Il Tirreno

Livorno

Ribelle e impossibile Contro gli austriaci resistenza disperata

di MAURO ZUCCHELLI
Ribelle e impossibile Contro gli austriaci resistenza disperata

Nel maggio 1849 le radici di una Livorno che non rinuncia a battersi per essere libera

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di MAURO ZUCCHELLI

Quando i fucilieri del generale D'Aspre sono lì pronti per sparargli, il copione dovrebbe rallentare la scena e il clamore. Giusto il tempo per fargli pronunciare le ultime parole che valgono un testamento e sono destinate a restare a mo' di imperituro esempio. E invece l'unica cosa che salta fuori è uno sfottò, probabilmente pure un insulto: Enrico Bartelloni, l'eroe della disperata e folle resistenza dei popolani livornesi di fronte alle armate austriache venute a domarli, se ne va così. Senza finire sui sussidiari di scuola: praticamente una pernacchia anziché una frasina da tramandare ai posteri. Figuriamoci: sbertuccia chi lo fucila sfidandolo ad avere coraggio, e chissà se quel «marmotte!» con cui lui, uomo di città di mare, si dice si rivolga agli uomini venuti da di là dalle Alpi (mica tutti, molti sono anche modenesi), non sia un pudico velo di cronisti risorgimentali per nascondere quella che in realtà era una ingiuria e stop.

È il torrente di racconti, storie e aneddoti che salta fuori quando, nell'aula consiliare di Palazzo Civico si guarda la bandiera storica della difesa di Livorno, quel maggio del 1849 appena risistemata e rimessa al centro della parete: il granduca con la targa austriaca degli Asburgo Lorena messo in fuga per proclamare la repubblica (con i livornesi ce la mettevano tutta per dare una sterzata progressista al nuovo governo di Montanelli); l'Italia a guida sabauda non si era ancora concretizzata e poteva avere ancora il fascino dei sogni.

Si potrebbe prendere quella bandiera e ricordarsi che, prima del restauro, a forza di star rinchiusa dentro il Palazzo, quel rosso-violaceo quasi amaranto era trascolorato in un rosa talmente smunto e pallido: potenza dell'annacquamento dei simboli…

LO SFOTTO’ DEL “GATTO”

Sia chiaro, non si può proprio dire che la razionalità cartesiana abbia contrassegnato le ultime ore del “Gatto”, così chiamavano Enrico Bartelloni per la straordinaria agilità di combattente: l'avesse conosciuto Alexandre Dumas gli avrebbe cucito addosso una bella parte in un romanzo d'appendice. Non sono le truppe austriache che riescono a stanarlo, una volta entrate a Livorno dopo aver sfondato porta San Marco: è lui ad andarle a sfidare con un gesto provocatorio. Poteva esserci una scelta meno avveduta di così? Non è forse vero che il comandante dei rivoltosi è il primo a mettersi in salvo per riuscire a tornare a cospirare di nuovo? Eppure no: Bartelloni butta via la vita così come quasi tre quarti di secolo prima aveva fatto un altro livornesaccio strampalato come Marco Coltellini, ex abate e ex editore (sia dell' "Encyclopedie" che “Dei delitti e delle pene”), prima di diventare librettista d'opera e poeta cortigiano, che per il gusto d'una battuta irriverente si fece prima sbatter fuori dalla corte di Maria Teresa d'Austria e poi ammazzare dal sicario mandato dalla zarina Caterina la Grande.

È il “teorema” di Simone Lenzi: «C'è qualcosa in questa città, una retorica diffusa, diciamo così, che invita allo spreco di sé. Allo scialo d'esistenza. Sprecarsi a Livorno è la cosa più facile del mondo».

Ma se lo scrittore-musicista lo dice per infilzare l'abitudine tutta labronica delle occasioni perdute pur di non allontanarsi dallo scoglio di casa, la storia della difesa di Livorno invita a declinare questo “scialo” pensando a fare la cosa giusta anche quando è fuori da ogni ragionevolezza. Non ci credevano neanche loro: poco più di un migliaio di popolani, armati forse di un po' di fucili, qualche bastone e una batteria di forconi, avrebbero mai potuto sperare di farcela contro uno degli eserciti più forti d'Europa? Per far capire che aria tirava, il comandante asburgico spiegò che alla prima fucilata in arrivo da qualunque finestra avrebbe fatto spianare a cannonate quel palazzo.

DIFFERENTI: PERCHE’

C'è anche dell'altro: e non riguarda lo “scialo” ma quel certo identikit sociale che distingueva Livorno dal resto della Toscana. Lo spiegava il prof. Carlo Mangio cos'era quella «peculiare composizione sociale»: stiamo parlando dell’«esistenza dei primi nuclei di proletariato e i numerosi lavoratori giornalieri, gruppi organizzato di lavoratori portuali muniti di privilegi da cui gli altri si sentono esclusi»; stiamo parlando di «una piccola borghesia di commercianti al minuto e di artigiani esposta agli incerti della congiuntura internazionale»; stiamo parlando di una «media e alta borghesia mercantile e finanziaria, in gran parte di origine straniera e aperta negli esponenti più colti al vento di novità che soffiava in Europa».

Sta qui la radice del diffondersi a Livorno di una cultura di opposizione, sostiene lo studioso livornese: questo puzzle di dinamiche sociali era così difficile da integrare «nel modello di sviluppo espresso dal gruppo dirigente fiorentino, emanazione della grande proprietà agraria». Senza contare che «dal 1844 l'industria di Livorno era in crisi e incontrava difficoltà anche il traffico del porto»: inutile dire che «quasi tutti i ceti si trovano in condizioni di disagio».

Resta il fatto che Livorno si presentò come «uno dei pochi centri italiani, l'unico in Toscana, in cui il movimento democratico godeva di una consistente base popolare». La differenza di spinta sociale si specchiava nella diversa fisiognomica politica e viceversa: differente e convinta di esserlo davvero, dice Mangio. Con la «contrapposizione fra democratici, padroni di Livorno, e moderati, predominanti nel resto della Toscana». Talmente radicata che neanche la feroce repressione austriaca riuscì a estirparla del tutto: figurarsi che non passarono più di otto anni, ed ecco che Livorno tornò a sollevarsi – in tandem con Genova – in un tentativo rivoluzionario, ovviamente fallito, che puntava ad appoggiare la spedizione di Carlo Pisacane, senza speranza anch'essa.

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