Gioco
1952: dalla nave Usa i tacchini finirono sulle tavole livornesi
LIVORNO. «C'era una miseria da battere i denti e il naufragio di quella nave americana regalò ai livornesi un Natale da cuccagna con tacchini formato extralarge». Era il dicembre ’52 e, per tutta la...
LIVORNO. «C'era una miseria da battere i denti e il naufragio di quella nave americana regalò ai livornesi un Natale da cuccagna con tacchini formato extralarge». Era il dicembre ’52 e, per tutta la generazione che ora ha passato i settant’anni, la nave incagliata ai Tre Ponti richiama l’amarcord della “Grommet Reefer”, la nave americana che si schiantò sugli scogli fra San Jacopo e Acquaviva. «Quei tacchini erano destinati alle tavole natalizie dei militari Usa di Camp Darby: finirono invece nelle cucine di tante famiglie livornesi», come racconta Massimo Moniga, dal ’58 in servizio all’Avvisatore Marittimo.
La “Grommet” finì ko ma nessuno si fece davvero male e, a distanza di settant’anni, il ricordo resta sorridente: «La libecciata spinse i tacchini a ritroso dal mare lungo il fossatello che correva nella zona dello stadio e ora è tombato». Moniga racconta l’epopea di quel Natale: «Abitavamo in via Toti, si presero 200 chili di burro salato e una cinquantina di tacchini: così grossi non li avevamo mai neanche immaginati. Ma non c’era il frigo: e allora i casa si cucinarono i tacchini a ogni ora del giorno e della notte per metterli poi sotto strutto e conservarli così. Mica era semplice, il fornello era a carbonella e legna». Per avere un raffronto: «Il pollo lo mangiavamo solo a Natale, noi ragazzini anche col freddo più pungente stavamo in pantaloni corti e zoccoli...».
Ma la storia della “Grommet” non è l’unico caso che salta agli occhi tornando all’indietro nel tempo. Per passare a un’altra storia, Moniga ripesca dall’album dei ricordi il caso del “Pelayo”, pochi anni più tardi. Siamo nel ’56 e l’uomo che per una vita ha guardato il mare di Livorno come avvisatore racconta: «Era una nave inglese, trasportava balle di lana e whisky. Ero di turno di notte quella volta».
Non basta. «Negli anni ’70, al largo della Meloria va a fondo la Gino Scardigli, una nave da mille tonnellate: trasportava rinfuse».
Poi il rullo delle storie di questo tipo potrebbe continuare con la Zim Piraeus che nel pieno dell’estate 2004 si incagli all’imboccatura del porto: stiamo parlando di un colosso di 294 metri. Rimosso a tempo di record perché era in grado di mandare in tilt l’unico accesso alle banchine livornesi.
Di tutt’altro genere l’incidente alla Cape Horn, la nave carica di metanolo: nel marzo di 14 anni fa incocciò violentemente contro la Calata Bengasi entrando in porto. Con tanto di incendio e esplosione.
Ma, come diciamo sopra, il caso più simile a quello della Sigma è avvenuto qualche decina di miglia a sud: con la Venus finita nell’ottobre 2002 quasi sulla passeggiata a mare di Castiglioncello. (m.z.)
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