Toscana
Condannati i rapinatori dei supermarket
di Alfredo Faetti
Autori di dodici colpi nel cuore della Toscana Ventidue anni di carcere per i tre criminali
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LIVORNO. Il braccio, la mente e il complice. Il primo è Dario Petriccione, napoletano 37 anni, protagonista in tutti i dodici colpi messi a segno. Il secondo è suo fratello Giuseppe Petriccione, 52 anni, che non ha mai partecipato di persona ma li ha architettati tutti durante i permessi di semilibertà dal carcere di Massa. Il complice invece è Ferdinando Lentini, che di anni ne ha 62 e viene da Portici, co-protagonista con Dario in tre delle dodici rapine. È questo il quadro disegnato dal nucleo investigativo dei carabinieri della banda dei supermarket, capace di colpire dodici diversi punti vendita nel cuore della Toscana tra l’inizio del 2015 e il marzo 2016. Un quadro che viene rispecchiato dalla sentenza del tribunale di Livorno, arrivata ieri mattina con rito abbreviato, con cui i tre rapinatori sono stati condannati a svariati anni di carcere: Dario Petriccione a dieci anni di reclusione (e 6. 000 euro di multa), Giuseppe a sei anni e sei mesi e a Lentini sei anni, con 4. 000 euro di sanzione per entrambi.
È questo l’epilogo dell’inchiesta “Robbery Market”, diretta dal pm Fiorenza Marraca e coordinata dal procuratore Ettore Greco Squillace, che ha fatto luce su una serie di rapine nei supermercati ritenute seriali, visti i molti punti in comune. Il metodo, ad esempio, con uno o due rapinatori dall’accento campano che fanno irruzione nei punti vendita con il volto coperto e la pistola in pungo. Ma anche la scelta dei luoghi da colpire è stato uno dei fili conduttori della vicenda, ricaduta quasi sempre sui punti Tuodì, per il semplice motivo che erano sprovvisti di un sistema interno di videosorveglianza. Un metodo ripetuto a Livorno, Pisa, Pontedera e nel fiorentino, abbastanza collaudato da mettere insieme oltre 80mila euro nel giro di quindici mesi e aprire una stagione di terrore nei supermarket. La carriera criminale è stata stroncata al Conad di via Palmiro a Pistoia, quando Dario Petriccione e Lentini vengono arrestati dalle forze dell’ordine. Erano loro due infatti a fare irruzione nei punti vendita, nella maggior parte Tuodì e nella maggior parte a Livorno (nove in tutto quelli in città), anche se la banda si è spostata anche nel pisano (due i colpi qua messi a segno) e nel fiorentino (a Lastra a Signa). E Giuseppe? Lui era la mente quasi invisibile di questi colpi: detenuto nel carcere di Massa (per reati simili), godeva da detenuto modello di uno stato di semilibertà che gli permetteva di lavorare all’Asmiu (società specializzata in rifiuti) e di prendere dei permessi per recarsi a Napoli, dove in realtà studiava al tavolino le rapine da mettere a segno insieme al fratello.
Ci sono voluti mesi di indagini per ricostruire questo quadro, tra filmati, tabulati telefonici e, dopo gli arresti, confessioni. «Ho fatto più di cento rapine», ha detto chiaramente Lentini al pm, legato ai Petriccione attraverso un fidanzamento. «Avevo la pistola carica», aveva confessato poco prima Dario, riassumendo in un’espressione tutta la pericolosità delle rapine. Il giudice ha considerato poi un’aggravante il fatto che i tre si siano «associati» allo scopo di delinquere: insomma, è stata considerata un’aggravante l’esistenza di una banda in quanto tale. Per tutti questi elementi sono venute fuori condanne pesanti, per un totale di ventidue anni di carcere. L’epilogo di una stagione di terrore per i supermarket, terminata come spesso (ma purtroppo non sempre) avviene nella tradizione criminale: dietro le sbarre.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
È questo l’epilogo dell’inchiesta “Robbery Market”, diretta dal pm Fiorenza Marraca e coordinata dal procuratore Ettore Greco Squillace, che ha fatto luce su una serie di rapine nei supermercati ritenute seriali, visti i molti punti in comune. Il metodo, ad esempio, con uno o due rapinatori dall’accento campano che fanno irruzione nei punti vendita con il volto coperto e la pistola in pungo. Ma anche la scelta dei luoghi da colpire è stato uno dei fili conduttori della vicenda, ricaduta quasi sempre sui punti Tuodì, per il semplice motivo che erano sprovvisti di un sistema interno di videosorveglianza. Un metodo ripetuto a Livorno, Pisa, Pontedera e nel fiorentino, abbastanza collaudato da mettere insieme oltre 80mila euro nel giro di quindici mesi e aprire una stagione di terrore nei supermarket. La carriera criminale è stata stroncata al Conad di via Palmiro a Pistoia, quando Dario Petriccione e Lentini vengono arrestati dalle forze dell’ordine. Erano loro due infatti a fare irruzione nei punti vendita, nella maggior parte Tuodì e nella maggior parte a Livorno (nove in tutto quelli in città), anche se la banda si è spostata anche nel pisano (due i colpi qua messi a segno) e nel fiorentino (a Lastra a Signa). E Giuseppe? Lui era la mente quasi invisibile di questi colpi: detenuto nel carcere di Massa (per reati simili), godeva da detenuto modello di uno stato di semilibertà che gli permetteva di lavorare all’Asmiu (società specializzata in rifiuti) e di prendere dei permessi per recarsi a Napoli, dove in realtà studiava al tavolino le rapine da mettere a segno insieme al fratello.
Ci sono voluti mesi di indagini per ricostruire questo quadro, tra filmati, tabulati telefonici e, dopo gli arresti, confessioni. «Ho fatto più di cento rapine», ha detto chiaramente Lentini al pm, legato ai Petriccione attraverso un fidanzamento. «Avevo la pistola carica», aveva confessato poco prima Dario, riassumendo in un’espressione tutta la pericolosità delle rapine. Il giudice ha considerato poi un’aggravante il fatto che i tre si siano «associati» allo scopo di delinquere: insomma, è stata considerata un’aggravante l’esistenza di una banda in quanto tale. Per tutti questi elementi sono venute fuori condanne pesanti, per un totale di ventidue anni di carcere. L’epilogo di una stagione di terrore per i supermarket, terminata come spesso (ma purtroppo non sempre) avviene nella tradizione criminale: dietro le sbarre.
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