Il Tirreno

Livorno

Astronauti e tecnici a lezione alla Kayser per i test high tech

di Mauro Zucchelli
Astronauti e tecnici a lezione alla Kayser per i test high tech

L’azienda aerospaziale livornese diventa polo internazionale per i corsi dedicati agli esperimenti da portare in orbita

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LIVORNO. Stavolta non sono i supertecnici della Kayser Italia a mettersi sulle orme degli astronauti per predisporre i test da portare in orbita sulla Stazione spaziale internazionale 400 chilometri sopra le nostre teste. Al contrario, saranno gli uomini e le donne del cosmo – insieme a un team di ingegneri progettisti delle apparecchiature destinate al blu dipinto di blu – a venire a “lezione” nel quartier generale dell'azienda aerospaziale livornese: in mezzo al verde dei boschi, sulla provinciale per il Gabbro, là dove fino agli anni ’70 era la Barcas con una folla di operaie a cucire giacche, pantaloni e tailleur.

È un altro balzo nel futuro per questa impresa livornese che fa il miracolo quotidiano di mantenere il collegamento con i cosmonauti anche se in quella zona la rete Adsl è quasi zero.

È stata l’Iaass (Associazione internazionale per il progresso della sicurezza spaziale) a individuare la Kayser come sede permanente per i corsi di Iss Payload Design and Operation Safety. «Il prossimo corso si terrà dal 23 al 26 maggio», dice l’ingegner Valfredo Zolesi, padre fondatore dell’azienda che vede in plancia di comando anche i figli David e Sara: «Sarà dedicato ai progettisti che in tutto il mondo lavorano nel settore spaziale e a tutti coloro che sono coinvolti negli aspetti di sicurezza delle operazioni durante le missioni in orbita».

Sia chiaro, non stiamo parlando di corsi destinati a chi vuol diventare astronauta bensì a chi lo è già e deve prendere confidenza con la gran mole di esperimenti che dovrà compiere una volta a bordo della Stazione spaziale. Soprattutto per i test predisposti dall’azienda della famiglia Zolesi, si tratta di misurazioni degli effetti che l’assenza di gravità o l’esposizione alle radiazioni cosmiche ha sulla fisiologia dell’organismo umano e sulla biologia cellulare (ma anche sui contraccolpi psicologici).

«C’è da utilizzare in modo corretto – afferma Zolesi – apparecchiature con elettronica avanzata che devono reggere condizioni ultra-limite: se sono poste all’esterno della Stazione spaziale passano da momenti in cui sono a 80 gradi sottozero (quando è “notte”) a fasi in cui l’esposizione al sole porta fino a 180 gradi». Ma il problema della temperatura vale anche per eventuali surriscaldamenti delle apparecchiature che «potrebbero ustionare l’astronauta durante il lavoro»: come dice Paolo Nespoli, ex parà della Folgore a Livorno e ora astronauta alla terza missione a sessant’anni suonati, «sono un ingegnere-astronauta ma lassù faccio da elettricista, idraulico, meccanico, insomma da aggiustatutto perché mica posso guardare sulle Pagine Gialle per chiamare qualcuno».

E questi sono solo alcuni degli aspetti con cui fare i conti. «Anche perché – aggiunge Zolesi – vale un po’ come per Sebastian Vettel in Formula Uno: testa quotidianamente sulla propria monoposto congegni high tech che fra dieci anni finiranno ingegnerizzate sulla produzione industriale di punta e fra vent’anni su quella di serie. In realtà, di ricadute tecnologiche ce ne sono anche altre: a cominciare dalle cure futuribili dell’osteoporosi, visto che fra gli astronauti la mancanza di gravità rende dieci volte più rapida la perdita ossea.

Zolesi indica anche un altro problema da risolvere per chi opera nel suo campo: per semplificare, diciamo che la Stazione spaziale “parla” con noi terrestri attraverso un satellite, ma l’una corre per conto proprio a 28mila chilometri orari e l’altro gira in tutt’altra direzione. Se pensiamo che è complicato trovare “campo” per lo smartphone sul Romito, figuriamoci lassù...

Non è tutto. In questi corsi si intreccia il know how degli astronauti e quello dei progettisti degli esperimenti. Si affinano le modalità di progettazione: si parte dall’idea di quel che vogliamo capire, poi dobbiamo trasformarlo in un test specifico, quindi bisogna “tradurlo” in una apparecchiatura che possa funzionare inm orbita.

Trent’anni di attività alle spalle, la Kayser Italia ha visto i propri bioreattori per esperimenti di scienze della vita farne una realtà di riferimento a livello europeo. Lo staff di una sessantina di dipendenti – in gran parte laureati, con competenze di alto livello in informatica, elettronica, biologia molecolare, fisica e meccanica – ha preso parte a più di 60 missioni spaziali con 90 esperimenti scientifici in orbita.

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