Il Tirreno

Livorno

Non siamo criminali Dall’ex deposito Atl un grido disperato

di Enrico Paradisi
Non siamo criminali Dall’ex deposito Atl un grido disperato

Le famiglie degli occupanti in una lettera ai residenti «Vogliamo andare via, però ci serve un’alternativa»

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LIVORNO. «Il volantino? Sì, lo abbiamo distribuito in tutto il quartiere. Ora devo andare perché mi sono operato e ho una visita all’ospedale». Sono da poco passate le 9, e Alì, marocchino sulla cinquantina, chiude meticolosamente il lucchetto alla catena del cancello di ingresso dell’ex deposito dell’Atl, occupato ormai da circa un anno da circa venti famiglie con diversi bambini, tutte senza casa, e senza lavoro.

«Ora non c’è nessuno - dice- se vuoi trovare qualcuno prova a venire verso mezzogiorno». “Non siamo criminali”. Comincia con queste parole in calce, il volantino che le famiglie occupanti, nei giorni scorsi, hanno distribuito un po’ in tutto il quartiere affiggendone copie ai portoni e consegnandoli a pacchi nelle cassette della posta dei palazzi della zona. Un messaggio forte e inusuale, una richiesta di comprensione da chi ha poco o niente e che si trova costretto a occupare, per non finire in mezzo ad una strada. L’idea del volantino è venuta fuori quando hanno saputo che i residenti del quartiere hanno messo in piedi una raccolta firme per chiedere che il deposito venga liberato. Chi abita nella strada si lamenta del degrado in cui versa la struttura («Eravamo soddisfatti di esserci liberati dal deposito degli autobus - dicono - e ora ci siamo ritrovati con una situazione di ulteriore degrado»), non delle famiglie con bambini «che non danno alcun fastidio», ma per gli effetti dell’occupazione che offre un’immagine comunque non decorosa. Preoccupa di più la questione della sicurezza: «Non si sa in realtà quanti siano ad abitare là dentro né cosa facciano - dicono alcuni - ogni tanto vediamo le pattuglie della polizia che effettuano controlli e perquisizioni». Ilio, 68 anni, un altro residente della zona, è convinto che le norme si debbano rispettare. «Ricordo che un giorno, due stranieri in macchina, ci chiesero dove fosse il deposito dell’Atl e il giorno dopo fu tutto occupato. Non è che danno fastidi particolari, il Comune però potrebbe farci qualcosa e così invece è obbligato a desistere».

È anche per questa percezione “esterna”, che gli occupanti hanno preso carta e penna e ribadito per scritto che non sono criminali: «Siamo semplicemente poveri - si legge ancora nel ciclostile distribuito nei giorni scorsi - Parola che oggi viene utilizzata con disprezzo da parte di molti. Tra di noi ci sono numerosi bambini che sono nati e cresciuti a Livorno come i vostri figli e hanno tuto il diritto di continuare a avere una vita normale».

Passa qualche minuto e dallo stesso cancello esce un altro ragazzo. È Mohamed, 32 anni, anche lui viene dal Marocco. Lavora come imbianchino, saltuariamente. «I clienti mi contattano per telefono - racconta - imbianco camerette, stanze, bagni quello che capita. In Italia sono venuto perché non riuscivo a trovare lavoro». Da una anno e otto mesi è sbarcato nel nostro paese, prima Napoli e poi Livorno. Parla un italiano discreto misto a un po’ di francese. Con lui si entra senza problemi nel piazzale. Qui ci accoglie una stesa di panni ordinatamente disposti ad asciugare al sole in un angolo di quella che era una rimessa. Poi, alla spicciolata, cominciano ad uscire dagli alloggi ricavati nella palazzina degli ex uffici direzionali, donne silenti con il velo, e qualche bambino che con la spensieratezza che li contraddistingue inforcando biciclette e monopattini si riversa subito nel piazzale, colorandolo di voci.

In fondo è una piccola comunità multietnica quella che si è costruita sui resti da archeologia industriale dell’ex deposito. Tra famiglie provenienti da Tunisia, Marocco, Senegal, ci sono anche un paio di livornesi, forse tre. Tra cui Massimo, 50 anni, separato, artigiano senza lavoro che un tempo abitava a Colline: «Non è che vogliamo stare qui - spiega - è che non abbiamo alternativa. Ci diamo una mano l’un l’altro, per mangiare e per fare i lavoretti necessari agli alloggi che abbiamo sistemato per le nostre necessità». Due bagni in comune per trentacinque persone, «Abbiamo scritto la lettera perché abbiamo saputo della raccolta firme per mandarci via. Anche se non capisco il motivo. Nel quartiere noi siamo i più tranquilli».

Le storie si sovrappongono. Hisham, 37 anni fa il giardiniere quando capita. «Vuoi un tè marocchino? Guarda , l’ho appena fatto», dice Edbyri, 48 anni, moglie e quattro figli che vanno a scuola. Ex muratore, guadagna qualcosa quando c’è da vendemmiare a Castelfiorentino. «Se ci buttano fuori, dove andiamo? ».

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