Il Tirreno

Livorno

«A 80 anni con la meningite sono vivo grazie ai medici» 

Giulio Corsi
«A 80 anni con la meningite sono vivo grazie ai medici» 

Il racconto dell’ex allenatore Claudio Aprea: «Sono andato a letto col mal di testa e mi sono svegliato dopo 9 giorni in rianimazione, in ospedale mi avevano salvato»

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LIVORNO. «Quel giorno stavo bene: come sempre avevo giocato a tennis allo Junior Club. La sera però mi è salito un forte mal di testa, sono andato a letto e la mattina dopo non mi sono svegliato. Avevo perso i sensi. Mia moglie terrorizzata mi gridava “Claudio Claudio”, ma io non rispondevo. Avevo la febbre altissima. Allora ha chiamato l’ambulanza, mi hanno portato di corsa al pronto soccorso: ho riaperto gli occhi dopo nove giorni e ho scoperto di essere arrivato a un passo dalla morte. Mi avevano diagnosticato una meningite batterica da pneumococco. A salvarmi è stata l’efficienza dell’ospedale di Livorno e dei suoi medici».

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Il racconto di Claudio Aprea, 80 anni, è una di quelle storie di buona sanità che tutti i giorni si ripetono silenziose tra le mura di viale Alfieri e raramente finiscono sul giornale, relegate nell’archivio della normalità di una struttura che in mezzo a tanti problemi, per fortuna dei livornesi funziona.

Aprea però, il suo viaggio a cavallo tra la vita e la morte, i suoi 40 giorni d’ospedale passati in tre reparti e quella meningite improvvisa, ha deciso di raccontarli, ora che l’incubo è finito ed è tornato alle sue adorate partite a tennis. «Si potrebbe gridare al miracolo, perché una meningite batterica che colpisce un uomo di ottanta anni difficilmente lascia scampo - racconta -. Ma qui il miracolo è stato possibile grazie alla grande competenza di tutti gli attori intervenuti, che hanno reso tre diversi settori del nostro ospedale perfettamente in correlazione tra loro. L’intera filiera ospedaliera ha funzionato in modo perfetto».

È stata la partita più difficile, per lui che ha passato una vita nello sport, conosciutissimo in città per il suo passato da allenatore di basket, l’istruttore che insieme a Cacco Benvenuti e Roberto Vadacca ha plasmato generazioni di campioni, da Alessandro Fantozzi e Roberto Creati a Sandro Dell’Agnello fino al cecinese Massimo Bulleri, padre di Marco Aprea, ex giocatore in serie A di Pl e Ferrara, nonno dell’olimpionica di nuoto Sara Franceschi, assistant coach di Giancarlo Primo, Claudio Vandoni e Bruno Boero sulle sponde opposte di Libertas e Pl negli anni d’oro della nostra palla a spicchi.

«Ho scoperto tutto quando ormai stavo bene - racconta Aprea -. L’ultima cosa che ricordavo, quando mi sono svegliato in un letto della rianimazione era quel mal di testa con cui mi ero addormentato. Nel frattempo era successo che al pronto soccorso mi avevano diagnosticato una meningite batterica da pneumococco, e mi avevano trasferito d’urgenza in rianimazione. Lì, dopo brevi consultazioni, era stato deciso dal primario, Paolo Roncucci, di mettermi in una situazione di coma farmacologico indotto».

Un coma durato 8 giorni. «Dopo i quali per altri 7 giorni sono rimasto in rianimazione, per poi passare al 9° padiglione, quello delle malattie infettive, dove il primario Spartaco Sani si è preso cura di me per altre due settimane prima di mandarmi a casa. Guarito».

Aprea ha deciso di rendere pubblico il suo dramma per un motivo preciso: ringraziare gli staff di pronto soccorso, rianimazione e 9° padiglione: «Lavorando con una perfetta sincronia sono stati fantastici - dice -. Un ringraziamento particolare voglio farlo al dottor Roncucci e a tutto il suo staff, perché oltre alla straordinaria professionalità hanno anche dimostrato una enorme umanità, al punto che ogni volta che i miei familiari lasciavano l’ospedale per rientrare a casa, mentre io ero in coma, sempre lo hanno fatto avendo l’impressione sicura, che io rimanessi in mani molto più che buone».
 

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