Il Tirreno

Livorno

«Non ci si può lanciare in avventurose ipotesi ma si deve parlare a chi resta»

LIVORNO. «Non ci si avventuri in nessuna ipotesi, si rispetti il dolore, non lo si amplifichi», ma «si parli ai ragazzi, si aiutino ad elaborare il dolore e non si crei un tabù rispetto alla morte»....

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LIVORNO. «Non ci si avventuri in nessuna ipotesi, si rispetti il dolore, non lo si amplifichi», ma «si parli ai ragazzi, si aiutino ad elaborare il dolore e non si crei un tabù rispetto alla morte». Lamberto Giannini, prof di filosofia al liceo e pedagogista, ci risponde pesando le parole dopo le due morti che in questi giorni hanno scosso la città. Un ragazzo di 17 anni se ne è andato per un incidente in scooter tutto da chiarire. Un altro si è lanciato a 15 anni da un grattacielo.

Professore, sono due tragedie: per chi non c'è più e per chi resta. Prima di tutto per le famiglie. Ma ci sono anche tanti amici, compagni di scuola, di sport che sono rimasti scossi, in un'età particolare. Che effetto può avere questo su di loro?

«Ci tengo a fare una premessa. Quando c’è una tragedia il silenzio è d’oro. Tanti si sono lanciati in avventurose ipotesi. È indigeribile. Prima di tutto ci vogliono cordoglio e silenzio, quando non si conoscono le cose bisogna stare zitti. Per quanto riguarda l’elaborazione del lutto, purtroppo tutto questo è successo e paradossalmente in chi rimane, per i giovani compagni, diventa un elemento drammatico ma in qualche modo di crescita, ovviamente non per la famiglia».

Cosa intende dire?

«Che viviamo in una società che rifiuta la morte. Non la elaboriamo perché cerchiamo di anestetizzarci. In queste situazioni si scopre che l’esistenza ha una profondità diversa».

A 15-16 anni ci si può sentire fragili o onnipotenti. In ogni caso difficilmente si pensa che un amico possa scomparire così. Come si affronta il tema della morte?

«Il tema della morte va affrontato immediatamente da parte delle famiglie, dalle scuole dell’infanzia, non è un caso che nelle fiabe sia un elemento centrale. Nell’età adolescenziale diventa tutto più complicato, perché si è nell’esplosione psicofisica, nel momento dell’inno alla vita. È importante che la morte non si neghi, che se ne parli, che non si faccia finta di niente. È giusto, ad esempio, che i ragazzi partecipino ai funerali che per loro sono significativi. Quando una comunità vive una tragedia, l’elaborazione collettiva da una parte scalda, dall’altra può diventare logorroica, perché ognuno si sente in diritto di fare ipotesi, di lanciarsi in dimensioni avventurose: questo mai, la morte è sacra, va rispettata in tutte le sue forme. Quindi l’elaborazione, quando è collettiva, deve essere gestita anche dagli adulti».

È giusto parlare a scuola con i ragazzi di quello che è accaduto? Come?

«Certo, è un fatto che li riguarda, hanno vissuto un dramma, devono essere protetti e l’adulto li deve aiutare in questa fase di elaborazione, anche dichiarando la propria difficoltà, perché a sua volta sta male. Sicuramente in questi giorni in città si sente la cappa di malinconia che la morte di due giovani suscita. Parlando con i ragazzi bisogna evitare ogni dimensione di causa-effetto giudicante, quindi frasi del tipo: state attenti quando andate in motorino e così via. Si muore, questo è il dramma. Senza andare a cercare le dinamiche, la curiosità, sarebbe fuorviante. Bisogna stare sul tema del dolore che si prova e della difficoltà che si trova ad andare avanti quando si vede accanto quel banco vuoto. Parlare di come l’assenza può diventare un “valore”: Livorno è una città che non dimentica, i ragazzi sanno essere poetici, con striscioni, graffiti».

Sui social si è innescata una catena incontrollabile di ipotesi e contro-ipotesi...

«Aggiunge dolore al dolore inutilmente. Andare a fare indagini probabilistiche, anche fossero vere, è follia. Sposta l’attenzione dal dramma, che è la morte, non il perché e il come. Se ci sono valutazioni da fare, si faranno in seguito. Ora non si creino allarmismi e si rispetti chi non c’è più senza alimentare il dolore, che è già tanto. Tutto questo senza negare ai ragazzi il rapporto col dolore».

Juna Goti

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di Redazione web