Il Tirreno

Livorno

Mai così tanti soldi in banca a Livorno, ma crollano gli investimenti

di Mauro Zucchelli
Mai così tanti soldi in banca a Livorno, ma crollano gli investimenti

Depositi: un semestre dopo l’altro, nessun segno “meno” perfino negli anni della crisi choc In picchiata il credito per costruzioni e soprattutto industria (meno 14%). Il sistema si rattrappisce

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LIVORNO. È sotto gli occhi di tutti il morso con cui la crisi ha azzannato il nostro territorio: meno posti di lavoro, meno consumi, meno voglia di spendere, meno tutto. Eppure il dossier statistico della Banca d’Italia racconta che quantomeno dall’inizio del decennio non c’è stato un semestre in cui sia diminuita la “montagna” dei depositi bancari negli sportelli degli istituti di credito presenti nella nostra provincia. Anzi, nell’arco degli ultimi cinque anni sotto la lente si è balzati da 3,36 miliardi a 4,49 miliardi di euro (con una impennata del 33,6%). E soprattutto senza mai una battuta d’arresto: 3,36 miliardi a fine 2011, 3,59 al San Silvestro successivo, 3,80 dodici mesi più tardi, 4,03 a fine 2014, 4,22 nel dicembre 2015 per arrivare infine a un soffio dai quattro miliardi e mezzo al 31 dicembre 2016. Il grafico è un po’più zigzagante (e la crescita un po’meno forte: 29,1%) se ai soldi depositati sui conti correnti si aggiunge anche il risparmio postale accumulato dai residenti (al netto delle istituzioni finanziarie): alla fine dello scorso anno va a un passo da quota sei miliardi (5,95) mentre cinque anni prima superava di un niente i 4,6 miliardi.

PIÙ SOLDI IN BANCA. Questa “fotografia” arriva dai numeri presenti dalla banca dati di Bankitalia ma nel report sul credito messo in pista dal Centro studi ricerche della Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno salta fuori un filo rosso di dati: non sono i soldi quel che manca. La più recente analisi dell'équipe camerale fissa lo sguardo sul primo semestre dello scorso anno: «In provincia di Livorno il totale depositato presso le banche era pari ad oltre 4,3 miliardi di euro». Con una «crescita tendenziale di 5,1 punti percentuali», appena al di sopra rispetto a quanto avvenuto nel resto della Toscana (più 4,3%) o a livello nazionale (più 4,9%).  Crescono i depositi delle famiglie – dice il dossier – come «diretta conseguenza del calo dei consumi cui si è assistito durante e dopo la crisi globale che ha portato a nuovi modelli consumo ed ha favorito il diffondersi di abitudini, e di conseguenza di una cultura, forzatamente o meno, non più (o non necessariamente) orientata al consumo fine a se stesso, ma maggiormente consapevole e sostenibile». Dietro le quinte c'è una spinta potente: una «maggiore incertezza riguardo il futuro».

Altro che lumaca, gli impieghi – cioè i soldi in uscita dai forzieri delle banche – negli ultimi dodici mesi passati ai raggi x hanno camminato a passi di gambero: meno 1,1% nella nostra provincia.
Già così non ci sarebbe da stare allegri ma le cose vanno perfino peggio se le cifre riguardano gli impieghi vivi, dunque «al netto delle sofferenze rettificate»: il segno “meno” raddoppia il proprio peso specifico e arriva a quantificare un calo del 2,3%. Al di sopra, a dar retta allo studio Cciaa, dello standard sia toscano (meno 0,2%) che nazionale (meno 1,5%). Ma questo è niente rispetto a quanto salta fuori se si restringe lo sguardo alle imprese: l'arretramento degli impieghi si moltiplica ulteriormente e finisce per fotografare una riduzione di cinque punti percentuali tondi tondi.

APOCALISSE IMPRESE. Anche qui, però, è sufficiente gettare lo scandaglio per scovare che ci sono due settori specifici a far da traino al declino: se fra le aziende del settore servizi gli impieghi vivi calano del 2,9%, le aziende di costruzioni vedono precipitare gli impieghi giù dell'8,5% e fra le società dell'industria manifatturiera va addirittura peggio superando perfino la soglia-patatrac del 14%. La ricerca camerale parla di «situazione “soporifera” per quanto concerne le imprese, ancora lontane da poter rimettere in moto gli investimenti».
Il team del centro Cciaa punta il dito contro la brusca frenata sugli investimenti in macchinari, attrezzature e mezzi di trasporto: dopo «i timidi segnali di ripresa della metà del 2015» mostra «un vero e proprio tonfo in termini tendenziali». Stiamo parlando di una forbiciata del 10,6%, mentre in Toscana e in Italia c'è al contrario una crescita «nell’ordine dei 4 punti percentuali». Insomma, «ad una prima analisi il livello di investimenti delle imprese locali appare ulteriormente ridursi, per di più in maniera piuttosto preoccupante».

FRENANO GLI INVESTIMENTI. I soldi ci sono: magari saranno distribuiti in modo sempre più diseguale, magari saranno le banche a stringere i cordoni della borsa (con le sofferenze bancarie, cioè i crediti di difficilissima riscossione da debitori insolventi, calate di botto del 16,4% «grazie al quasi dimezzamento» nell’industria). Chiunque sia stato a tirare così il freno a mano, sta di fatto che la brusca riduzione degli investimenti dice quanto gli operatori pensino di salvarsi mettendosi al riparo. È però un rattrappimento che preannuncia un problema: talvolta gli investimenti finiscono per ridurre i posti di lavoro a suon di automazione ma, là dove le iniezioni di capitali mancano, la tempesta è solo rimandata e, quando arriverà, farà guai. Ma questo preannuncia che deve ancora dispiegare la propria forza distruttiva l’uragano che pure in questi ultimi anni si è portato via già tanti posti di lavoro.
 

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