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Condannato a due anni per l'aggressione con l'acido: «Sentenza ridicola, nuovo sfregio alle donne»
Guia Frosini il 24 maggio 2015 è stata aggredita con l’acido mentre era al lavoro a distanza di un anno e mezzo è arrivata la sentenza di primo grado
LIVORNO. Il giorno dopo la condanna a due anni di reclusione nei confronti dell’uomo che l’ha sfregiata con l’acido Guia Frosini non è riuscita a guardare il telegiornale. Ecco perché non sa ancora che il suo dramma è stato vissuto di nuovo, da un’altra donna, una ragazza di 28 anni di Rimini. «Che è successo?», domanda. «Questi uomini non li capisco più», continua dopo aver ascoltato l’ennesima storia di violenza: l’ex ragazzo respinto che si scaglia contro la responsabile della sua sofferenza e la riduce in fin di vita per vendetta.
«A me in confronto è andata bene - va avanti - ma è stata solo questione di fortuna: quando Davide Vecchio mi ha lanciato l’acido in faccia ero sul posto di lavoro e ho avuto il tempo di lavarmi subito con l’acqua. Ecco perché me la sono cavata, si fa per dire, con un’ustione di primo grado, una sorta di bruciatura intorno all’occhio. Ma se fossi uscita dall’altra porta me l’avrebbe spruzzato in mezzo a piazza Attias e non so come sarebbe andata a finire. In ogni caso quella è la cosa minore. Perché quando ti accadono cose simili le ferite fisiche sono quelle che fanno meno male».
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È dentro che si soffre di più?
«Dalla sera del 24 maggio di un anno e mezzo fa la mia vita è distrutta: ho smesso di lavorare perché dentro a quella sala non ci potevo mettere più piedi. Eppure ero lì da 28 anni. A livello emotivo e psicologico è andata anche peggio: sono a pezzi. Prima non sapevo cosa fossero gli attacchi d’ansia e di panico, ora ce li ho in continuazione. Da un anno e mezzo non riesco più ad andare fuori da sola, vado sempre accompagnata perché ho paura. E se vedo da lontano qualcuno che mi ricorda lui mi prende l’ansia, poi rifletto e ripeto: è in una struttura ed è controllato, almeno per ora».
Anche perché martedì il Tribunale di Livorno ha condannato il suo aggressore a due anni di reclusione riconoscendogli la semi infermità mentale. E quindi è possibile che tra sei mesi torni libero...
«È da quando ho saputo la decisione del giudice che sono amareggiata e il mio stato d’animo è cambiato. Perché sei mesi passano in un attimo. Ora il mio avvocato chiederà la sentenza per capire il percorso che gli faranno fare. Lo terranno sotto controllo? Tra l’altro tra poco si celebrerà un altro processo per stalking nei suoi confronti. In quella sede sarà giudicato incapace di intendere e volere un’altra volta? Io purtroppo non so come funziona. Sono digiuna di giustizia. Ma se gli danno una condanna per stalking cosa succederà?
Questa condanna che molti hanno definito lieve a sua avviso rischia di diventare un cattivo esempio e un brutto precedente?
«Se lei pensa che l'uomo che ha aggredito Lucia Annibali ha preso 20 anni come mandante, la condanna al mio aggressore è ridicola. Qui c'è un filmato dove si vede chiaramente che mi versa l'acido addosso. Se gli danno due anni allora il messaggio che passa è orribile: chiunque può andare e comprare una bottiglia di acido e aggredire una donna sapendo che se la caverà con poco. Se pensiamo in questi termini tutti, anche io, possono tenere una bottiglia di acido in borsa e gettarla addosso a chiunque. Sì, stavolta hanno creato un brutto precedente: due anni sono nulla, vent'anni invece ti fanno riflettere. Si parla tanto di femminicidio e questi sono i risultati? Questa sentenza per me è una nuova violenza, un altro sfregio nei confronti miei e di tutte le donne. Noi donne abbiamo lottato tanto, ma per cosa? Cos’ha nel cervello chi ha fatto questa sentenza?
Tre esperti su quattro hanno definito il suo aggressore incapace di intendere e volere, dunque per loro non era punibile...
«Lui ragiona bene, gli è andata di lusso a mio parere e si è fatto consigliare molto bene. Anche il suo avvocato ha raccontato che ha avuto una vita difficile a livello familiare, sapevo qualcosa, ma il grosso l'ho saputo dopo. Da parte mia, non volevo che dopo quello che ha fatto marcisse in galera ma così mi sembra esagerato».
Di cosa ha paura adesso? Di una vendetta?
«Può darsi che lui non faccia più niente nei miei confronti, ma non so come gli potrà prendere quando uscirà. E in questo momento penso anche alla mia collega, poverina, non l'ho ancora sentita, se viene a sapere che lui tra sei mesi è fuori credo che per lei sia uno choc. Era lei l’oggetto dei suoi desideri, il motivo che lo ha spinto ad aggredirmi. Tra l'altro il 6 di ottobre le ha mandato una nuova lettera depositata agli atti ribadendo che era tutta colpa sua».
Torniamo alla sera del 24 maggio del 2015 quando è avvenuta l’aggressione...
«Dalle cinque di pomeriggio l'ho visto che gironzolava con una bottiglia sotto braccio, pensavo fosse shampoo. Ecco perché sono ancora convinta che lui abbia organizzato quella aggressione a tavolino. Dirò di più: dalla reazione che hanno avuto i suoi amici sono convinta che lui avesse annunciato che avrebbe fatto qualcosa di eclatante».
Perché ne è così sicura?
«In quelle circostanze o scappi oppure soccorri la persona aggredita, invece loro sono rimasti fermi come per godersi lo spettacolo. Questa immagine ce l’ho fissa in testa: ho aperto gli occhi mentre mi bruciavano e ricordo l'immagine di loro due fermi e indifferenti. Ripeto, posso sbagliarmi, ma la mia convinzione è che Vecchio avesse avvisato questi amici».
Ma che rapporto c’era tra lei e il suo aggressore?
«Lo conoscevo come un giocatore che frequentava la sala dove lavoravo. Certo aveva un comportamento strano...»
A cosa si riferisce?
«Quando veniva non mi chiamava con il mio nome si rivolgeva a me con il nomignolo tata».
Forse vedeva in lei una figura femminile di riferimento e questo nomignolo lo usava per avvicinarsi emotivamente?
«È possibile. Anche perché un anno esatto prima dell’aggressione venne da me all’orario di chiusura e mi chiese di parlare. Gli risposi che se mi doveva dire qualcosa me la poteva dire lì perché io dovevo lavorare».
E cosa le disse?
«Mi disse che voleva farsi avanti con la mia collega e mi chiese cosa ne pensavo. Risposi di lasciar perdere perché a mio avviso lei non era interessata: “Lei è su un'altra strada”, gli dissi. Ma questo parere non l'ha seguito».
E la risposta è stata quella di aggredirla con l’acido...
«Lui ha dato la colpa a me per i no della mia collega. Lui avendo con me, nella sua mente, un rapporto di confidenza, si deve essere sentito tradito. Deve aver pensato: non mi aiuta. E allora la punisco».
È questo che scatta nella testa degli uomini che odiano le donne?
«Forse sì, ma non saprei dirlo con certezza. L’unica cosa è che questo tipo di reazione avviene sempre più di frequente e questo è un grosso problema».
Ma come si può risolvere secondo lei?
«Una ricetta non ce l’ho. Però anche questa mattina ero a fare la spesa e ho notato che una bottiglia di acido costa appena 69 centesimi. Insomma si fa presto e comprarla e costa anche poco. Ma le autorità si dovrebbero rendere conto che si tratta di un’arma, proprio come una pistola e gli uomini la usano per fare del male. E questo non va per nulla bene».
Vede una soluzione a questo?
«O tenendo sotto chiave questi prodotti così corrosivi, magari facendoli vendere solo attraverso il personale addetto alla vendita o toglierli direttamente dalla circolazione. Non vedo molte altre soluzione soprattutto se poi le pene nei confronti degli uomini che aggrediscono le donne in quel mondo sono così lievi».
Oggi dopo la sentenza perdonerebbe Davide Vecchio per quello che le ha fatto? Perdoneresti?
«Rispondo come ha risposto lui in una intervista di Barbara D’Urso. Il giorno dopo l’aggressione una troupe di “Pomeriggio Cinque” andò ad intervistarlo, gli citofonarono perché era agli arresti domiciliari e il giornalista gli chiese se lo avrebbe rifatto. Lo sa come rispose? «Non lo rifarei, ma della signora Guia non me ne frega un c….». Lo disse in diretta alla D’Urso che commentò: «Mi fa solo pena». Io rispondo allo stesso modo: Del signor Vecchio non me ne frega nulla...».
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