Il Tirreno

Livorno

Cresce l’economia “blu” L’unica in controtendenza

di Mauro Zucchelli
Cresce l’economia “blu” L’unica in controtendenza

Container, turismo, cantieri, pesca: la nostra provincia è quasi da record

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LIVORNO. L’economia del mare è il cuore del sistema economico nato dal “matrimonio” fra Livorno e Grosseto che ha dato vita alla nuova Camera di Commercio della Maremma e del Tirreno: anzi, forse è la spina dorsale di questo strano ircocervo geografico che lungo il litorale della Toscana centromeridionale si stende lungo 250 chilometri fra il ponte del Calambrone e quello sul fosso del Chiarone (che diventano quasi il doppio se mettiamo nel conto anche le isole disseminate nell’Arcipelago). Parlano le cifre: 6.226 imprese (oltre 4mila in provincia di Livorno, quasi 2.200 in quella di Grosseto), 27.829 occupati (quasi 19mila labronici, più di 9mila maremmani), un miliardo 350 milioni di euro come valore aggiunto (concentrati al 71% in territorio livornese).

Quanto basta per accorgersi che «fra Capalbio e Collesalvetti», secondo una catalogazione territoriale che presumibilmente torneremo a sentire, c’è praticamente la metà della “blue economy” di tutta la Toscana. Ma questo non dice ancora tutto relativamente al peso specifico che la “blue economy” ha sul territorio: Livorno risulta a livelli da record in Italia («al secondo posto dopo Rimini fra le oltre cento province del Bel Paese») ma anche non scherza affatto neanche Grosseto, dove pure l’entroterra maremmano ha una grande estensione, («è fra le prime dieci province in campo nazionale»). In concreto: a Livorno è legata al mare una impresa ogni otto (12,3%) e un euro ogni otto di ricchezza prodotta dal sistema economico (poco meno di 12 punti e mezzo) e quasi un posto di lavoro su sette otto (13,7%). Il quadruplo rispetto al resto della nostrra regione o d’Italia.

Parola del Centro studi ricerche Cciaa guidato da Mauro Schiano (alla testa del gruppo di lavoro composto anche da Raffaella Antonini, Federico Doretti e Silvia Bartalucci): sono queste solo alcune delle cifre messe nero su bianco nel dossier presentato nella (bella) biblioteca storica al quinto piano della sede camerale di via del Porticciolo dal presidente Riccardo Breda insieme a Alessandro Rinaldi, dirigente studi statistici di Unioncamere. Illustrando l’indagine giurano di esser stati di manica molto stretta nel valutare gli effetti di questo genere di attività: se lo sguardo si allarga anche all’indotto di attività connesse, ecco che da 1,3 miliardi di euro si balza a quasi 4 miliardi («e i moltiplicatori adottati sono la metà di quelli usati dal Censis»).

L’economia del mare è un filo azzurro che prova a dare una identità comune – il mare, appunto – a un puzzle di pezzetti di economia: dalla filiera ittica (la pesca ma anche la lavorazione dei prodotti ittici e il commercio connesso) alla cantieristica (fra piccolo diporto e grandi yacht), dalla movimentazione di merci e passeggeri via mare (container e ro-ro così come crociere e traghetti passeggeri), e poi le attività di tutela ambientale marina (ricerca inclusa), l’industria dell’estrazione marina offshore. E soprattutto il turismo: che si tratti di alberghi e ristoranti, di stabilimenti balneari o discoteche in località di mare, ma anche scuole sub e via dicendo...

È proprio Breda a mettere l’accento sull’aspetto-chiave: mentre la crisi azzanna l’economia anche lungo la costa toscana, la “blue economy” dell’area livornese-grossetana è in controtendenza. Tradotto: cresce. Anche in questo caso, sono i numeri a raccontarlo: anche in questo caso, con standard pressoché da primato. Nella prima metà di questo decennio solo La Spezia e Olbia-Tempio (più 8,2% per ambedue) hanno fatto registrare una impennata più forte in fatto di numero di imprese.

Facciamo il raffronto con il resto dell’apparato economico: il numero complessivo delle imprese è rimasto grossomodo lì mentre, all’opposto, quelle legate al mare sono aumentate di oltre 4 punti percentuali. E questo vale tanto nella provincia di Livorno quanto in quella di Grosseto (ma anche su scala regionale e a livello nazionale addirittura si raggiunge il 5,2%).

Una differenza simile vale anche sul fronte dell’occupazione: la “blue economy” è cresciuta a Grosseto dell’1,9% e a Livorno praticamente è rimasta ferma, invece se guardiamo alla globalità dell’economia l’occupazione è diminuita del 3,7% in provincia di Livorno, cioè un po’ più che in Toscana (3,2%) o su scala nazionale (3,5%) ma più del doppio a paragone di Grosseto.

In realtà, se misuriamo la ricchezza prodotta (valore aggiunto), la situazione sembra ribaltarsi: la “blue economy” mostra un forte arretramento soprattutto nell’area livornese (meno 21,6%). Ma c’è un motivo specifico che non ha a che fare con l’identikit rfeale bensì con i capricci delle catalogazioni statistiche: stiamo parlando di una realtà Eni che fa lo stesso mestiere di prima ma ora con un codice Ateco differente. Basti dire che, al netto dei dati dell’industria di estrazione marina, ecco che Livorno ribalta la tendenza e sfiora un balzo in avanti che vale dieci punti percentuali.

Beninteso, l’economia del mare è soprattutto sotto il segtno del turismo ad esso collegato. Per capirci: rispetto all’intera galassia della “blue economy” della nostra provincia viene da hotel, ristoranti e pub il 45,1% degli addetti, il 50,3% delle imprese e il 38,9% del valore aggiunto. Ma c’è un “ma”: guai – dice Schiano – se questo fosse solo un “rifugio imprenditoriale”, una scappatoia visto che lavoro dipendente non ce n’è e impieghi pubblici nemmeno. Si rischia di ritrovarci con bar, osterie e pizzerie a bassa professionalità: semplicemente perché non so fare altro. Del resto, nella sola provincia di Livorno c’è il 30,2% dei giovani imprenditori “blue”di tutta la Toscana: ma è voglia d’impresa o semplicemente il ripiego utilizzando la liquidazione del babbo o i risparmi della nonna?

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