Gioco
Andrea Balestri: "Ecco cosa è successo dopo che sono diventato Pinocchio" - Video
Comencini mi diceva di essere spontaneo, quel set era un gioco. Poi è arrivata la vita: oggi vedo tanti gatti e volpi che rovinano la nostra bella terra
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Lo sguardo, lo stesso: appena increspato, melanconico, ceruleo. Forse solo un po’ più oleoso, smarrito, ma sempre disegnato su quel grugno inconfondibile. La faccia invece è ormai una collina, gonfia di gobbe, scavata da rughe, fossette. Legnosa, non come il musetto liscio del bimbo biondissimo che inchiodò mezza Italia alla poltrona. In carne ed ossa, non di corteccia, lo volle Luigi Comencini, ma il carattere, quello sì, un tronco di ciliegio. Tant’è che cominciò tutto con un martello. Per trovare l’attore giusto, il regista inviò in giro per le scuole elementari della Toscana due fotografi. Gli riportarono le facce di 3. 000 scolari. «Alle selezioni a Cinecittà ci arrivammo in tre. Ci mise davanti un quadro. “Forza — disse — chi di voi ha il coraggio di romperlo? ”». E lui fu l’unico a farlo, spaccò tutto. E no Andrea, ora lo ripaghi. «Io ’un ti ripago un bel nulla, me lo hai detto te di dagli una martellata».
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In fondo Andrea Balestri non ha mai smesso di essere Pinocchio, come tutti noi, di generazione in generazione, siamo stati un po’ quella piccola peste, per un periodo della nostra vita perseguitati in ogni scorreria da quella canzone dal ritmo ossessivo e scanzonato. Giura di essersi solo un po’ ammorbidito, di aver smussato qualche angolo, limato via le croste di sbagli accumulati negli anni dai tempi in cui diventò il bambino più famoso d’Italia, quando da un giorno all’altro da monello del Cep, il quartiere più popolare di Pisa, si fece attore a Cinecittà, e a sei anni e mezzo si ritrovò accanto alla Lollobrigida, Nino Manfredi, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia protagonista di un film. Il film. Sul set delle Avventure di Pinocchio.
Lo sceneggiato del primo boom di ascolti, la Rai nelle case di milioni di persone, il burattino di Collodi trasformato in un divo pop e lui nell’interprete di uno dei toscani più famosi di ogni tempo, con Dante, Michelangelo e Leonardo. Anche oggi lo rifarebbe, oggi che ha 54 anni, fa l’operatore ecologico per una azienda di raccolta rifiuti, e ne sono passati tanti, troppi, dal 1972. Prenderebbe il martello e boom, si trasformerebbe in Pinocchio. Ta tan, tanananananana na-na-na. «Mi scelse per quello, voleva un tipetto senza paura e peli sulla lingua, un’indole sfacciata, ribelle, ma anche sincera». Un maledetto toscano. E che forse della Toscana, o almeno di un pezzo del suo Novecento, è tuttora un’icona.
La storia di una carriera luminosa e fulminea, la traccia di un eterno ricordo, una promessa mai perfettamente compiuta. Cristallizzata lì, anni’70. E la sua storia lontana è sempre stata tutto per lui, appesa qui in salotto, al terzo piano di questa casa popolare a Forcoli, campagna pisana, una manciata di chilometri da Pontedera. I muri tappezzati degli scatti in bianco e nero dal set, il senso di una vita condensato in otto mesi di riprese: Andrea vestito di stracci accanto a Geppetto/Manfredi, mentre ascolta curioso i suggerimenti di Comencini seduto sull’uscio di una delle case di Farnese, il borgo “povero” che diede il sapore neorealista a tutta la pellicola; oppure mentre mangia lo zucchero filato nel paese dei balocchi o curiosa nell’obiettivo di una cinepresa sullo sfondo di Civitavecchia o nell’orizzonte marino di Torre Astura, o nella casina della fata sul Lago di Martignano.
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VIDEO Il nostro omaggio al compleanno di Pinocchio nel 2016
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