Il Tirreno

Livorno

L’AMARCORD: L'OSPEDALE MILITARE

Quei cioccolatini alle suore per allungare la convalescenza

di FRANCO MARIANELLI
La caserma che per decenni ha ospitato l'ospedale militare, oggi sede del reparto comando e supporti tattici della Brigata Folgore
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La caserma che per decenni ha ospitato l'ospedale militare, oggi sede del reparto comando e supporti tattici della Brigata Folgore

Borracce di caffè per essere spediti dal reparto di assegnazione a viale Carducci e lì i mille escamotage per convincere medici e religiose a rinnovare le licenze

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LIVORNO. "Sei di Livorno? Non ti preoccupare: per te la naja finirà presto". Per la verità la comunicazione che ti perveniva dai commilitoni che ti accoglievano in caserma non rappresentava certo una novità: tutti sapevano come il nostro Ospedale Militare fosse particolarmente generoso in tema di licenze di convalescenza, licenza che, una volta ottenuta dal presidio sanitario di competenza della caserma, a Livorno ti veniva rinnovata mese per mese sino ad arrivare alla fine della ferma. Gratis? Beh, proprio gratis no. Quasi.

Ma andiamo per ordine ripescando nei ricordi. Arrivai a Trento nell'Artiglieria Alpina ben 36 anni fa, ma negli occhi e nel cuore avevo ancora le serate all'Attias con gli amici e gli scogli di Calafuria che nel 1980 già ad aprile vedevano comparire i primi costumi. Troppa la nostalgia e subito la mente si mise in moto per cercare l'escamotage per tornare a casa.

Avevo appena visto "Un mercoledì da leone" dove i giovani surfisti californiani si presentavano alla visita medica vestiti da capi indiani per cercare di evitare il Vietnam. Ma ero sano. Cercai una scorciatoia: tornando a casa per una normale influenza finsi un malore cardiaco, mi presentai al pronto soccorso dove per scrupolo mi inviarono in reparto dal quale, dove aver preso atto del mio status di militare, mi "inoltrarono" come Ponzio Pilato all'Ospedale Militare della nostra città con un referto dove sostanzialmente c’era scritto che non avevo nulla.

Mi tennero lì tre giorni. Presi atto dell'enorme potere delle suore che li svolgevano la propria missione. «Vuoi compare Famiglia Cristiana?». E chi si azzardava a dire di no.

Con ineffabile candore il giorno dopo la stessa suora ti chiedeva se l'avessi letta per riprendersi la copia e magari rivenderla ad un altro ricoverato.

La partecipazione alla Messa, certo, era facoltativa ma chissà perché l'adesione era massiccia e i canti religiosi salivano sino al tetto della cappella al fine di mettersi in mostra. Il mio tentativo servì a poco e mi rispedirono al corpo.

La legge non scritta era chiara: la prima licenza deve provenire dall'ospedale di competenza della caserma. Ma fortunatamente la burocrazia militare prevedeva che, in caso di dichiarate patologie cardiologiche, il milite dovesse sottoporsi, dopo una decina di giorni dall'arrivo in caserma, ad un ulteriore accertamento nel nosocomio di competenza ovvero, nel mio caso, di Bolzano. Mi presentai sul posto dopo essermi trangugiato una borraccia di caffè ordinati al barista collocato strategicamente davanti all'edificio. Ingenuamente pensai che si stupisse, ma il suo sorriso bonario mi confermò che la mia scelta non era stata per niente originale. Dei miei compagni di sventura ricordo un altoatesino che conosceva una sola parola in italiano: ovviamente "convalescenza" pur pronunciata come una Sturmtruppen "konfalescenza". La suora locale, presumibilmente nostalgica, la mattina ci svegliava canticchiandoci: "Sveglia giovinezza, primavera di bellezza".

Il capitano medico esaminò il mio caso con un sorriso sornione mi disse: « Quindi lei avrebbe un disturbo cardiaco…?» e tutti gli accenti caddero sul condizionale. Giocai il tutto per tutto perché era chiaro come non fossi credibile: A Livorno lavoro e devo mantenere la famiglia», provai. Ma vedo che lei risulta studente», rispose lui impietoso. «Sì - con la prontezza della disperazione - ma in realtà lavoro al nero». Mi guardò come si guardano le simpatiche canaglie e mi fece: «Vanno bene dieci giorni di convalescenza ?». Fu uno dei giorni più felici della mia vita, celebrai la mia falsa "distonia neuro cardiologia" (ma potrei sbagliare i termini) cantando per una settimana "An italian distonia" parafrasando un pezzo dei Matia Bazar (sinfonia) molto in voga quell'anno.

Alla fine dei dieci giorni mi presentai sicuro di me dalla "superiora" livornese gia "lavorata" dalla mamma, pia donna, affinché si azionasse per me.

Come dicevo prima, l'imboscato - che era il termine usato ufficialmente anche dagli ufficiali - qualcosa doveva pur dare per rimanere a casa sino a fine naja: presentarsi tutte le mattine (in abito civile) all'ospedale presso la struttura cui era stato destinato (io al servizio dispensa della cucina con la stessa suora) per tre-quattro ore di servizio. Alla fine del mese portavi una scatola di cioccolatini alla suora, lei faceva in modo che la convalescenza ti venisse prolungata per un altro mese e così fino al compimento dei dodici mesi.

Ma c'erano anche quelli che la divisa non la volevano vestire nemmeno per un giorno: si diceva che nei piani alti un signore con molte stellette avesse una passione per la numismatica e così per l'esonero viaggiassero monetine di ogni età e paese.

Ricordo infine con terrore il giorno nel quale la suora mi chiese se stavano bene i fagiani del comandante, ospitati in una voliera: me ne ero completamente scordato e mi avvicinai alla gabbia convinto di trovarli scarnificati. Scoprii che i fagiani resistono alla fame come i cammelli alla sete ed evitai il trasferimento nel forte di Terradesfogu (ma potrei sbagliare il nome) nell'interno della Sardegna. I dodici mesi passarono velocemente, ma ancora oggi almeno una volta alla settimana sogno di essere richiamato a fare il militare e alla mia osservazione di averlo già fatto c'è sempre un sergente che nel sogno mi dice che il mio non vale e che deve esser ripetuto. A volte il prezzo della libertà non è oneroso: nel mio caso una scatola di cioccolatini al mese.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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