Il Tirreno

Livorno

Don Milani, lo squilibrato della Chiesa amato dal Papa

di Mario Lancisi
Don Lorenzo Milani
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Don Lorenzo Milani

Da esiliato della Curia a modello Barbiana, oggi è il centro del mondo 

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Mario Lancisi, scrittore e a lungo giornalista del Tirreno, è autore di numerosi libri su don Lorenzo Milani, fra cui “Processo all’obbedienza. La vera storia di don Milani” (Laterza, 2016).

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All’incirca un anno prima di morire, il 26 giugno 1967, don Lorenzo Milani ricevette a Barbiana la visita del cardinale di Firenze Ermenegildo Florit. Era il 22 marzo 1966 e il priore era molto malato. L’incontro fu tempestoso, teso, come racconta il cardinale nel suo diario: «È stata una conversazione concitata di oltre un’ora. Momenti angosciosi. È un dialettico affetto da mania di persecuzione. Egocentrismo pazzo; tipo orgoglioso e squilibrato», è il ritratto impietoso di Florit. Tra il cardinale e il priore di Barbiana fu rottura. Definitiva. «Sa quale è la differenza, eminenza, tra me e lei? Io sono avanti di cinquant’anni…», sbottò don Milani.

Cinquant’anni dopo Papa Francesco pareggia i conti. E nel suo gesto sorprendente di visitare il luogo dell’eresia milaniana riconosce le buone ragioni del priore e gli errori e i ritardi della Chiesa. C’è semmai da chiedersi fino a che punto dietro l’azzardo profetico di Bergoglio ci sia, se non tutta, almeno parte consistente della Chiesa. È legittimo dubitarlo. D’altra parte è stato il cardinale Carlo Maria Martini, leader dei cattolici progressisti, a sostenere, poco prima di morire, che la Chiesa è in ritardo con la storia e il vangelo almeno di due secoli. Ma questo, come dire? È il cuore dei ragionamenti del dopo visita.

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Oggi l’attenzione di credenti e laici è rivolta alla preghiera di papa Francesco sulla tomba di don Primo Mazzolari e don Milani. Prima Bozzolo, in provincia di Mantova ma diocesi di Cremona e poi Barbiana, sperduta nel Mugello, comune di Vicchio, patria natale di due geni della pittura, Giotto e il Beato Angelico. Due località simbolo del cattolicesimo popolare e antifascista. Lì i due preti non in linea con la Chiesa di papa Pacelli e la Dc centrista di De Gasperi anticiparono il vento del concilio Vaticano II. Per cui un primo significato della visita di papa Francesco sta sì nella riabilitazione solenne di due preti in odore di eresia, ma anche nella riproposizione delle radici del Concilio.

Ma c’è dell’altro e di più nella visita di Bergoglio che ha a che vedere specificatamente con Barbiana: come era nel 1954 quando la Curia fiorentina vi esiliò il giovane don Milani e che cosa è diventata grazie a lui e ai suoi giovani montanari. Va sottolineato che il 1954 fu un anno cruciale per il cattolicesimo italiano. I vertici dell’Azione cattolica furono “rottamati” da Luigi Gedda, che perorava una svolta a destra della Chiesa e della Dc. Un dirigente dei giovani di Azione cattolica, il lucchese Arturo Paoli, fu costretto ad emigrare in sud America.

Anche l’esilio di don Milani a Barbiana si inquadra in questa normalizzazione vaticana e democristiana dei cattolici inquieti. Nel mirino del cosiddetto partito romano c’era in realtà l’allora sindaco di Firenze Giorgio La Pira che, con Giuseppe Dossetti, sosteneva posizioni di neutralità tra Usa e Urss, di apertura a sinistra e di netta ostilità del liberismo. Intorno a La Pira si formò a Firenze un cenacolo di religiosi e intellettuali di valore nazionale invisi alla Chiesa e alla Dc: Ernesto Balducci, David Turoldo, Mario Gozzini, don Milani e molti altri. Quasi tutti furono trasferiti e emarginati.

Nel 1954 Barbiana era una piccola chiesetta, qualche podere, poche anime. Ignorato dalle cartine geografiche. Persino la Curia decise di chiudere la chiesa, salvo poi ripensarci per mandarci don Milani. Una sorta di Siberia ecclesiastica. Appena arrivò lassù da Calenzano, il 7 dicembre 1954, don Lorenzo andò subito in chiesa e si mise a pregare e piangere. Poi l’indomani scese a Vicchio per comprare la tomba. A Barbiana era stato esiliato, a Barbiana decise di morire. E alla mamma, preoccupata per la destinazione, scrisse che «la grandezza di una vita non si misura dalla grandezza del luogo in cui si è svolta ma da tutt’altre cose».

Dal 1954 alla morte, don Milani ha trasformato Barbiana da Non Luogo a luogo di una rivoluzione religiosa e civile unica nell’Italia del dopoguerra. Basti passare in rassegna le sue tre opere principali, le quali nell’arco breve di vent’anni, tanto è durato il suo sacerdozio, fanno di don Milani un prete “avanti di cinquant’anni” ma anche un intellettuale di prima grandezza (non a caso c’è chi lo accosta a Pier Paolo Pasolini).

Con Esperienze pastorali, uscite nel 1958 e subito messe all’indice, don Milani anticipò infatti la riforma religiosa realizzata poi dal Concilio Vaticano II. Con” L’obbedienza non è più una virtù” (1965) affrontò invece con i suoi ragazzi i temi della pace, del no alla guerra, della disobbedienza civile e del primato della coscienza. Infine con “Lettera ad una professoressa” (1967) colse il clima che sfociò nel’68 denunciando il carattere classista della scuola e la funzione centrale della cultura e della formazione per la costruzione di una società più giusta.

Eccoci così giunti al senso profondo della visita di papa Francesco. Che con il suo omaggio alla tomba di don Milani trasforma Barbiana da chiesa destinata alla chiusura in uno dei centri simbolo della spiritualità del papa che ama le periferie. In definitiva, per usare un linguaggio evangelico, da pietra scartata dai costruttori Francesco trasforma Barbiana e il suo priore in una “testata d’angolo” della Chiesa del futuro.
 

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