Gioco
Aamps inguaiata dal valzer delle tasse, debiti per i mancati introiti
Livorno, il Comune passa all’ex municipalizzata la grana della morosità record: è così che l'azienda dei rifiuti si è indebitata
LIVORNO. Prima Tarsu, poi Tia, poi Tares, infine Tari. Al cambiar di denominazione di quel che c'è da pagare perché qualcuno venga a portar via i rifiuti, il prodotto non cambia: un salasso. Nell'estate 2008 una indagine della Uil nazionale aveva fotografato Livorno come il capoluogo di provincia con la tassa rifiuti più cara d'Italia, due anni prima per l'Osservatorio prezzi & tariffe di Cittadinanzattiva eravamo al quarto posto. Poi un po' più giù ma comunque nel 2015 per la Federconsumatori eravamo ancora fra le sei città con l'immondizia più cara di tutta Italia (e con il maggior rincaro in Toscana rispetto all'anno precedente). E' bastato fermare un attimo la galoppata degli aumenti, ed ecco che nell'ultima classifica dell'organizzazione consumerista è finita in 26ª posizione: sempre 56 euro al di sopra dello standard nazionale, ma alle spalle di Pisa (settima) e Grosseto (ottava) fra i dieci capoluoghi della nostra regione.
Dietro il tourbillon delle sigle c'è però qualcosa che ha pesato parecchio sulle difficoltà di Aamps. E' solo apparentemente neutro l'andirivieni fra chi, Aamps o Comune, ha in mano la riscossione di quel che devono pagare famiglie e imprese. Uno: la Tarsu era riscossa dal Comune (che poi pagava la maxi-fattura emessa dalla propria ex municipalizzata). Due: siamo stati fra i battistrada in campo nazionale a trasformare in Tia che dal gennaio 2006 per sette anni filati abbiamo pagato direttamente all'Aamps. Tre: nel Capodanno 2013 si è ancora una volta fatto dietrofront per riprendere a pagarla al Comune.
Cambia il nome di chi incassa ma il punto non è in quale forziere vanno i quattrini di chi paga bensì che fine fanno i soldi-fantasma. Quelli cioè che mancano dalla cassa perché c'è chi non tira fuori un euro: è un esercito di debitori che forse la bolletta se la sono dimenticata per sbadataggine, o magari sono strangolati dall’effetto choc della crisi che taglia redditi e lavoro. Senza contare che non manca mai qualcuno che pensa di essere un po' più furbetto degli altri...
Sì, è proprio un esercito. Non c’è da far altro che squadernare i numeri presentati nella primavera 2015 in commissione consiliare da Alessandro Parlanti, che a Palazzo Civico è il dirigente che ha in mano entrate e patrimonio. Riguardo alla Tares 2013, «sul totale di 80mila utenze circa 11mila non hanno adempiuto al pagamento». Nel 78% dei casi si tratta di utenze domestiche familiari, insieme a 2.500 imprese creano complessivamente «una morosità che oscilla tra i 6 e i 7 milioni di euro». Quanto al primo round di Tari, in quella sede circolavano aspettative di una morosità leggermente superiore, attorno ai 7-8 milioni.
Ma questo è solo un fotogramma pescato dall’album delle sedute di commissione. Parlano ancor più esplicitamente i conti in tasca a Aamps, vedi alla voce crediti verso clienti: finché è il Comune a farsi carico di riscuotere, ecco che all’inizio del decennio scorso i mancati introiti si attestano sui due milioni di euro (con una punta di 3,62 milioni nel 2001, mascivolando giù a 1,55 milioni nell’anno seguente, a 2,07 milioni nel 2003, a 1,74 milioni nel 2004, a 2,32 nel 2005).
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Cosa accade quando la riscossione passa nelle mani di Aamps? La società al 100% del Comune di Livorno saprà forse come si spazzano le strade e come si porta via la spazzatura dai cassonetti ma non è attrezzata per fare da esattore: nei numeri dell’ex municipalizzata entra una “bomba a orologeria”. Fin da subito, già nel 2006 i crediti verso clienti si moltiplicano quasi per quattro e volano a 8,49 milioni. Ma non è nulla rispetto a quel che accadrà di lì a poco: eccoci a quota 11,13 milioni nel 2007, due anni più tardi siamo un soffio sotto la soglia dei sedici milioni (15,95), dodici mesi più tardi un altro balzo che fa sfiorare i venti milioni (19,77). L’appuntamento è solo rimandato: entrano in orbita definitivamente nel 2011 (22,6 milioni) e nel 2012 (appena meno: 21,7). Subito prima di veder tornare la riscossione in mano al Comune (e chiamare Angelo Rosi in sella all’Aamps per una cura lacrime e sangue sul modello di quella che impose al Cantiere).
È sufficiente sfogliare qualche pagina e andare qualche riga più in là per scoprire che questa dinamica va di pari passo con un altro grafico: è l’andamento dei debiti nei riguardi dei fornitori. È il primo segnale di quanto il sistema Aamps entri in sofferenza quando non basta più mandare la fattura a Palazzo Civico per veder arrivare i quattrini. L’indebitamento nei riguardi dei fornitori era sui 6 milioni di euro quindici anni fa, sale a quota 9 milioni alla metà del decennio scorso. Poi si mette a correre (salvo una battuta d’arresto nel 2010): se nel 2006 è già 11,3 milioni, tre anni più tardi balza a 18,5 milioni, poi nel 2011 diventa un moloch di oltre venti milioni (20,4) e un anno più tardi tocca la cifra record di 24,4 milioni di euro.
E l’indebitamento nei riguardi delle banche? In realtà, negli anni della Tia riscossa direttamente da Aamps, oscilla fra i 25 e i trenta milioni di euro. Ma con un identikit ben differente. Prima di ruzzolare nel gorgo dei guai, ogni mille euro di debiti a medio lungo periodo ce n’erano solo 226 con scadenza entro 12 mesi. È un equilibrio che salterà negli anni successivi: ad esempio, nel 2008 i debiti con le banche entro 12 mesi supereranno i dodici milioni di euro (e ogni mille euro di debiti a medio-lungo termine se ne conteranno 792 a breve e brevissima scadenza). Finché nel 2009 arriverà perfino il “sorpasso”: i debiti a breve si impennano fino a 16,3 milioni, il 40% in più rispetto a quelli pianificati su scadenze superiori ai 12 mesi.
È questo un altro tassello del puzzle di guai e fragilità che hanno portato l’Aamps a finire così pesantemente in affanno. E se abbiamo guardato a ritroso – ancor più a ritroso della “cura Rosi” così improvvisamente interrotta nel febbraio di tre anni fa – è perché non è semplice guardare in faccia agli squilibri strutturali dell’azienda pensando solo alla polemica politica dell’oggi.Per dirne una: lo strascico della morosità continuerà a pesare anche sugli anni successivi se è vero che gli ultimi due bilanci presentati, quello del 2014 e quello del 2015, mettono nero su bianco entrambi numeri che ancora sfiorano i nove milioni di euro.
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