Gioco
Così i portuali si infilarono al tavolo dei big
Dietro le quinte del feeling con i cinesi: tutto cominciò a settembre, poi arrivò il talent scout dei progetti...
LIVORNO. Al tavolo della sala consiglio, secondo piano della “Fortezza” dei portuali in via San Giovanni, quel giorno del fine settembre scorso non c’era nessuno con gli occhi a mandorla. Anzi, tutti livornesi: i vertici della Compagnia portuale e i titolari di una società di consulenza, la Lm Consult, sede in zona sinagoga. Sono Nicola Orazzini e Roberto Giovannelli, carriera in banca fino a diventare direttore generale e vice di Unipol Banca, poi l’idea di mettersi in proprio.
Nessuno lo conferma ma sul tavolo c’è una indiscrezione che brucia per il futuro dei portuali: la cordata di Luigi Negri vuol vendere a fondi inglesi e francesi, Tdt compresa. Tradotto: cosa accadrà alla Compagnia portuali che tanta fatica aveva fatto per infilarsi nell’alleanza con l’imprenditore genovese e con Piero Neri?
Nessuno lo conferma ma dev’essere lì che il presidente Enzo Raugei, il vice Marco Dalli e i consiglieri Stefano Piccini e Riccardo Boccone avvertono che c’è bisogno di trovare un altro orizzonte strategico: una alternativa possibile se il feeling con i fondi internazionali di investimento non dovesse sbocciare.
Ma è proprio in quel mare che bisogna nuotare, quello della grande finanza globalizzata. Giovannelli e Orazzini intercettano l’attenzione di Niccolò Ravano, genovese di fede samp, che è nella plancia di comando di Willis Towers Watson, ciclope assicurativo ai primi vagiti dopo una fusione da 18 miliardi dollari.
Ravano sta nel board dei direttori e, nel suo gruppo, lavora come una sorta di “talent scout” dei progetti infrastrutturali da analizzare in vista di possibili investimenti.
È con lui la Willis ad attivare il canale giusto che porta a Kenny Song: il curriculum dice che da 23 anni si occupa di finanza. Principalmente fra Londra e Lussemburgo, con la holding capofila che ha il cuore alle Antille: è uno dei proprietari ma anche il punto di riferimento di Touchstone Capital Partners, che si muove sui mercati finanziari per aggregare fiumi di denaro attorno a grandi progetti di investimento. Mister Song è cinese e la sua è una compagnia privata che si muove come un pesce nell’oceano dei mercati finanziari privati ma, al tempo stesso, ha una specializzazione nel costruire pacchetti di finanza a sostegno di grandi progetti sui quali intreccia la collaborazione con i giganti delle compagnie statali del governo cinese nei vari settori.
Basta questo a far muovere da Pechino il presidente di uno dei sette giganti economici della Cina? No, ma questo intreccia qualcosa che si è messo in moto a diecimila chilometri da Livorno. Siamo proprio su un altro pianeta politico e economico, quello dei potentati cinesi.
L’idea che muove le autorità di Pechino? L’economia interna corre ma non più ai tassi record degli anni scorsi: non resta che investire all’estero. Non più in Paesi emergenti che sono stati colonizzati dal rullo compressore rappresentato dalla potenza industriale e finanziaria di Pechino. Ora si punta dritto sull’Europa: per adesso, con il progetto da un miliardo di euro per una ferrovia dall’Ungheria alla Serbia, con una grande opera pubblica in Bielorussia e con interventi kolossal in Russia.
Ma nell’ultimo anno la nomenklatura cinese ha guardato con crescente attenzione all’Italia: nel 2016 la Cina ha investito in Italia 11 miliardi di dollari, solo dodici mesi prima non erano più di otto.
Ecco perché è stato possibile che una cooperativa di lavoratori di dimensioni locali è riuscita già a dicembre a trovare un canale per arrivare a dialogare con i piani altissimi di realtà come China Railway International, 99 miliardi di dollari dei fatturato, 281mila addetti e quasi 110 miliardi di dollari di patrimonio.
Ecco perché poi il dossier Livorno è arrivato sul tavolo di alcune fra le più alte autorità cinesi ed è stato oggetto di dialogo al massimo livello con gli emissari del ministro Graziano Delrio, prima della visita di Stato in Cina il mese scorso.
Non è detto che la storia abbia anche il lieto fine, ma intanto è significativo che il porto di Livorno sia finito sotto questi riflettori: segno che forse il declino è evitabile. E se arriva non è colpa del destino cinico e baro... (ma.zuc.)
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