Il Tirreno

Livorno

Piero Neri: "Era difficile, così abbiamo liberato la nave incagliata"

di Mauro Zucchelli
Piero Neri: "Era difficile, così abbiamo liberato la nave incagliata"

Livorno, il leader del gruppo dei rimorchiatori: «In un secolo mai un’impresa del genere,  corsa contro il tempo perché c’era il rischio che la Sigma si “legasse” al fondale»

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LIVORNO. «Mai visto qualcosa del genere nella nostra storia. Eppure in un secolo e passa di interventi, salvataggi e recuperi ne abbiamo affrontate di tutti i colori. Mai visto, anche se a pochi metri da riva forse sembrava facile: invece era il contrario...». Piero Neri tira un sospiro di sollievo adesso che non è più lì al Gabbiano a scrutare quel benedetto cavo che da uno dei rimorchiatori della sua flotta doveva tirar via il cargo Sigma della società austro-ucraina Intresco: così vicino alla linea di costa da apparire quasi “parcheggiato”. Al punto che sui social, visto che nessuno si è fatto male, si è scatenato lo spiritaccio labronico: «Volevano fare l’ “inchino” a Adone». Oppure: «Ma i vigili hanno visto se la nave aveva il permesso Ztl?». Figurarsi che perfino il sindaco Filippo Nogarin ha affidato a Facebook un curioso post: «Divieto di sosta 2.0»...

«Il problema era proprio quello: troppo vicina alla riva. Non solo: la nave era in mezzo a due secche, l’una sulla destra e l’altra sulla sinistra, in mezzo un canale d’uscita stretto e complicato», dice ora il numero uno dell’azienda che nel Mediterraneo ha lavorato a salvataggi impossibili: come quella volta che li chiamarono dall’Egitto per evitare che una nave in grave difficoltà bloccasse i traffici mondiali sulla direttrice di Suez.

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Il patriarca – 72 anni da compiere a maggio, stesso compleanno di figure-mito dell’imprenditoria otto-novecentesca come Opel, Knorr e Rotschild – lo dice mentre è appena tornato nel quartier generale del gruppo, in via Leonardo Da Vinci. Non è per una buffa coincidenza del destino se ora, nella sala del consiglio d’amministrazione, è lì sotto il dipinto di Alberto Fremura in cui il nonno Tito torreggia sul ponte di comando del Pelayo, la nave da carico battente bandiera inglese recuperata sessant’anni fa esatti esatti dai rimorchiatori Neri qui davanti nel “mare nostrum”: con un’altra impresa, di quelle da tramandare ai nipoti.

Dunque, problema da risolvere: avendo i rimorchiatori adatti un pescaggio di 7 metri e non potendosi avvicinare a meno di 700 metri dalla Sigma, dite come fare a portar via di lì la nave incagliata. Lo svolgimento è quello dell’équipe Neri: un cavo lunghissimo. Di più: lunghissimo ma abbastanza robusto da poter spostare un mercantile da 6.290 tonnellate di stazza lorda. «Dovevamo usare un cavo che pesa attorno alle 25 tonnellate», racconta Neri. «Per evitare che diventasse un problema nel problema, l’abbiamo agganciata a “fender Yokohama”, una sorta di enormi parabordi in grado di impedire che anch’esso si adagiasse sul fondale e si incagliasse nel fondale».

C’era la corsa contro il tempo perché l’allerta meteo minacciava sfracelli (anche se poi invece è saltata fuori una giornata freddina ma niente più). «Ma – aggiunge – c’è anche un altro motivo per obbligarci a fare il più presto possibile: guai se la nave si fosse man mano assestata sul fondale, che in quel punto era dai due ai tre metri. Se l’avesse “abbracciato”». Anzi, Neri usa la parola “imparentato”. Un gergo tecnico “marittimese”? «Macché, ci si “imparenta” quando ci si lega, no? Ecco, bisognava evitare in ogni modo che di micro-movimento in micro-movimento la Sigma si “legasse” al fondale, vi si incastrasse sempre di più».

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Ma un fondale di che? «Non durissimo, tutt’altro: in buona parte – afferma – costituito da quella pietra panchina che troviamo lungo le nostre coste». I riflettori della ribalta, Piero Neri non li ama per niente: ma doveva stare lì ai Tre Ponti «dall’inizio alla fine delle operazioni» e ora ci tiene a rivendicare l’orgoglio di «uno sforzo senza interruzione di tutte le componenti della nostra impresa tanto di mare che di terra, in campo con 100 persone che hanno lavorato giorno e notte per 36 ore». Non ci sta quando gli si rammenta che stavolta lo “stellone” ha baciato Livorno: «Lasci perdere la fortuna, per favore: se c’è e quando c’è, aiuta chi e capace e chi è audace. E noi lo siamo stati: merito di una organizzazione che dovrebbe esser di orgoglio».

Dentro quel “noi”, però, non mette solo sé e i suoi. «Ce l’abbiamo fatta perché abbiamo collaborato al meglio con la Capitaneria e i vigili del fuoco, abbiamo trovato nel tecnico incaricato dalla Procura una persona attenta e competente. Diciamo che stavolta il mix di energie pubbliche e private della città ha funzionato: credo che Livorno lo possa rivendicare a sé stessa con orgoglio. Non crediate che, siccome è andata bene, sia stata una cosa facile: tiro un cavo e la nave se ne va. Lo ripeto: avevamo un problemone sull’uscio di casa, anzi praticamente “dentro” casa, e se non l’avessimo risolta in pochissimo tempo, forse l’avremmo avuta fra i piedi a lungo. Non so quanto a lungo, ma tanto a lungo».

Non è un segreto che la famiglia Neri nel periodo più recente abbia ristrutturato l’identikit dell’azienda. Non è mai stata solo e soltanto rimorchiatori (si pensi ai depositi costieri, ai lavori marittimi o alla partecipazione in Sintermar con le altre grandi dynasty livornesi) ma adesso, dopo la crisi che ha indebolito la leadership dei portuali, ha premuto sull’acceleratore di una diversificazione che sposta il baricentro a terra: verso terminal e logistica portuale (alleandosi con gli stessi portuali e con la cordata genovese di Luigi Negri); verso il disinquinamento marino (l’ingresso in Labromare); verso le nuove frontiere oceaniche dei recuperi (con la navicella spaziale ripescata nel Pacifico con il “Nos Aires”); verso le demolizioni navali (a Piombino con i genovesi di San Giorgio).

Ora però la storia li fa tornare all’antico mestiere. Del resto, la diversificazione l’aveva già “inventata” la prima generazione dei Neri, nel ’25. Costruendo le navi della grande battaglia per il set del film kolossal “Ben Hur”. E anche in quel caso con un “miracolo”: in 14 giorni rifecero quelle realizzate dalle maestranze americane (che affondarono subito). Poi gli amarcord dei cinefili raccontano che nel leggendario duello in mare le 400 comparse, metà fasciste e metà antifasciste, se le suonarono in maniera assai realistica sotto i costumi da romani e pirati. Ancor più realistica quando i marinai dei Neri decisero di usare la pece per far trasformare il mare in un rogo. Ma questa è un’altra storia: meno male che intanto la Sigma non l’abbiamo più sotto il naso.

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