Il Tirreno

Livorno

due condottieri (e una colomba) 

Con Italo Piccini fra liti e patti Così il nostro scalo fece boom

di Mauro Zucchelli
Con Italo Piccini fra liti e patti Così il nostro scalo fece boom

LIVORNO. Pasqua sarebbe arrivata di lì a poco e la colomba con cui Marcello Fremura si era presentato a casa di Italo Piccini era un pretesto: il modo per rimettersi a parlare di porto come sempre,...

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LIVORNO. Pasqua sarebbe arrivata di lì a poco e la colomba con cui Marcello Fremura si era presentato a casa di Italo Piccini era un pretesto: il modo per rimettersi a parlare di porto come sempre, come mille altre volte ancora. O forse no: non era una confezione di pasticceria, semmai il simbolo della pace fra i due condottieri che avevano costruito una stagione memorabile della storia del nostro porto, in scia con il boom economico nazionale del dopo-ricostruzione. Dagli anni ’60 in poi, per un paio di decenni o quasi: con le banchine livornesi che scoprivano prima degli altri il fascino discreto dei container e conquistavano il primato nel Mediterraneo.

Era un successo che si basava sul patto fra i due patriarchi: Piccini (alla testa dei portuali) vs. Fremura (alla guida dell’imprenditoria privata). E se bisognava avere carisma per essere al timone dei portuali, figurarsi quale tempra era necessaria per reggere il confronto nel cuore rosso della città più rossa rivendicando logica d’impresa e spazi per la libera iniziativa a discapito del monopolio della Compagnia: ecco, Marcello Fremura era questo. Lontano per temperamento e idee dalla Livorno delle bandiere rosse eppure in grado di dialogare e scontarvisi pensando che comunque si stava costruendo il futuro di una Livorno all’altezza del porto internazionale che avevano trovato i suoi antenati quando – come racconta la penna di Aldo Santini – da Genova, prima della metà del Seicento, avevano mandato uno dei loro ad aprire uno “scagno” per il cabotaggio con la feluca “Santa Maria Bonaventura” fra la Lanterna e il Fanale. A caccia di quel mondo nuovo che allora Livorno prometteva di essere.

Se n’è andato ieri Marcello Fremura, classe 1930: nato nello stesso giorno del magnate George Soros ma legato ad una idea di mondo in cui gli affari erano affari sì ma i dogmi della finanza non erano l’unico mantra.

Nella primavera di sette anni fa era stato uno degli ultimi, al di fuori della stretta cerchia familiare, a restare a tu per tu con Italo. Da allora l’aveva sempre ripetuto: non sarebbe andata a finire così se ci fosse stato ancora Italo. L’aveva ribadito lui stesso dalle pagine del Tirreno, ed è curioso che le sue parole si ritrovino quasi identiche in quelle che pronuncia un vecchio “ex” di tante battaglie dal “fortino” di via San Giovanni: «Erano tempi in cui le ideologie contavano ancora davvero e se ti scontravi lo facevi sul serio. Ma in quella contrapposizione c’era anche rispetto e una stretta di mano valeva più di un rogito dal notaio».

«L’abbiamo sentito come un avversario sì, ma nemico no», dice. «Potevi contarci: se l’uscio della Confindustria si apriva, era lui che si affacciava per dirci che sì, forse un margine di trattativa c’era». Se a questo punto prende la parola un altro ex portuale – un altro fra tanti ex ragazzi di allora – non è per parlare degli ultimi giorni di Italo Piccini nel 2010 bensì della battaglia campale sulle banchine per i decreti Prandini: il muro di Berlino era ancora lì, il Pci da solo ha la maggioranza assoluta e il governo locale è un monocolore.

Eppure è da Livorno che batte la battaglia legale che innescherà la “rivoluzione” a livello nazionale con l’ingresso dei privati come investitori su terminal in concessione.

Era stata la “santa alleanza” delle grandi dinastie imprenditoriali livornesi a mettere in moto la valanga con la Sintermar: i privati volevano libertà d’azione e a sostenere quella spinta in avanti, nella trincea della libertà d’iniziativa privata, era Marcello Fremura. Come punto di riferimento fra gli uomini di impresa, per quanto poi la proverbiale riservatezza del casato lo abbia poi tenuto lontano dai palcoscenici di una capitalizzazione politica di quel ruolo.

Non c’è più la falce e martello sullo sfondo delle assemblee dei portuali ma non c’è più sulle banchine forse neanche quel capitalismo delle grandi dynasty imprenditoriali? Certo, la stagione è cambiatissima e le portacontainer che Fremura trattava 20-30 anni fa dal suo quartier generale di piazza Cavour magari adesso sono piccole anche per un piccolo scalo regionale. Ma guardiamo nel concreto le dinamiche che scoviamo oggi fra gru, piazzali e transtainer. La famiglia Fremura ha chiamato a Livorno, come socio della propria holding finanziaria, un gigante come Grimaldi che ormai è diventato uno dei clienti principali del nostro scalo e uno dei protagonisti delle strategie espansive che hanno al centro Livorno.

Certo, sono sbarcati i grandi fondi e i grandi operatori internazionali: con la Msc che ha acquisito quote nel terminal di Enio Lorenzini, con il gruppo di Vincenzo Onorato che ha rilevato il controllo di Ltm da Renzo Conti, con i fondi Infracapital e Infravia che ora hanno in cassaforte l’80% del terminal Tdt. Tuttavia, la stagione delle grandi dinastie non è sparita del tutto anche se muta l’identikit del capitalismo familiare: sulla scena ci sono i Fremura, ci sono i Neri, cresce il ruolo del genovese Giulio Schenone e Luigi Negri resta con Cilp e Blue Navy. Già, ci vorrebbe un altro punto di riferimento come Marcello Fremura.

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