Gioco
«Era fuori di testa: mi ha presa a pugni in faccia, non si fermava più»
Livorno, parla Giada, la donna aggredita domenica scorsa sotto casa dal marito, dal quale si sta separando. Sua madre è stata la prima a soccorrerla dalla furia dell’uomo: «Pensavo mi morisse tra le braccia»
LIVORNO. Quelle ferite, anche quando saranno rimarginate, lasceranno un segno profondo nell’animo di Giada Norfini. Oggi sul suo volto di madre trentenne è stampata l’immagine viva della brutalità di un uomo, il suo ex marito. Il tunisino, 28 anni, Aymen Gasmi, che l’ha aggredita selvaggiamente domenica mattina sotto casa, colpendola ripetutamente con il collo di una bottiglia di vetro, e poi è fuggito a Genova dove è stato arrestato 36 ore dopo, con l’accusa di tentato omicidio aggravato.
Due mesi di prognosi, sfregiata, il naso fratturato, 40 punti di sutura sul volto e alla testa, e ferite ricucite anche ad un polso e a una gamba. Respira e parla a fatica Giada, ma la voglia di raccontare, prevale, e accetta di parlare e di farsi fotografare quasi a voler esorcizzare quel dolore e quelle ferite, e soprattutto quei momenti terribili. Fotogrammi che ripercorre mentalmente, ma fa ancora fatica a credere che sia accaduto davvero. «Avevo chiesto la separazione — dice con un filo di voce — che è stata depositata in tribunale proprio il giorno di San Valentino: eravamo sposati dal 17 agosto 2013, ma da quando è nato il bimbo, nel 2014, sono cominciate le sue gelosie, le ossessioni».
«Non voleva che uscissi con le mie amiche — continua — . Non potevo frequentare i posti che frequentava lui, mi trattava male davanti ai suoi amici e se avevo bisogno o un’urgenza per il bimbo, mi diceva: che ci fai qui? Io, da innamorata non mi spiegavo le sue reazioni. Mi voleva tenere lontano da tutto e da tutti».
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«Abbiamo sempre abitato in casa con i miei genitori, perché lui non aveva lavoro. Avevamo chiesto anche l’aiuto ai servizi sociali per un lavoro e una casa. È andato via anche perché qui non portava rispetto, faceva quello che gli pareva. Con la separazione volevo fargli capire che mi aveva perso, sperando che lui cambiasse». Da settembre scorso, infatti, Giada aveva detto basta. Per tre mesi non si erano più visti né sentiti. Quando sapeva che lei usciva con le amiche però le faceva le poste. E c’erano già stati casi di violenza: «Mi aveva già picchiato, e lo avevo già denunciato tre volte, ma non era mai arrivato a questo punto». Anche con le tre denunce sulle spalle, con la violenza non ha mai smesso, fino a domenica quando l’ha affrontata sotto casa dopo averla attesa chissà quanto, e hanno cominciato a discutere.
«Non era lucido, mi chiedeva in continuazione dov’ero stata, che avevo fatto e con chi — ricorda ancora Giada — . Poi, quando gli ho visto sbucare il timbro di una discoteca stampato su un braccio, gli ho detto: “vedi anche tu fai la tua vita”. È stato in quel momento che mi ha dato due pugni in faccia. Ho subito urlato, gridando aiuto, e lui mi diceva di stare zitta. Così sono scappata in macchina, pensando di trovare rifugio, ma lui ha infilato le mani nel finestrino socchiuso e ha mandato in frantumi il vetro, è tornato indietro a prendere la bottiglia di vodka, e dopo averla rotta si è infilato in macchina e ha cominciato a colpirmi in faccia. Mi ha strattonato, prendendomi per i capelli, sono finita a terra fuori dall’auto e mi è saltato addosso continuando a colpirmi ovunque. Non smetteva, non si fermava».
«Ero a terra in un lago di sangue, gli ripetevo di pensare ai bambini, e lui continuava a colpirmi senza dire niente. Non ci credo ancora, che sia arrivato a questo punto, non sapevano se ce l’avrei fatta. Ora che l’hanno preso sono più tranquilla». «Io invece aspetto la sentenza — interviene Massimo, il padre, che di mestiere fa la guardia giurata — e spero che la giustizia faccia giustizia». Per fortuna le grida hanno svegliato i genitori, racconta Massimo: «Lui stava sopra di lei che la colpiva come si colpisce un tamburo».
La mamma, Giovanna, è appena rientrata da aver fatto la spesa. È una donna energica, che ancora è senza voce per aver gridato a quell’uomo di lasciare la presa. È scesa per prima in strada, d’istinto, per cercare in qualche modo di fermare quella furia. Una volta arrivata giù, lui si è voltato, l’ha guardata, le ha rivolto due frasi in arabo e poi è fuggito. «Pensavo che Giada mi morisse tra le braccia - aggiunge Giovanna - Da domenica non riesco a dormire: appena chiudo gli occhi rivedo sempre quella scena terribile». Ora il pensiero di Giada, che ha sempre lavorato, prima come barista e in seguito in una macelleria, è quello di ristabilirsi, stare bene e pensare ai suoi due figli (la donna ha anche una bambina di 5 anni).
«Per ora non vedo un futuro». Si ferma, un attimo e dopo la pausa trova la forza di concludere: «Faccio la mamma. Per una donna sola non è facile, ma quello che spero, è riuscire a ricostruirmi una vita normale».
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