Il Tirreno

Livorno

I tumori si sconfiggeranno con cure su misura - Video

di Ilenia Reali
Lucia Aleotti presidente della multinazionale farmaceutica toscana Menarini
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Lucia Aleotti presidente della multinazionale farmaceutica toscana Menarini

Lucia Aleotti (Menarini) racconta gli ultimi sviluppi della ricerca farmaceutica 

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Tre miliardi e mezzo di euro di fatturato nel 2016 (+4%) di cui il 73% realizzato all’estero, 411 milioni di margine operativo lordo e quasi 17.000 dipendenti (di cui 500 assunti l’anno scorso). Menarini è una delle poche multinazionali familiari italiane. L’unica italiana nel board europeo del settore. Dai suoi stabilimenti partono per tutto il mondo milioni di confezioni di Fastum, VivinC, Sustenium, solo per fare alcuni nomi di farmaci tra i più conosciuti.

Lucia Aleotti, riconfermata nei giorni scorsi alla presidenza della multinazionale, figlia di Alberto, lavora in azienda dal 1993 ma di fatto la sua vita si intreccia con la Menarini da sempre. Il volto le si illumina: «Mi ricordo l’ingresso dell’azienda e mi pareva grandissimo, forse perché ero piccina. Spesso partivamo il venerdì sera per andare al mare. Venivamo a prendere il babbo e il babbo non era mai pronto. Quante ore di attesa nell’anticamera dell’azienda con l’odore della produzione ovunque, quell’odore di vitamine che ancora oggi ho nel naso».

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Il suo ingresso in azienda risale al 1993. L’anno prima era stata acquistata la Berlin Chemie, azienda statale della Germania Est. Una scommessa e la rampa di lancio a livello internazionale per Menarini.

«Era già tutto diverso rispetto al mio ricordo di bambina. Tutto molto interessante e tutto molto incomprensibile. Tutto quello che avevo studiato, quella costruzione solida che l’istruzione ti dà, nel momento in cui arrivai qui mi sembrò inutile. La complessità, la difficoltà di capire il mondo della ricerca, delle risorse umane, dei mercati internazionali. Fu qualcosa che mi lasciò totalmente spaesata e disorientata».

Era un periodo straordinario per l’azienda.

«Sì, proprio in quel momento era appena avvenuta l’acquisizione di Berlin Chemie, c’era stata la caduta del muro e le aziende della Germania Est, che erano di Stato, venivano privatizzate. Tutta l’azienda era focalizzata su questo grandissimo passo. I nostri manager andavano a Berlino: lì si parlava il tedesco e il russo e noi parlavamo l’italiano e l’inglese. In quel momento là si giocava una sfida che si poteva e doveva vincere ma che poteva rappresentare il fallimento dell’azienda. Io non avevo alcun ruolo, ovviamente. Cercavo di ascoltare, di capire, di apprendere con la sensazione di essere stata catapultata in un mondo di cui anch’io non parlavo la lingua».

Fu la svolta per Menarini.

«Menarini era già un’azienda internazionale, era già presente in Spagna, in Portogallo, in Grecia ma fu in quel momento che cambiammo mentalità. Una crescita che continua con la prospettiva di portare l’azienda nei Paesi che hanno le maggiori potenzialità di sviluppo. Da una parte l’espansione geografica, dall’altra un rafforzamento delle aree della ricerca che puntano su una medicina di precisione e quindi sempre più avanzata: nell’oncologia, come farmaco e come diagnostica».

Un’azienda del mondo ma con la testa in Toscana. Significa qualcosa dal punto di vista delle scelte strategiche?

«Un elemento comune per le aziende a carattere familiare, siano piccole o grandi, anche quando crescono è quello che comunque il tuo territorio, quello in cui l’azienda è nata e prosperata, rimane in qualche modo un luogo che tendi a privilegiare. È abbastanza logico: quando abbiamo acquisito l’azienda in Asia, ad esempio, sono state assunte persone anche a Firenze perché anche da qui c’è la necessità di seguirne il business. Oppure, se affronti una nuova ricerca cerchi le competenze nel mondo ma la testa quasi sempre resta a Firenze. Non per nulla negli ultimi cinque anni abbiamo assunto 200 persone qui. Dato che in Toscana consideriamo medio-grandi aziende di 50 dipendenti, è come se ne avessimo aperto quattro».

Quali sono i vostri piani di sviluppo nella regione?

«Abbiamo creato una nuova joint venture nell’area dei vaccini a Rapolano Terme, in provincia di Siena. Si chiama VaxYnethic: poteva essere collocata ovunque nel mondo dal momento che nasce dal nulla. In Toscana ci sono competenze molto elevate sui vaccini ma ci sono anche altrove: in Belgio, per esempio. Noi abbiamo scelto la nostra Toscana».


E dal punto di vista della ricerca qual è il vostro punto più avanzato?

«Abbiamo una forte focalizzazione nell’area dell’oncologia che negli ultimi anni è cambiata moltissimo e che sta focalizzandosi sulle caratteristiche genetiche dei tumori. Sempre di più ci saranno farmaci molto specifici e mirati, quasi personalizzati. Attualmente abbiamo quattro farmaci antitumorali su cui facciamo ricerca e sviluppo. Erano tre qualche mese fa, tanto per rendere l’idea. Ad aprile abbiamo firmato un accordo con un’azienda polacca per lo sviluppo di un farmaco per la leucemia mieloide acuta.Una sfida affascinante ulteriore è creare anticorpi che possano agganciarsi alle cellule tumorali: portano con sé delle tossine che si abbattono sul tumore distruggendolo. È una frontiera che ci vede molto attivi».

Quando potremo avere a disposizione i farmaci “intelligenti” per combattere i tumori?

«Il bello è brutto della ricerca farmaceutica è proprio questo: non si sa se li avremo. Un composto che inizia la sua vita in ricerca ha poche probabilità di arrivare in fondo: il meccanismo della complessità umana è tale che possono insorgere effetti collaterali, cioè l’aggancio sulla cellula può non avvenire nell’organismo così bene come era stato programmato. Tantissime possono essere nella vita reale della ricerca farmaceutica le difficoltà. Sappiamo che questi farmaci non sostituiranno i chemioterapici, perché non sempre si potranno usare farmaci mirati o alternativi. Per alcune tipologie di tumore la chemio rimarrà e sarà tra le migliori opzioni terapeutiche: l’arsenale del medico oncologo però dovrà essere più fornito. Il tumore è orribile proprio perché muta e quindi le cellule che sopravvivono a un primo ciclo di terapia cambiano e si moltiplicano rendendo necessaria una nuova e diversa arma per questa seconda linea e poi per una terza linea».

Lei sta descrivendo una guerra...

«In un certo senso sì. Si usano armi diverse in stadi diversi. Per questo abbiamo raccolto la sfida di una start up bolognese acquisita nel 2013 (Silicon Biosystems) e che ha un sistema brevettato. Una start up creata da due ingegneri: una storia di intraprendenza, di coraggio, di chi si è giocato tutto su questa idea. Hanno messo a punto una tecnologia che è in grado di isolare cellule rare dal sangue. Una volta individuata questa cellula si ha la possibilità di sfilarla e inviarla a un’analisi genetica completa. Sa cosa significa? Che da un monitoraggio periodico del paziente si sarà in grado di cogliere i primi segni di mutamento del tumore per aggredirlo il prima possibile individuando da subito la terapia necessaria».





 

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