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Ospedale, caos al pronto soccorso: pazienti parcheggiati per 27 ore in barella senza un pasto
Livorno, cronaca di un giorno e una notte nei corridoi di via Gramsci: ho chiesto acqua, mi hanno detto di andare alla macchinetta
LIVORNO. Un girone dantesco più che un pronto soccorso. Dove i pazienti possono stare anche 30 ore parcheggiati su una barella, in un corridoio, senza avere una minestra calda o una bottiglia d’acqua. Dove bisogna aspettare uno, anche due giorni, prima di essere trasferiti in un reparto per il ricovero. Dove cinque medici e un risicato gruppo di infermieri sono quotidianamente impegnati in missioni impossibili per seguire quaranta, cinquanta, sessanta pazienti in cura nello stesso momento.
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Non è la prima volta che raccontiamo il caos quotidiano che domina in via Gramsci. Che evidenziamo come il calo dei posti letto all’ospedale (59 in meno in quattro anni) abbia creato un vero e proprio tappo al pronto soccorso. Che scriviamo quanto strutture territoriali intermedie come le famigerate case della salute (attese da anni in città) mitigherebbero la situazione diminuendo almeno parte di accessi impropri.
Stavolta la testimonianza, anzi la cronaca, arriva da un collega giornalista, Luciano Donzella, firma storica del nostro giornale, che per 27 ore ha assistito la madre, ricoverata in codice rosso per una insufficienza respiratoria. «È arrivata in ambulanza giovedì a mezzogiorno, l’ho riportata a casa venerdì pomeriggio, quando mi hanno detto che il ricovero era necessario ma prima di lei c’erano una dozzina di persone in attesa di trovare un posto letto nei reparti e che dunque avremmo potuto aspettare nel corridoio altre 12, 18, forse 24 ore».
COL CODICE ROSSO NON SI ENTRA. 85 anni, cardiopatica, seminferma con un handicap al 100%, dopo un’influenza pesante la signora aveva grossi problemi respiratori. «Sia il medico curante che quello dell’ambulanza hanno concordato di ricoverarla e trasportarla subito al pronto soccorso - racconta Donzella -. Io l'ho seguita in scooter, quando sono arrivato era già dentro. La sala d'attesa era strapiena, mentre un addetto cercava di dirottare le varie situazioni e placare le proteste. Ho provato a chiedere, mi hanno detto che mia madre era in codice rosso e che per questo non potevo entrare».
«Dopo 10 minuti sono tornato alla carica: quattro anni fa in una situazione identica con mio padre, dopo mezz'ora mi chiamarono dicendomi che era morto. Non potevo permettere che accadesse di nuovo. L’addetto, molto gentile, è entrato e ha constatato le condizioni di mia madre. Poi è tornato dicendomi che non era in pericolo di vita».
IL MEDICO CURANTE RESTA FUORI. Nel frattempo è arrivato anche il medico curante della signora. «Ha cercato di entrare, ma non gliel'hanno permesso - continua Donzella -. Mi domando come sia possibile tenere fuori il medico di base, quando potrebbe essere utile per fornire informazioni riguardo ad un paziente, ne conosce la storia medica, le problematiche, può interagire con i medici di turno».
BARELLE OVUNQUE ABBANDONATE NEI CORRIDOI. Attorno alle 15 la paziente è uscita dal codice rosso e a Donzella è stato concesso di oltrepassare la porta automatica, insieme al medico curante. «È stato come entrare in un girone infernale - racconta -. Dentro ho incontrato una quantità di persone che mai mi sarei immaginato: 60, forse 70, prevalentemente vecchi sdraiati sulle barelle messe ovunque nei corridoi, incastrate qua e là in astanteria, tra gente che urlava e si lamentava. In fondo a un corridoio, su una lettiga, finalmente ho trovato mamma con l’ossigeno. Era sola, lasciata lì. L’ho coperta meglio, poi ho provato a parlare con la dottoressa che la stava seguendo, ma è stata un’impresa perché c’erano altri codici rossi e insieme agli altri tre o quattro medici si divideva tra un paziente e l’altro. Mi ha detto che l’elettrocardiogramma era buono, che le radiografie non evidenziavano broncopolmonite, ma che c’erano da fare altri accertamenti».
I PASTI? NON SONO NEL BUDGET. «Per tutto il tempo che sono stato lì nessuno si è chiesto se quei pazienti parcheggiati volessero mangiare o bere - racconta Donzella -. Ho chiesto un bicchier d’acqua per mia madre e mi hanno risposto che c’era solo del rubinetto e che se volevo la bottiglietta dovevo andare fuori alle macchinette. Ad un certo punto, accanto a me, un’infermiera ha detto ad un medico che una paziente aveva bisogno di mangiare. Sapete cosa ha risposto lui? “Ce l'abbiamo nel nostro budget? No. E allora non le diamo nulla”. Fatto sta che nelle 27 ore che sono stato lì non ho visto dar da mangiare a nessuno».
VADA A CASA, ANZI NO. «Il momento devastante è il cambio di turno - continua Donzella -. L’impressione è che non ci sia un passaggio di consegne e così le diagnosi cambiano. La sera di giovedì il medico aveva detto che la mattina dopo mia madre sarebbe potuta andar via, ma il mattino dopo il nuovo medico ha rifatto tutte le analisi e dopo sette ore ha cambiato completamente diagnosi. Alle 15 del venerdì finalmente il dottore mi ha detto che serviva il ricovero. Ha iniziato a compilare i moduli fino a quando mi ha spiegato che c’era da aspettare. “Ancora? siamo qui da 27 ore”, gli ho detto. E lui mi ha risposto che c’era gente in attesa anche da 32 e 35 ore. E che prima di noi c’erano una dozzina di persone che aspettavano un posto letto. Ho deciso di portarla via e ho firmato. Il medico mi ha avvertito: lo sa che se le viene la broncopolmonite, tra due giorni la sua trafila riparte da qui? Ho scoperto così che il medico curante non può richiedere il ricovero diretto, ma per legge deve passare dal pronto soccorso. Il risultato è che tutto ciò che è ospedale fa capo lì, ma la struttura è palesemente incapace di reggere quella massa di persone. 30 anni fa ero in un'associazione di volontariato e ho frequentato a lungo i pronto soccorso: rispetto ad allora la situazione è peggiorata in maniera disastrosa. Basta star lì un giorno per capire che il problema è il carico che il personale medico e infermieristico deve sopportare: fanno tutto loro, dai moduli alle emergenze. E sono 5 per 70 pazienti 24 ore su 24».
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