d'animo, la cultura.
Ti trovi così a spaziare dalle atmosfere tipiche di un film, che so, di Ettore Scola, a quella di un film di Francois Truffaut. Ma dietro c'è soprattutto Livorno, questa città particolare, «fine e popolare», come la definisce un altro livornese, Giorgio Caproni, uno dei maggiori poeti italiani del Novecento. Livorno non è intesa, di solito, come terra di poeti. Eppure pochi come il poeta Caproni (al quale è significativamente intitolato il Liceo livornese immaginario di Virzì), hanno compreso ed espresso queste sue peculiarità.
La favola di Piero, il protagonista di Virzì, ha una morale in parte amara e in parte ottimistica, aperta sul futuro, ma senza illusioni. E «politically correct» e ci parla di un'Italia di grandi trasformazioni, di grandi speranze e di grandi difficoltà. Ma è soprattutto una favola di delicati sentimenti, in cui spiccano personaggi di forte intensità, come la professoressa di lettere che offre a Piero quei riferimenti che gli erano mancati, ne coltiva la sensibilità e ne fa una persona responsabile e matura.
Nel film si ride, si sorride, ci si commuove e si arriva in fondo con emozione: una storia vera, realistica, che non è priva di incanto e di poesia. Vengono in mente i grandi maestri del realismo, italiani, ma anche francesi, che ci hanno dato le grandi opere cinematografiche del passato. Che oggi la sensibilità di quei maestri ritorni e ritorni in un film attuale e fresco, è una sorpresa che capita raramente.
Vedendo scorrere i titoli di coda non potevo far a meno di pensare: da quanti anni aspettavamo un film così. Di autori livornesi (regia, soggetto e scenggiatura). Con attori livornesi. Che parla di Livorno e in modo nuovo, proponendone un'immagine realistica, ma non scontata. E mi tornava in mente proprio Giorgio Caproni, al quale personalmente consegnai la «Livornina d'oro» nel 1984, auspicando per Livorno il ritrovarsi, il ritrovare la propria identità fuori dai luoghi comuni.
Come un fiume carsico spunta dopo un tragitto sotterreneo, ecco d'improvviso, dopo tanto tempo, che quel progetto prende forma in un film, che proporrà nei circuiti nazionali e fuori dal nostro paese la Livorno dei proletari gentili, popolare ma non certo impermeabile ai valori umani e culturali. Estranea solo all'ipocrisia delle buone maniere. La Livorno con un grande cuore che conosciamo e che sta stretta nelle raffigurazioni superficiali a cui era stata (ed in parte si era auto) condannata. Dopo «Ovosodo» Livorno è una città più ricca.
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