Il Tirreno

Livorno

Costretta a prostituirsi a sedici anni: presi gli sfruttatori

di Lara Loreti
Costretta a prostituirsi a sedici anni: presi gli sfruttatori

Livorno, portata in Italia con la promessa del lavoro, poi maltrattata e mandata per strada. Il padre denuncia e scatta un arresto

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LIVORNO. Maria in Romania andava a scuola, frequentava il terzo anno delle superiori. E nel tempo libero si occupava della mamma disabile e della nonna. È figlia unica, suo padre si è trasferito in Italia quando lei aveva appena 6 anni in cerca di una vita migliore, che però non è arrivata. È per questo che a 16 anni ha preso coraggio e ha deciso di seguire le orme del babbo: venire in Italia, lavorare, guadagnare qualche soldo per aiutare la madre invalida. Svoltare insomma. Ma nel nostro Paese, Maria trova solo violenza, costrizione, schiavitù. Due connazionali la obbligano ad andare in strada e a prostituirsi. Lei resiste un mese, poi non ne può più e reagisce: chiede aiuto al padre e alla sua compagna. Ha paura, non riesce a dirla tutta. Ma poi, tramite la nonna, si apre e rivela le violenze a cui è costretta. «Papà, sono a Catania, vieni a prendermi», dice al telefono. A lui, 50 anni, una vita dura da disoccupato, si stringe il cuore. Si sente impotente, ma non perde un attimo: si precipita in questura e presenta una denuncia. A liberare la ragazzina è la squadra mobile livornese, in azione con i colleghi di Catania. Nei guai finiscono una romena di 32 anni, arrestata dalla polizia, e un uomo di 37, denunciato, e su cui sono in corso altre indagini. «Quando, dopo il blitz della polizia, ho sentito la sua voce finalmente sana e salva, ho provato un’emozione indescrivibile», dice il padre al Tirreno.

La speranza. La seconda vita di Maria inizia a fine gennaio. I preparativi per la partenza per l’Italia sono eccitanti, lei è piena di speranze e non vede l’ora di vedere il padre. Già da allora, la situazione non è esattamente chiara e trasparente: i suoi “amici” adulti, per portarla via, falsificano una dichiarazione in cui i genitori autorizzano la ragazza all’espatrio. Ma lei non ci fa caso: l’euforia supera tutto. Le hanno promesso che una volta giunta in Italia, potrà lavorare in una panetteria dove fare dolci e schiacciate da far assaggiare alla famiglia. E poi c’è anche un posto come baby sitter, e a Maria, che è figlia unica, i bambini sono sempre tanto piaciuti. Il viaggio, in auto, è molto lungo. Secondo la polizia, con lei e il 37enne ci sono anche la donna di 32 anni, poi arrestata, e un’altra minore. Dopo ore e ore, la ragazza inaspettatamente, Maria si ritrova nel sud del Paese, a Catania. Lì ad attenderla non c’è alcun forno e nemmeno una famiglia con bimbi da accudire. Ma la fredda, insidiosa e lurida strada. Con i suoi tentacoli più miseri, pronti a sopraffarla.

La schiavitù. Maria subisce violenze e viene costretta a prostituirsi. «Io non volevo, ma mi hanno minacciata mettendomi un coltello alla gola e puntandomi un cacciavite sul fianco», ha raccontato in lacrime ai familiari. Non ha scelta: la sera viene lasciata sul marciapiede e lì è costretta a passare la notte. In preda a chiunque. Lei, che fino a pochi giorni prima è vissuta nel contesto difficile ma sicuro degli affetti familiari, si ritrova sola, disorientata. Senza capire bene il perché e senza sapere cosa fare.

L’sos alla famiglia. In quel momento di terrore e confusione, si fa forza e si rivolge al padre. A partire da due settimane fa, lo chiama più volte e sempre con schede telefoniche diverse. «Ogni volta sul display appariva un numero differente e io mi chiedevo perché e che cosa stesse succedendo», si sfoga il 50enne. La voce della ragazzina tradisce la paura, ma le parole non escono ancora chiare come lei vorrebbe: è terrorizzata. «Mi diceva che stava bene, ma io non ci credevo - dice il babbo - All’inizio mi ha rivelato di trovarsi a Torino. Io allora ho detto alla mia compagna: parto, vado da lei, la porto al sicuro. Ero troppo in pensiero. Ma poi ho capito che non era a Torino come affermava, ma che con lei c’era qualcuno che la costringeva a dire delle cose diverse dalla verità». A quel punto, il padre e la sua compagna si recano in questura e presentano una prima denuncia all’Anticrimine. Per spingerla a venire a Livorno, il babbo e la sua compagna escogitano uno stratagemma: dicono a Maria che suo padre è molto malato e che lei deve venire subito in città a trovarlo. Ed è allora che la ragazza si apre. Le sue telefonate ai parenti si fanno più frequenti ed esplicite. «Sono a Catania, venite a prendermi - è l’sos di Maria - Sono chiusa dentro una stanza, non posso uscire, mi tengono prigioniera, aiutatemi». Allora parte una nuova denuncia, questa volta alla squadra mobile della questura. Gli investigatori, guidati dal dirigente Giuseppe Testaì, già in contatto con i colleghi di Catania, si muovono subito e danno una svolta alle indagini.

La salvezza. Mentre gli inquirenti si danno da fare per rintracciare Maria a Catania, tramite le varie schede telefoniche, a Livorno sale l’ansia dei suoi familiari. «Venerdì della scorsa settimana, a mezzanotte, ero al letto che dormivo col mio compagno quando ho sentito il cellulare squillare con insistenza. Era lei: “Maria come stai?” - racconta la compagna del padre dell’adolescente - Aveva una voce strana e poi nel sottofondo sentivo il rombo delle auto che sfrecciavano: “Che fai in giro a questa ora?”, le ho chiesto. E lei mi ha detto che aveva discusso con il suo amico romeno, il 37enne, e che era uscita a comprare le sigarette. Poi mi ha passato quella donna di 32 anni, sua “amica”, che mi ha detto che aveva paura, ma senza aggiungere altro». Anche solo immaginare lo stato d’animo del padre di Maria fa stare male. «Mi sono sentito morire: non so che cosa potrei fare se mi ritrovassi davanti quelle persone che hanno fatto del male a mia figlia». Il weekend è stato il momento più difficile; poi lunedì la luce in fondo al tunnel: «La polizia ci ha chiamato alle 21.20 e ci ha detto che l’avevano trovata e che era salva - dice il babbo - Poi me l’hanno passata. E per rinascere mi sono bastate quelle tre parole: “Papà, sto bene”».

 

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