Gioco
In centro la raffineria del giro di eroina
Blitz della Mobile: 10 ordinanze, tre in manette e sei indagati
LIVORNO. Il motorino di un frullatore rompe il silenzio nelle notti alle Sorgenti. Quattro o cinque uomini lavorano nell’ombra, lontano da occhi indiscreti, quando la città è sonnolenta e nessuno si accorge di nulla. Nessuno immagina che lì, alla periferia di Livorno, si confezionino eroina e cocaina destinate al mercato di tutta la Toscana. Nessuno eccetto gli uomini della squadra mobile, che per mesi hanno osservato quei movimenti, risalendo fino alla cima della catena di montaggio. Già, perché se la droga veniva preparata in quel garage nel quartiere delle Sorgenti, in modo da abbattere i costi, in viale Nazario Sauro, invece, c’era il deposito dello stupefacente. Due basi, nel centro di Livorno, trasformata in capitale dello spaccio di cocaina ed eroina destinato non solo nella città labronica ma anche a Pisa, Massa, Carrara e Prato, fino a Firenze, e persino in Emilia, in particolare Parma, dove l’organizzazione aveva un’altra sede operativa.
Alla guida del gruppo, secondo gli investigatori, un clan criminale italo-albanese, a conduzione familiare, con a capo due fratelli: Skhelzen Kasa e Kastriot Kasa, riconosciuti come leader da una capillare rete di pusher. Sono loro, secondo la polizia, ad aver inondato di droga, soprattutto eroina e cocaina, la Toscana, territorio dove i due avevano deciso di espandere i loro affari, usando Livorno come centro di gravità. Ma la banda è stata sgominata grazie a un’indagine serrata, condotta dalla squadra mobile livornese guidata da Giuseppe Testaì. Martedì mattina un blitz strategico s’è svolto contemporaneamente a Livorno e a Parma: dieci ordinanze di custodia cautelare in carcere, di cui nove eseguite subito (il decimo è latitante); tre arresti in flagranza a Parma; sei indagati, con le relative perquisizioni fatte anche in piazza Magenta e via dell’Indipendenza. Provvedimenti disposti dal gip del tribunale di Firenze, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia (Dda). La conclusione di una grossa indagine, durata circa un anno, che ha portato al sequestro di 80 chili di roba.
Il magazzino in una cantina. Nel box alle Sorgenti la mobile ha trovato il frullatore (per polverizzare la materia grezza), ma anche la pressa (per creare i panetti) e varia sostanza da taglio per confezionare lo stupefacente diretto alle piazze di spaccio toscane. Mentre il magazzino è stato scovato in una cantina in viale Nazario Sauro, adibita a deposito per lo stoccaggio.
“Buongiorno” in polvere. Al mattino i pusher dell’organizzazione criminale dopo i rifornimenti, partivano per le consegne agli spacciatori, per lo più nordafricani. È così che la droga confezionata a Livorno, finiva in piazza della Stazione a Pisa, dove poi veniva spacciata in dosi; oppure approdava a Prato o alimentava il mercato dello spaccio a Carrara. La raffineria delle Sorgenti consentiva di contenere i costi per la preparazione: la sostanza, infatti, veniva “tagliata” più volte, anche con medicinali di largo consumo o con sostanze anabolizzanti, fino a creare dosi in cui il mix di sostanze psicotrope e da taglio poteva creare ancor più danni alla salute.
Stipendio fisso e case in affitto. Lo stampo dell’organizzazione, come accertato dalla mobile, era di tipo imprenditoriale: i pusher, fatti arrivare appositamente dall’Albania, venivano stipendiati circa 1.500 euro al mese. E per agevolarli, veniva fornito loro anche un alloggio e i mezzi, auto e/o moto, attraverso cui spostarsi per il proprio lavoro, quasi fossero veri e propri agenti di commercio. L’organizzazione, inoltre, disponeva di case a Livorno (in una villa in via Calzabigi dove lo scorso novembre era stato arrestato Klodian Hakballa) e a Pisa (in un appartamento di Porta a Mare era stato preso, sempre a novembre, Enkel Matraku con oltre 2 chili di droga). Appartamenti presi in affitto per coloro che venivano trattati come dipendenti. Le abitazioni monitorate dalla polizia nel corso dell’indagine sono circa una decina e quasi trenta sono i mezzi che componevano il parco auto del gruppo criminale. Vetture, scooter, appartamenti e pusher venivano cambiati alla prima avvisaglia di un’attenzione delle forze dell’ordine. Numerosi poi i mezzi sequestrati.
Fatturato da grande impresa. «Un giro di soldi da clan camorristico»: così gli investigatori definiscono il volume d’affari che ruotava intorno al gruppo. Lo dimostrano, secondo la polizia, i sequestri di contanti effettuati nel corso dell’indagine e il tenore di vita dei due fratelli Kasa, proprietari in Italia e in Albania di immobili e negozi. Nella sola “piazza” di Livorno, come emerge dalle indagini della mobile, Skhelzen Kasa fatturava circa 50.000 euro a settimana. Entrate che gli avrebbero permesso di acquistare due appartamenti a Parma e un bar nella zona di Sant’Agostino a Pisa, riciclando così, secondo la polizia, i proventi del traffico di droga. Non solo. Il giovane secondo chi indaga, pagava anche l’affitto di almeno altri due appartamenti a Livorno, per un totale di circa 2000 euro, e manteneva nel lusso tutta la famiglia, moglie e tre figli, oltre alla cognata. Il fratello, Kastriot Kasa, invece, è proprietario di una grande villa e di vari negozi in Albania.
Soldi in Albania. I guadagni della droga venduta in Toscana finivano dunque anche in Albania. Come? In buste chiuse, spacciate per lettere, fatte viaggiare, all’insaputa degli autisti, su bus di linea. Nel corso dell’operazione, inoltre, sono stati sequestrati anche due conti bancari (un terzo era stato già chiuso dal direttore della banca per sospetto riciclaggio di denaro) e uno postale. Indagini sono ancora in corso.
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