La Chiccaia grida «Mandateci via»
Le storie dei proprietari “bloccati” tra occupazioni, topi, rifiuti, mutui da pagare e lettere all’assessore. «Qui non si vive più»
LIVORNO. Entriamo alla Chiccaia. Ci accompagnano alcuni abitanti che hanno raggiunto il bar Giunti di via Bixio, dove giovedì ha fatto tappa il Caffè Tirreno. Torniamo così nel vecchio blocco popolare di Shangai dopo che una decina di giorni fa avevamo fotografato il tappeto di rifiuti e vecchi mobili accumulato davanti ai portoni. Dopo il nostro servizio Casalp ha fatto mettere uno scassone nel cortile, ma lo spettacolo non è migliorato: ancora mobili, rifiuti. Christian Ceccherini, che non è uno dei proprietari “superstiti” ma vive qui con la famiglia da 18 anni, usa un’immagine un po’ splatter: «Vedete quella macchia di sangue sulla facciata? L’altro giorno un gabbiano ha preso un topo, ecco come si vive qui. Vogliamo un faccia a faccia col sindaco. Si metta una mano sul cuore, quando è venuto alla Chiccaia ha visto qual è la situazione, ora hanno anche puntellato il soffitto della casa sotto perché con le infiltrazioni rischiamo di andare giù».
Ma a chiedere aiuto sono soprattutto i proprietari rimasti “prigionieri” del blocco: alla Chiccaia ci sono alcune famiglie (una decina) che negli anni hanno comprato la casa e che ora non possono venderla perché il complesso è destinato alla demolizione. «Gli assegnatari delle case popolari - raccontano - sono stati quasi tutti trasferiti e ci siamo ritrovati in una terra di nessuno dove le case vengono murate e sfondate, dove non si sa più chi vive nei palazzi, dove c’è l’amianto e dove non vengono più fatte manutenzioni». Al Tirreno si sono rivolti Paolo Frassinelli, Antonio Giusti e Daniela Tonelli, Agata Pisano, Luciana Dugini. Sono tutti proprietari di un ex alloggio popolare. «Io l’ho comprato nel 1998 e l’ho pagato 60 milioni», racconta Frassinelli, 74 anni. «Noi l’abbiamo acquistato nel 2003 per 75mila euro e paghiamo ancora il mutuo», spiegano Giusti e Tonelli. «Io ho acquistato nel ’99 a 90 milioni», dice Pisano, che vive con la madre e il figlio, e racconta di girare da qualche tempo con la bomboletta spray al peperoncino in tasca: «Rientro tardi dal lavoro, qui è un viavai, non si sa più chi ci vive». «Mamma - si arrabbia - ha 86 anni, stiamo a quattro piani senza ascensore, ma non possiamo vendere». Dugini ha comprato casa nel 1995 per 100 milioni, e come altri, sottolinea di averla acquistata da terzi che avevano già comprato da Casalp. In media alloggi di 55 metri. «Quasi nessuno di noi - raccontano - sapeva che il blocco sarebbe dovuto andare giù. Nei nostri contratti firmati dai notai si parla di case libere da vincoli e da oneri».
Frassinelli è il “grafomane” del gruppo: tutti i lunedì va in Comune e protocolla una lettera alla giunta. «Perché l’ultima volta, a ottobre, ci avevano parlato di permute o espropri, poi più niente». L’assessore Giuseppe Vece ha risposto con una lettera a gennaio, dicendo che a oggi non ha niente di nuovo da comunicare. «Vogliamo andare via - ripetono - abbiamo una dignità, ci diano una casa uguale alla nostra da un’altra parte, non vogliamo morire sotto l’amianto. Come proprietari abbiamo anche dovuto fare un’assicurazione e tutti i mesi paghiamo per la manutenzione e la pulizia del verde: ma vi siete guardati intorno? E se qui crolla qualcosa addosso a qualcuno di chi è la responsabilità? Ci sentiamo presi in giro, vogliamo andar via».
(j.g.)
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