Il Tirreno

Livorno

Grandi Molini, grande rabbia L’azienda dice no a tutto

di Maria Giorgia Corolini
Grandi Molini, grande rabbia L’azienda dice no a tutto

La protesta degli operai licenziati arriva al Tirreno per parlare con le istituzioni Anselmi annuncia: chiamerò il governatore Rossi, siamo dalla vostra parte

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LIVORNO. Alla fine la promessa di un tavolo di trattativa arriva da Gianni Anselmi, presidente della commissione sviluppo economico del consiglio regionale, presente a Livorno per partecipare a un convegno sul rilancio del turismo in programma nella sede del nostro giornale. Nel tardo pomeriggio, dopo una lunga giornata di mediazione e di protesta, un incontro davanti alla sede del Tirreno riaccende una piccola speranza per i 45 dipendenti della Grandi Molini Italiani, che dal 3 febbraio scorso combattono contro lo spettro del licenziamento perché 30 sono stati dichiarati in esubero.

«Chiamerò Enrico Rossi e faremo il possibile», assicura Anselmi ai lavoratori che lo ascoltano assiepati all’ingresso del Tirreno, non senza nascondere le difficoltà della Regione Toscana nel far valere le ragioni pubbliche di fronte a un privato poco propenso a collaborare. Sul fatto che questa volta le istituzioni abbiano fatto il possibile sono d'accordo tutti. Anche l'Autorità Portuale è scesa in campo nel tentativo di far ritirare alla Grandi Molini il piano di esuberi, in cambio di investimenti infrastrutturali. Eppure, da quando ha annunciato i 30 licenziamenti, l'azienda ha rifiutato qualsiasi forma di mediazione: non solo ha rinunciato a ritirarli ma si è anche opposta all'utilizzo della cassa integrazione prevista dal programma di rilancio dell’area di crisi complessa di Livorno.

«Un vero e proprio schiaffo alla città», lo ha definito il segretario della Cgil Fabrizio Zannotti: «L'azienda pretende aiuti pubblici ma non è disposta a cambiare di una virgola la propria posizione, fregandosene dei lavoratori e della città», spiega insieme ai colleghi Cgil Simone Angella e Michele Rossi. Altri 30 lavoratori a casa, altre 30 famiglie in ginocchio, con conseguenze non quantificabili sull'intero indotto. «Se ci licenziano siamo a piedi, non ci sono aziende simili in Toscana – spiegano i lavoratori – dovremo reinventarci un lavoro». A 40, 50 anni. Dopo averne passati venti a macinare 1200 tonnellate di grano al giorno.

Operai specializzati, entrati giovanissimi e cresciuti all'ombra dei due grandi impianti di macinazione. Il molino “a duro” per la produzione dell'italianissima semola per la pasta, meno richiesta e meno redditizia, e il molino “a tenero”, da cui si ricavano le farine da destinare alla panificazione. Proprio quest'ultimo sarebbe al centro delle trattative con l'Autorità Portuale: l'azienda ha chiesto ai vertici della Port Authority di adattare la banchina del porto ad uso della Grandi Molini all'ingresso delle grandi navi, così da poter acquistare carichi di grano più grandi a prezzi più competitivi. «Chiediamo che all'allargamento della banchina, che sarebbe realizzato con soldi pubblici, corrisponda un impegno serio e concreto per evitare i licenziamenti. Se così non fosse l'Authority dovrebbe rifiutarsi», spiegano le rsu Cgil, Cisl e Uil Mirko Ceccherini, Roberto Ulivieri e Elena Brunetti. Per questo in un primo momento i lavoratori si erano radunati davanti a Palazzo Rosciano, dove erano attesi i tecnici delle due controparti. Quando è apparso chiaro che nessun incontro si terrà lì, la rabbia dei lavoratori si sposta davanti alla sede del nostro giornale, dove a un dibattito sono presenti il sindaco Filippo Nogarin e il numero uno dell’Authority Stefano Corsini. Dentro, il turismo del futuro; fuori, il passato dell'industria: in un momento che sembra essere la cristallizzazione del mondo che cambia e a cui nessuno sembra trovare risposte. Chissà se potrebbe riuscirci il sindaco, che però aveva già lasciato il convegno al Tirreno per un impegno concomitante. Resta Anselmi, rimangono le promesse dell'ennesimo tavolo istituzionale. E la tenacia degli operai: «Da lunedì siamo pronti a tutto».

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