Gioco
Processione da record In 2mila fino al Mediceo
di Mauro Zucchelli
Il vescovo benedice il porto e la città nel nome del lavoro («che dà dignità») E alla fine spuntano anche gli smartphone per la preghiera in diretta live
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LIVORNO. Per raccontare la liturgia della patrona edizione 2017 ci si potrebbe limitare a impacchettare perbenino qualche brano della predica del vescovo Simone Giusti sulla figura di santa Giulia: anche se non la descrive come «una immigrata nordafricana arrivata qui da noi su un barcone» (l’aveva fatto lui stesso nel 2011). Del resto, se la giovane Giulia era una ragazza cartaginese, fino a pochi anni fa gli unici altri santi con “targa” livornese erano Niels Stensen (danese) e Elizabeth Ann Seton (americana) trasformandoci nell’unica diocesi i cui santi erano tutti stranieri.
No, stavolta il protagonista non è sull’altare del duomo bensì davanti: una folla che la cattedrale non è riuscita a contenere. Ben più di mille persone (anche se con pochi giovani) in una delle realtà territoriali con il più basso standard di pratica religiosa attiva. E non è tutto: alla processione successiva fin dentro il Porto Mediceo forse le presenze erano quasi il doppio. Basti dire che quando il vessillo con l’immagine della santa è all’Andana degli Anelli la coda della processione ha appena lasciato la cattedrale.
RECORD DI FEDELI
Se quel che vale fosse il numero si potrebbe catalogarla come la festa di santa Giulia più affollata degli ultimi anni, ma quel che rende unica questa processione sono i cento dettagli irrituali che la rendono molto livornese: fuori dai binari canonizzati. A cominciare dal fatto che i fedeli sfilano in una via Grande che è già abbastanza vuota ma sostanzialmente si ferma e mostra rispetto anche se sta ciabattando in infradito e bermuda, anche se sta slurpando un cono tre gusti o ingozzandosi con una pizza margherita. E’ un tempo sospeso: niente auto e sembra quasi una anteprima di una ipotetica pedonalizzazione; niente strilli né sguaiataggini, sembra quasi chierichetti perfino il gruppetto di punkabbestia con un battaglione di cani al seguito. C’è anche il babbo che, nel bel mezzo d’una strofa («sian puri i figli, caste le figlie / tutti c’infiammi di Dio l'amor«), s’infila nella doppia fila di preti con la figlioletta in braccio per farla benedire “on the road” da monsignor Giusti.
Ma neanche il vescovo pisano si era sottratto a questa ritualità irrituale così labronica in almeno due flash. L’uno: quando ha ricordato che la diocesi ha edito un fumetto per far conoscere la figura di santa Giulia (che per amor di realismo usa perfino una parolaccia labronica...). L’altro: quando ha riferito quel che gli aveva detto una anziana novantaseienne: «Caro vescovo, vorrei sapere come farò quando sarò vecchia...».
Nella processione 2.0 non potrà mancare la «Vergin Maria» ma neppure gli smartphone: ecco il giovane prete che fa il selfie alla lunga sfilata dei suoi colleghi da postare magari su Facebook a maggior gloria del Signore, ecco che al momento dell’invocazione del vescovo all’Andana degli Anelli spuntano fra i fedeli i telefonini per catturare l’attimo e chissà che non finiscano in diretta live le sirene che dal mare si uniscono alla preghiera, inclusi la barca dei Piloti, il battello Svs e la nave da crociera ultrachic Azamara...
L’INNO PONTIFICIO
Sia chiaro, il clima non è quello scanzonato da gita fuori porta: ma il raccoglimento in preghiera deve fare i conti con l’insostenibile leggerezza dell’essere livornese. Complice la lunghezza del serpentone umano, a canti d’una tradizione parecchio retrò (come “Noi vogliam Dio”, che nell’Ottocento era l’inno dello Stato Pontificio) fanno da contrappunto assai meno clericale le percussioni ritmate dei figuranti della Livornina e la marcia proposta dalla fanfara dell’Accademia Navale.
CORPI INTERMEDI: DOVE?
È difficile immaginare come una soggettività monolitica quest’arcipelago ecclesiale fatto di ordini cavallereschi con i notabili in mantello ma anche con i volontari del Cisom in tuta operativa, con i gonfaloni della Svs e delle Misericordie, con la fraternità di Cl e gli aderenti ai gruppi del Messaggio di Fatima. Magari con pochi (pochissimi) under 30, ma guai a immaginarsi in processione nient’altro che una tribù di vecchietti ingobbiti e vedove ultraottuagenarie. È però una soggettività o forse un puzzle di soggettività sotto l’ombrello del vescovo e della Chiesa locale: uno dei pochi “corpi intermedi” sopravvissuti in questi anni di individualismi, di solitudini, di disperazioni che hanno sbriciolato il tessuto civico della città lasciando indifeso di fronte a mille possibili avventure o scorrerie di pirati.
SANTA MITE E TESTARDA
È un po’ quel che dice il monsignore-architetto tratteggiando santa Giulia come l’elogio della mitezza. Ma di quella forza inox che hanno le persone miti : tu chiamala, se vuoi, determinazione.
Ma determinazione per cosa? Non per celebrare né sé stessi né il proprio clan, tiene a sottolineare Giusti: «La bussola è la nostra fede, il timone è la nostra speranza», dirà poi all’Andana degli Anelli al momento di benedire simolbicamente il porto. Già, perché negli ultimi anni la preghiera “per la città” è stata trasformata un po’: e non è solo per il gusto di cambiare che adesso la processione arriva fin sulle prime banchine del porto realizzato da Cosimo de’ Medici nel Seicento.
Il porto è lavoro e il lavoro è dignità: l’ha ripetuto ad ogni piè sospinto il vescovo Giusti, l’avevano fatto i suoi precedecessori. Stavolta, il presule non dedica la predica di Santa Giulia ai temi civici com’è stato spesso in passato. A dire il vero, monsignor Giusti apre la predica con una sottolineatura dedicata al diritto al lavoro e il diritto alla casa: «È un diritto biblico». Parole impegnative per un ecclesiastico: come dire che il fondamento non è nel contratto sociale dei diritti sociali ma viene ancora prima ed è garantito da Dio e ha a che fare con la dignità umana.
No, stavolta il protagonista non è sull’altare del duomo bensì davanti: una folla che la cattedrale non è riuscita a contenere. Ben più di mille persone (anche se con pochi giovani) in una delle realtà territoriali con il più basso standard di pratica religiosa attiva. E non è tutto: alla processione successiva fin dentro il Porto Mediceo forse le presenze erano quasi il doppio. Basti dire che quando il vessillo con l’immagine della santa è all’Andana degli Anelli la coda della processione ha appena lasciato la cattedrale.
RECORD DI FEDELI
Se quel che vale fosse il numero si potrebbe catalogarla come la festa di santa Giulia più affollata degli ultimi anni, ma quel che rende unica questa processione sono i cento dettagli irrituali che la rendono molto livornese: fuori dai binari canonizzati. A cominciare dal fatto che i fedeli sfilano in una via Grande che è già abbastanza vuota ma sostanzialmente si ferma e mostra rispetto anche se sta ciabattando in infradito e bermuda, anche se sta slurpando un cono tre gusti o ingozzandosi con una pizza margherita. E’ un tempo sospeso: niente auto e sembra quasi una anteprima di una ipotetica pedonalizzazione; niente strilli né sguaiataggini, sembra quasi chierichetti perfino il gruppetto di punkabbestia con un battaglione di cani al seguito. C’è anche il babbo che, nel bel mezzo d’una strofa («sian puri i figli, caste le figlie / tutti c’infiammi di Dio l'amor«), s’infila nella doppia fila di preti con la figlioletta in braccio per farla benedire “on the road” da monsignor Giusti.
Ma neanche il vescovo pisano si era sottratto a questa ritualità irrituale così labronica in almeno due flash. L’uno: quando ha ricordato che la diocesi ha edito un fumetto per far conoscere la figura di santa Giulia (che per amor di realismo usa perfino una parolaccia labronica...). L’altro: quando ha riferito quel che gli aveva detto una anziana novantaseienne: «Caro vescovo, vorrei sapere come farò quando sarò vecchia...».
Nella processione 2.0 non potrà mancare la «Vergin Maria» ma neppure gli smartphone: ecco il giovane prete che fa il selfie alla lunga sfilata dei suoi colleghi da postare magari su Facebook a maggior gloria del Signore, ecco che al momento dell’invocazione del vescovo all’Andana degli Anelli spuntano fra i fedeli i telefonini per catturare l’attimo e chissà che non finiscano in diretta live le sirene che dal mare si uniscono alla preghiera, inclusi la barca dei Piloti, il battello Svs e la nave da crociera ultrachic Azamara...
L’INNO PONTIFICIO
Sia chiaro, il clima non è quello scanzonato da gita fuori porta: ma il raccoglimento in preghiera deve fare i conti con l’insostenibile leggerezza dell’essere livornese. Complice la lunghezza del serpentone umano, a canti d’una tradizione parecchio retrò (come “Noi vogliam Dio”, che nell’Ottocento era l’inno dello Stato Pontificio) fanno da contrappunto assai meno clericale le percussioni ritmate dei figuranti della Livornina e la marcia proposta dalla fanfara dell’Accademia Navale.
CORPI INTERMEDI: DOVE?
È difficile immaginare come una soggettività monolitica quest’arcipelago ecclesiale fatto di ordini cavallereschi con i notabili in mantello ma anche con i volontari del Cisom in tuta operativa, con i gonfaloni della Svs e delle Misericordie, con la fraternità di Cl e gli aderenti ai gruppi del Messaggio di Fatima. Magari con pochi (pochissimi) under 30, ma guai a immaginarsi in processione nient’altro che una tribù di vecchietti ingobbiti e vedove ultraottuagenarie. È però una soggettività o forse un puzzle di soggettività sotto l’ombrello del vescovo e della Chiesa locale: uno dei pochi “corpi intermedi” sopravvissuti in questi anni di individualismi, di solitudini, di disperazioni che hanno sbriciolato il tessuto civico della città lasciando indifeso di fronte a mille possibili avventure o scorrerie di pirati.
SANTA MITE E TESTARDA
È un po’ quel che dice il monsignore-architetto tratteggiando santa Giulia come l’elogio della mitezza. Ma di quella forza inox che hanno le persone miti : tu chiamala, se vuoi, determinazione.
Ma determinazione per cosa? Non per celebrare né sé stessi né il proprio clan, tiene a sottolineare Giusti: «La bussola è la nostra fede, il timone è la nostra speranza», dirà poi all’Andana degli Anelli al momento di benedire simolbicamente il porto. Già, perché negli ultimi anni la preghiera “per la città” è stata trasformata un po’: e non è solo per il gusto di cambiare che adesso la processione arriva fin sulle prime banchine del porto realizzato da Cosimo de’ Medici nel Seicento.
Il porto è lavoro e il lavoro è dignità: l’ha ripetuto ad ogni piè sospinto il vescovo Giusti, l’avevano fatto i suoi precedecessori. Stavolta, il presule non dedica la predica di Santa Giulia ai temi civici com’è stato spesso in passato. A dire il vero, monsignor Giusti apre la predica con una sottolineatura dedicata al diritto al lavoro e il diritto alla casa: «È un diritto biblico». Parole impegnative per un ecclesiastico: come dire che il fondamento non è nel contratto sociale dei diritti sociali ma viene ancora prima ed è garantito da Dio e ha a che fare con la dignità umana.
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