Gioco
Lunghi, orologiai e gioielleri da una vita
Ivo e il figlio Massimo memoria di un quartiere nel cuore di Colline
LIVORNO. Era emozionato il giovane Ivo Lunghi quando sessant’anni fa, era il 7 gennaio 1957, alzò per la prima volta la saracinesca del suo laboratorio di riparazione di orologi in via di Salviano, nel cuore del quartiere Colline, a due passi dalla piazza Damiano Chiesa: quella data ormai lontana è stata festeggiata da Ivo e dai suoi familiari nel negozio di gioielleria che tuttora detiene col figlio Massimo, sempre in via di Salviano, al numero 18 (l’altro figlio, Alessandro, è invece titolare di una gioielleria in piazza Sforzini, all'Ardenza).
Classe 1934, ottantadue anni portati con eleganza, molto preciso nei suoi ricordi, Ivo è nativo di Stagno dove la sua famiglia era dedita all’agricoltura: «Io però ero malaticcio - racconta - e allora mio padre preferì mandarmi da un nostro cugino, Augusto Lunghi, che faceva l’orologiaio in via Provinciale Pisana. Andai così ad imparare il mestiere. A diciannove anni venni poi richiamato per il servizio militare che ho compiuto a Prato della Valle (Padova) al 41° Reggimento di artiglieria pesante campale». Al rientro a Livorno Ivo tornò da suo cugino che gli chiese se voleva aprire bottega: «Gli risposi di sì ed allora mi disse che la domenica seguente saremmo andati in bicicletta a vedere il fondo. Mio babbo mi dette poi cinquantamila lire per andare a comprare delle attrezzature a Firenze, mentre il banchino da lavoro ed una vetrinetta li acquistai per tremila lire in Borgo Cappuccini». Ed ora come allora nel suo negozio si riparano e si revisionano orologi a movimento meccanico, a carica manuale o automatica, oltre alla sostituzione immediata delle pile nei moderni orologi elettronici. «Ci sono stati periodi - continua - in cui si riparavano più di cento orologi al giorno. Fino a qualche anno fa, gli orologi erano tutti meccanici e spesso erano oggetti di affezione, e ricordo di famiglia. Mi ricordo di avere cambiato ben dieci assi del bilancere allo stesso orologio il cui proprietario non voleva assolutamente disfarsene».
Erano magari anche altri tempi, non c’era ancora lo sfrenato consumismo “usa e getta” e piuttosto che buttare si preferiva riparare: verso la fine degli anni ’50 il nostro Paese stava d’altronde avviando il suo boom economico segnato dalla piena occupazione e da una vigorosa esportazione del Made in Italy, mentre nelle case cominciavano ad entrare i primi elettrodomestici “bianchi” (come il frigorifero) e le strade si stavano riempiendo di Fiat con gli italiani che firmavano pacchi di cambiali per acquistarle. La città intanto si espande e la periferia riceve un notevole impulso: «Pensate che qui davanti all’ospedale - ricorda - c’erano solo orti e proprio nel ’57 le ruspe cominciarono a scavare per la costruzione dei palazzi che vediamo ora».
La svolta che porta Ivo Lunghi ad avviare anche l’attività di gioielleria arriva nel 1962 per un evento spiacevole: «Il 27 ottobre di quell’anno agganciandola ad una vettura mi fu scardinata la saracinesca del negozio e mi vennero sottratti oltre cento orologi in vetrina, ma soprattutto tantissimi orologi in riparazione, molti con la catenina, e mi toccò comprare l’oro per renderlo ai clienti». Gli affari andarono comunque benissimo anche perchè gli oggetti d'oro, dai braccialetti ai catenoni con tanto di medaglione, erano assai ricercati da vari strati della cittadinanza livornese.
Roberto Riu
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