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Violenza sulle donne, Valentina Vezzali: «Le denunce non bastano per fermare gli stalker»
Valentina Vezzali, 6 ori olimpici di fioretto, spiega il suo impegno per le donne: «Continuiamo a essere colpite anche dopo le denunce e nessuno ci fa nulla»
ROMA. «Non si riesce a impedire che la violenza si ripeta ancora e ancora. E neppure che gli uomini violenti vengano scarcerati rapidamente». Valentina Vezzali, cita almeno due buone ragioni per occuparsi di violenza contro le donne. Sono quelle che, da deputata di Scelta civica, la portano a presentare due proposte di legge: una per sollecitare l’uso dei braccialetti salva-vita (al centro della campagna de Il Tirreno) e una per istituire un fondo (presso il ministero della Giustizia) da 10 milioni l’anno per le donne perseguitate, maltrattate, picchiate.
Riposti i 6 ori olimpici nel fioretto, la migliore schermitrice di tutti i tempi mette nella difesa delle donne lo stesso impegno che l’ha vista protagonista delle stagioni in pedana.
Onorevole Vezzali, perché la scelta di questa battaglia?
«La cronaca ci ha raccontato dall’inizio dall’anno ad oggi di 30 episodi di femminicidio. Nel passato ne abbiamo registrato fra i 170 e 200 casi per anno. Numeri importanti che impongono una riflessione».
Perché in particolare di misure di prevenzione della violenza sulle donne?
«È indubbio che ci portiamo dietro ancora molti retaggi culturali. Fra questi l’idea che un marito o un compagno possano esercitare violenza psicologica su donne che pagano il fatto di voler bene a questi uomini e, quindi, tendono a perdonare persino le violenze fisiche subite. Si tende ancora a giustificare la violenza del partner geloso.
Le statistiche dicono che nel 20% dei casi, sono state colpite (per fortuna non sempre in modo mortale) donne che avevano sporto denuncia e segnalato comportamenti aggressivi dei partner. Come è chiaro che la maggior parte di questi episodi nasce in ambiente familiare. Tanto è vero che il legame affettivo oggi è considerato un’aggravante dalla legge».
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Quale parte della legislazione vigente ritiene più debole rispetto alla tutela della violenza contro le donne?
«Quella appena descritta: che cioè non è possibile impedire il reiterarsi della violenza anche dopo la denuncia. E il fatto che anche se condannati, i violenti tornano rapidamente in libertà. Le riduzioni di cui beneficiano (patteggiamento e buona condotta) fanno sì che dopo un certo numero di anni i maltrattanti vengano rilasciati. Ho conosciuto donne che vivono in un incubo al solo pensiero di poterseli trovare di nuovo davanti. Famiglie che hanno perso figlie giovanissime e che trascorrono anni in attesa di una condanna del colpevole».
Prima di diventare parlamentare come si è impegnata per le donne? E per contrastare il fenomeno della violenza?
«Ho sempre denunciato la discriminazione che vive il mondo sportivo, diviso fra professionismo e dilettantismo. Le donne sono considerate dilettanti e per questo, pure a fronte di un impegno agonistico totalizzante, vivono in assenza di tutele (maternità, pensione, infortuni). Ho prestato la mia immagine per campagne di sensibilizzazione per il tumore al seno, per Telethon. L’impegno nel sociale è sempre stato una parte importante della mia vita sia sportiva che istituzionale.
Di violenza sulle donne mi sto occupando più ora, da parlamentare. Perché ascoltando testimonianze ho capito che c’è bisogno di maggiori tutele. Una mia proposta di legge introduce l’educazione affettiva. Ritengo che su questo piano molto si possa fare dalla scuola».
Perché avanza una proposta di legge sull’obbligatorietà del braccialetto elettronico anti stalker?
«Per evitare, almeno nel 20% dei casi denunciati, cosiddetti “noti”, che la persona segnalata possa provarci ancora, possa portare a compimento il delitto mancato. Spesso dopo una denuncia, le vittime ricevono promesse di morte. I persecutori divengono, esasperati dalla denuncia, più determinati».
Chi la appoggia?
«Ho avuto il sostegno di tutto il gruppo di Scelta Civica, Ala, Maie, oltre che di alcuni colleghi di altri gruppi politici. E l’ho ricevuto con molto convincimento da una prevalenza di uomini. Un segno di grande maturità di deputati che non hanno visto in queste proposte un tentativo di strumentalizzare la disputa uomo-donna, ma quello di sostenere con interventi di civiltà delle persone in difficoltà».
Chi l’ha ispirata?
«Un avvocato che ha difeso alcune vittime. In sede di presentazione delle proposte di legge contro la violenza, mi ha fatto conoscere donne coraggiose che hanno dimostrato grande determinazione nel denunciare violenze e che vivono in attesa del pronunciamento della giustizia. Una è sopravvissuta a coltellate e violenze diffuse fingendosi morta. Una madre ha perso la figlia di 18 anni, finita dal compagno con 48 coltellate di cui 8 inferte sul volto: oggi si trova a crescere da sola una nipotina di 4 anni. Un’altra mamma ha perso una figlia di 11 anni, uccisa dal padre (suo marito) che ha tentato di ammazzare anche la sorellina più grande, salvata dall’intervento dei due figli maschi. La loro richiesta non è di essere portate in strutture dove si può trovare protezione e assistenza. Sono donne che chiedono di avere un lavoro perché vogliono tornare a vivere».
Nella sua proposta di legge, lei affida al questore la decisione di attivare il braccialetto elettronico. Oggi, però, la legge affida al giudice questa facoltàdi limitare la libertà dell’indagato/imputato.
«Di questo parleremo in Parlamento, anche confrontandoci fra colleghi, molti dei quali avvocati. Ogni proposta nasce per essere discussa e migliorata. Non con la pretesa di sottrarre competenze o rendere più complicato il campo di applicazione di una norma. Prima che i tribunali sono le questure i luoghi dove si ricevono le segnalazioni. Le autorità di polizia sono quelle che accorrono sui luoghi dove avvengono i diverbi o le violenze. E non sempre a un esposto fa seguito una denuncia».
Oggi la norma sul braccialetto elettronico anti stalker è formulata, secondo alcune giuriste dell’università di Pisa, in modo da impedire che venga attivato: a) in caso di divieto di avvicinamento alla vittima; b) per reati come lo stalking il tentato omicidio, le lesioni gravi. Come pensa di rimediare?
«Quando si pensa a un provvedimento si pensa anche che certi episodi che nascono come normali dinamiche familiari e poi si acuiscono per violenza e ripetitività hanno una forte probabilità di divenire pericolosi. Le testimonianze di familiari e vicini ci dicono che un atto violento che si trasforma in femminicidio non scaturisce solo da raptus, ma spesso è determinato da anni di incomprensioni e dissidi, da difficoltà economiche, da relazioni complicate.
Le norme non possono rimanere rigide, vanno interpretate e se le esigenze mutano, possono e devono essere cambiate per adeguarle a scenari nuovi».
Quante donne sono vittime di violenza da parte di uomini che hanno violato il divieto di avvicinamento o l’allontanamento dalla casa familiare?
«Non ho questo dato. Ma non dobbiamo commettere l’errore di pensare che un fenomeno vada affrontato e contrastato solo se numericamente o statisticamente rilevante. Qui parliamo di persone. Di soggetti che se possiamo conservare in vita, abbiamo il dovere morale di spenderci affinché si salvino. Io non sono per le battaglie che portano consenso. Sono per aiutare chi è in difficoltà, gli ultimi».
Ha in programma iniziative per sostenere questa sua iniziativa legislativa?
«Per ora no. C’è un po’di incertezza sul tempo che ci divide dal voto. Mi è stato proposto di creare un’associazione. Ci sto pensando».
Che cosa farà se non riuscisse a portare a termine entro la legislatura queste proposte di legge?
«È prematuro fare una strategia senza sapere quali sono le prospettive. Parlare di queste proposte è, però, un modo per denunciare, per evitare che ci si possa abituare alla violenza, per dare a chi è coinvolto in casi di femminicidio speranza e voce. Peggio sarebbe lasciar passare il tempo e dimenticare, vorrebbe dire ferire queste donne ancora una volta».
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