Gioco
«Maxi-Darsena, nessun problema In estate acceleriamo sul bando»
di Mauro Zucchelli
L’esponente del governo a Livorno per il forum nazionale in vista del G7 Trasporti previsto a Cagliari «L’Italia è un molo nel Mediterraneo per far arrivare in Europa le merci della nuova “via della seta”»
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LIVORNO. Per l’annuncio più atteso dal porto di Livorno bisognerà attendere il pomeriggio quando il ministro Graziano Delrio arriva all’iniziativa Pd: sì, il governo punta sulla Darsena Europa; sì, il porto di Livorno ha «condizioni uniche». Ma soprattutto: «in estate daremo una accelerata sul bando per la maxi-Darsena, non ci sono problemi».
Al mattino, al conclave dellla portualità è il governatore Enrico Rossi a invitare il governo a «fare la propria parte» con «investimenti che saranno certo inferiori ai nostri». E, – dopo aver ringraziato sia i numeri uno uscenti delle due Authority (Giuliano Gallanti e Luciano Guerrieri) sia il neo-presidente Stefano Corsini, rivendicando alla Toscana il fatto di essere in Europa «seconda solo alle Fiandre» come «regione che ha investito di più in logistica e infrastrutture».
Il Forum livornese lo organizzano al terminal crociere il ministero delle infrastrutture e Rete Autostrade Mediterranee in vista del G7 Trasporti (previsto a fine maggio a Cagliari): lì rispunta, per mano di Delrio l’identikit dell’Italia come una sorta di grande molo d’Europa in mezzo al Mediterraneo. Parte da questo sguardo all’atlante per tornare a insistere sulla “cura del ferro”.
Nel menù però non ci sono né la vitamina C né le proteine della carne bensì gli incentivi tipo “mare-bonus” e “ferro-bonus”, E soprattutto le infrastrutture: non è sufficiente una striscia di terra che si allunga in mare per creare un molo portuale, soprattutto se in mezzo ha una lunga dorsale di montagne come l’Appennino (e se la merce trova troppi intoppi per uscire dal porto) .
Intoppi? Il “mantra” di Delrio – anticipato nella lunga intervista al Tirreno di ieri – mette l’accento su tre tipi di accessibilità che hanno bisogno di sprint. Uno, le briglie della burocrazia: «Avevamo 112 procedimenti amministrativi in questo campo, adesso abbiamo uno sportello unico. E non dimentichiamo la velocizzazione dell’iter doganale: siamo i primi al mondo sotto questo profilo, eravamo al 37° posto fino a pochi anni fa». Due, l’arrivo della merce dal mare: «Abbiamo lavorato sodo alla semplificazione dei dragaggi in tandem con il ministero dell’ambiente, e in particolare con il sottosegretario Silvia Velo». Tre, lo smistamento della merce verso l’interno: «E qui c’è tutto il programma di infrastrutture principalmente ferroviarie, che qui a Livorno rappresentano un esempio straordinario come il nuovo collegamento direttissimo fra Darsena Toscana e rete ferroviaria nazionale perché si prenda il container appena sbarcato e lo si porti fino alla destinazione finale nel minor tempo possibile».
Non è una novità, l’idea dell’Italia-molo. Ci aveva scommesso dieci anni fa un gigante internazionale come Eurokai di herr Thomas Eckelmann: far giungere sui mercati europei passando dai porti italiani anziché da Rotterdam-Amburgo le merci in arrivo dall’Estremo Oriente via Suez. Ma allora le Alpi erano ancora una barriera: rendevano difficile per noi sfondare verso la Baviera, ma ci mettevano un po’al riparo dalla proverbiale competitività degli scali nordeuropei (anche se Rotterdam è già adesso il settimo scalo di riferimento per la merce italiana…) . Presto non sarà più così perché è in pista un programma di trafori che renderanno le Alpi assai più permeabili ai flussi di merci. Tradotto: più facile per i nostri porti spedire merce nel cuore d’Europa ma, al tempo stesso, via ogni protezione rispetto all’aggressività concorrenziale dei grandi scali del Northern Range. Tant’è vero che Rotterdam esplicitamente è sbarcato a Milano alla conquista di flussi di merci con incontri riservati di cui Il Tirreno ha dato conto.
Il ministro dice anche qualcosa che sembra poco più d’un inciso: è indispensabile far maturare nel Paese la consapevolezza della posta in gioco nei porti. È un po’surreale immaginarsi che «se ne parli la sera a cena davanti al tg»? Eppure «tutti sanno bene cos’è il problema dei migranti», è necessario allora che l’opinione pubblica abbia ben presente la rivoluzione che s’innescherà quando tutti i trafori saranno in funzione a pieno regime. Delrio lascia capire che non è un problema di audience: paradossalmente è rivolgendosi a una platea di addetti ai lavori che spera di trovare lo slancio per far uscire questi temi dallo stretto giro degli specialisti e diventare “agenda del Paese”. Dunque con tutta la rilevanza possibile quando c’è da convincere il ministro Padoan ad allargare i cordoni della borsa.
È come se, insistendo sul milione di occupati in questo settore, volesse indicare che la logistica può essere il “mestiere” dell’Italia – certo, insieme al turismo e alla manifattura ad alto valore aggiunto – nella nuova divisione internazionale del lavoro: come quando l’Inghilterra ha deciso di lasciar perdere la propria industria pur di diventare una delle piazze finanziarie del mondo. Lo dirà, parlando con i cronisti, Mino Giachino, ex sottosegretario ai trasporti e ora responsabile Fi di settore: «I porti sono la “fabbrica del lavoro” del 21° secolo».
Di fronte alla platea del Forum, il ministro indica due orizzonti precisi: 1) un ruolo nel Mediterraneo che guardi al dialogo economico con la sponda nordafricana; 2) la “via della seta” sulla quale punta la Cina.
È Lucio Caracciolo, direttore di Limes, a mettere in evidenza le potenzialità di questo progetto di Pechino «tanto grandioso quanto indefinito: praticamente un marchio sotto il quale vengono catalogate mille iniziative». Per la Cina – afferma – è la risposta alla «sovracapacità produttiva e all’impossibilità di far crescere il mercato interno se non a prezzo di innescare spinte al cambiamento politico». E per noi italiani? «Una straordinaria opportunità di cui forse non siamo ancora pienamente consci».
Sì, ma intanto «all’interno di un porto che vede i traffici crescere», restano irrisolti alcune crisi occupazionali: e qui il sindaco Filippo Nogarin ricorda i casi degli addetti del Lucarelli Terminal e di Grandi Molini. Il tema è incandescente (vi aveva fatto riferimento anche Rossi), ma a differenza di quanto accaduto in altre occasioni quando aveva usato toni di bruciante rottura il leader M5s usa la tribuna con l’aplomb di uomo di governo e sottolinea quanto sia importante investire in porto per creare occupazione.
Ma il forum è anche l’occasione in cui esperti di primo piano indicano la rotta di un futuro possibile. Ad esempio, Olaf Merk (esperto Ocse per la portualità) segnala gli effetti del gigantismo navale e dell’oligopolio dei grandi gruppi: si pensi che «otto dei primi venti operatori internazionali sono spartiti negli multimi due anni» e che «le prime 4 flotte mondiali avevano in mano il 23% del mercato nel 2000 e ora più del doppio». Risultato: ai porti non resta che scoprire strategie di collaborazione per non restare schiacciati.
E se Enrico Grassi (Corte dei Conti europea) mette in guardia dai rischi dell’ “overdose” di progetti infrastrutturali destinati a implodere per surplus rispetto ai traffici, Herald Ruijters (direttore Dg Move Ue) invita a «preparare progetti in vista della scadenza del 2020» guardando anche alla capacità di alleanze fra porti: l’esempio è l’Authority unica che raggruppa Copenhagen e Malmoe che, appartenenti a due Stati differenti, sono cresciuti dopo le loro “nozze”».
Al mattino, al conclave dellla portualità è il governatore Enrico Rossi a invitare il governo a «fare la propria parte» con «investimenti che saranno certo inferiori ai nostri». E, – dopo aver ringraziato sia i numeri uno uscenti delle due Authority (Giuliano Gallanti e Luciano Guerrieri) sia il neo-presidente Stefano Corsini, rivendicando alla Toscana il fatto di essere in Europa «seconda solo alle Fiandre» come «regione che ha investito di più in logistica e infrastrutture».
Il Forum livornese lo organizzano al terminal crociere il ministero delle infrastrutture e Rete Autostrade Mediterranee in vista del G7 Trasporti (previsto a fine maggio a Cagliari): lì rispunta, per mano di Delrio l’identikit dell’Italia come una sorta di grande molo d’Europa in mezzo al Mediterraneo. Parte da questo sguardo all’atlante per tornare a insistere sulla “cura del ferro”.
Nel menù però non ci sono né la vitamina C né le proteine della carne bensì gli incentivi tipo “mare-bonus” e “ferro-bonus”, E soprattutto le infrastrutture: non è sufficiente una striscia di terra che si allunga in mare per creare un molo portuale, soprattutto se in mezzo ha una lunga dorsale di montagne come l’Appennino (e se la merce trova troppi intoppi per uscire dal porto) .
Intoppi? Il “mantra” di Delrio – anticipato nella lunga intervista al Tirreno di ieri – mette l’accento su tre tipi di accessibilità che hanno bisogno di sprint. Uno, le briglie della burocrazia: «Avevamo 112 procedimenti amministrativi in questo campo, adesso abbiamo uno sportello unico. E non dimentichiamo la velocizzazione dell’iter doganale: siamo i primi al mondo sotto questo profilo, eravamo al 37° posto fino a pochi anni fa». Due, l’arrivo della merce dal mare: «Abbiamo lavorato sodo alla semplificazione dei dragaggi in tandem con il ministero dell’ambiente, e in particolare con il sottosegretario Silvia Velo». Tre, lo smistamento della merce verso l’interno: «E qui c’è tutto il programma di infrastrutture principalmente ferroviarie, che qui a Livorno rappresentano un esempio straordinario come il nuovo collegamento direttissimo fra Darsena Toscana e rete ferroviaria nazionale perché si prenda il container appena sbarcato e lo si porti fino alla destinazione finale nel minor tempo possibile».
Non è una novità, l’idea dell’Italia-molo. Ci aveva scommesso dieci anni fa un gigante internazionale come Eurokai di herr Thomas Eckelmann: far giungere sui mercati europei passando dai porti italiani anziché da Rotterdam-Amburgo le merci in arrivo dall’Estremo Oriente via Suez. Ma allora le Alpi erano ancora una barriera: rendevano difficile per noi sfondare verso la Baviera, ma ci mettevano un po’al riparo dalla proverbiale competitività degli scali nordeuropei (anche se Rotterdam è già adesso il settimo scalo di riferimento per la merce italiana…) . Presto non sarà più così perché è in pista un programma di trafori che renderanno le Alpi assai più permeabili ai flussi di merci. Tradotto: più facile per i nostri porti spedire merce nel cuore d’Europa ma, al tempo stesso, via ogni protezione rispetto all’aggressività concorrenziale dei grandi scali del Northern Range. Tant’è vero che Rotterdam esplicitamente è sbarcato a Milano alla conquista di flussi di merci con incontri riservati di cui Il Tirreno ha dato conto.
Il ministro dice anche qualcosa che sembra poco più d’un inciso: è indispensabile far maturare nel Paese la consapevolezza della posta in gioco nei porti. È un po’surreale immaginarsi che «se ne parli la sera a cena davanti al tg»? Eppure «tutti sanno bene cos’è il problema dei migranti», è necessario allora che l’opinione pubblica abbia ben presente la rivoluzione che s’innescherà quando tutti i trafori saranno in funzione a pieno regime. Delrio lascia capire che non è un problema di audience: paradossalmente è rivolgendosi a una platea di addetti ai lavori che spera di trovare lo slancio per far uscire questi temi dallo stretto giro degli specialisti e diventare “agenda del Paese”. Dunque con tutta la rilevanza possibile quando c’è da convincere il ministro Padoan ad allargare i cordoni della borsa.
È come se, insistendo sul milione di occupati in questo settore, volesse indicare che la logistica può essere il “mestiere” dell’Italia – certo, insieme al turismo e alla manifattura ad alto valore aggiunto – nella nuova divisione internazionale del lavoro: come quando l’Inghilterra ha deciso di lasciar perdere la propria industria pur di diventare una delle piazze finanziarie del mondo. Lo dirà, parlando con i cronisti, Mino Giachino, ex sottosegretario ai trasporti e ora responsabile Fi di settore: «I porti sono la “fabbrica del lavoro” del 21° secolo».
Di fronte alla platea del Forum, il ministro indica due orizzonti precisi: 1) un ruolo nel Mediterraneo che guardi al dialogo economico con la sponda nordafricana; 2) la “via della seta” sulla quale punta la Cina.
È Lucio Caracciolo, direttore di Limes, a mettere in evidenza le potenzialità di questo progetto di Pechino «tanto grandioso quanto indefinito: praticamente un marchio sotto il quale vengono catalogate mille iniziative». Per la Cina – afferma – è la risposta alla «sovracapacità produttiva e all’impossibilità di far crescere il mercato interno se non a prezzo di innescare spinte al cambiamento politico». E per noi italiani? «Una straordinaria opportunità di cui forse non siamo ancora pienamente consci».
Sì, ma intanto «all’interno di un porto che vede i traffici crescere», restano irrisolti alcune crisi occupazionali: e qui il sindaco Filippo Nogarin ricorda i casi degli addetti del Lucarelli Terminal e di Grandi Molini. Il tema è incandescente (vi aveva fatto riferimento anche Rossi), ma a differenza di quanto accaduto in altre occasioni quando aveva usato toni di bruciante rottura il leader M5s usa la tribuna con l’aplomb di uomo di governo e sottolinea quanto sia importante investire in porto per creare occupazione.
Ma il forum è anche l’occasione in cui esperti di primo piano indicano la rotta di un futuro possibile. Ad esempio, Olaf Merk (esperto Ocse per la portualità) segnala gli effetti del gigantismo navale e dell’oligopolio dei grandi gruppi: si pensi che «otto dei primi venti operatori internazionali sono spartiti negli multimi due anni» e che «le prime 4 flotte mondiali avevano in mano il 23% del mercato nel 2000 e ora più del doppio». Risultato: ai porti non resta che scoprire strategie di collaborazione per non restare schiacciati.
E se Enrico Grassi (Corte dei Conti europea) mette in guardia dai rischi dell’ “overdose” di progetti infrastrutturali destinati a implodere per surplus rispetto ai traffici, Herald Ruijters (direttore Dg Move Ue) invita a «preparare progetti in vista della scadenza del 2020» guardando anche alla capacità di alleanze fra porti: l’esempio è l’Authority unica che raggruppa Copenhagen e Malmoe che, appartenenti a due Stati differenti, sono cresciuti dopo le loro “nozze”».
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