Gioco
Dalle parrocchie alla politica «Così creeremo i volti nuovi»
Dalla vecchia guardia solo tre esponenti rispondono all’appello della curia «Non basta mettere “cerotti”, si deve lottare contro le “strutture di peccato”»
LIVORNO. La “liturgia” è grossomodo la stessa, il luogo e l'officiante idem: poco prima di Natale, nella saletta del santuario di Montenero, l'incontro fra il vescovo Simone Giusti e l’arcipelago dei «cattolici impegnati in politica». Peccato che stavolta quasi bastassero le dita di mezza mano per contare i volti noti della politica livornese presenti in platea: l’ex presidente della Provincia Giorgio Kutufà (salutato con grande calore dal presule) e l’ex assessore comunale Valter Nebbiai, ambedue di casato Pd, e l’ex consigliere comunale Pdl Massimo Ciacchini, ora dirigente leghista. Che differenza rispetto al passato quando, pur senza folle da multisala la domenica pomeriggio, erano ben più numerosi gli esponenti politici all'appuntamento ecclesiale: e, beninteso, provenienti dalle appartenenze politiche più differenti. Come dire che la nostalgia del partito unico dei cattolici non c’era, e nemmeno l’idea di una riaggregazione sotto una unica bandiera di partito in dolce stil Dc.
Dipende dal fatto che l’appuntamento, la curia l’ha trasformato nella presentazione dell'ultima lettera apostolica di papa Francesco? Eppure chiunque abbia antenne dritte e orecchie allenate sa bene che quel documento pontificio, alla fine del Giubileo dedicato alla misericordia, mette l'accento su una nuova forma di carità: non è sufficiente mettere i “cerotti” ai guai dell'umanità dolente, bisogna lottare contro le “strutture di peccato”.
Fin qui siamo nell’alveo di cose che il vescovo-architetto pisano al timone della diocesi livornese aveva già detto ma, con la “lettera” papale a dargli man forte, ieri è andato più in là: l’ha fatto chiedendo ai fedeli di impegnarsi in politica. Di più: perché questa strigliata non resti lettera morta, ha dato una missione specifica ai propri diaconi (spesso uomini sposati e padri di famiglia che, detto un po’ a spanne, sono i “quadri” dell’organizzazione diocesana, quasi l’anello di congiunzione fra preti e popolo dei fedeli). Non a caso, gran parte di loro come Antonio e Riccardo Domenici, come Roberto Bargelli, Fulvio Falleni o Enrico Sassano, solo per citarne alcuni.
Il vescovo Giusti, a suon di citazioni dalla lettera di papa Francesco, ha disegnato un processo di trasformazione delle Caritas parrocchiali: non più solo assistenza agli emarginati ma anche promozione di una consapevolezza “politica” diffusa. Con un obiettivo: disseminare nelle parrocchie – cioè nei quartieri – germogli che portino a «una nuova stagione di impegno politico» di cattolici che prendano di petto i problemi che creano diseguaglianze e povertà.
A MEDIO LUNGA SCADENZA
È un progetto di lungo respiro: il vescovo non chiarisce se l’orizzonte sia quello delle prossime elezioni amministrative (primavera 2019) ma, a media scadenza, avrebbe forse funzionato di più un ingranaggio tipo la “Scuola di formazione politica”. Semmai sembra di tornare a qualcosa che la Chiesa livornese ha già conosciuto negli anni ’80 sotto un cielo del tutto diverso: erano gli anni in cui dalla “scuola” di Vincenzo Savio, prima parroco salesiano e poi tornato a Livorno al fianco di monsignor Alberto Ablondi come vescovo ausiliare, si formarono all’impegno politico soprattutto Lorenzo Mannelli (segretario regionale della Margherita prima di volato a Bruxelles nella tecnostruttura dell’Europarlamento) e Davide Cecio (leader margheritino la cui ascesa è stata spezzata dall’inchiesta su Salviano 2 dalla quale poi è uscito indenne). Senza contare che dal voto 2009 saltò fuori un consiglio comunale in cui un consigliere su 4 era legato al mondo ecclesiale su un ventaglio di posizioni differenti (emerse negli scontri sulle unioni civili).
Una nuova leva di cattolici in politica, dice il vescovo. Ma soprattutto una nuova leva di giovani. Non lo dice esplicitamente ma rivendica di aver innescato uno scossone con un piccola mossa: siccome nelle parrocchie qualsiasi posto di responsabilità anche minima veniva mantenuto nelle mani di anziani sempre più anziani, monsignor Giusti ha cominciato ad andare a fare le cresime solo là dove c’erano anche giovani. «All’improvviso sono spuntati fuori un po’ dappertutto: non mancavano, c’era soltanto da dar loro fiducia».
MA QUEL PAPA, PERO’...
Ma l’incontro fa anche emergere un aspetto nuovo: non mancano accenti di parte tradizionalista che forse non sono ancora attacchi espliciti e tuttavia suonano come prese di distanza da quel papa Francesco, che pure figura fra i leader in testa agli indici di fiducia dell’opinione pubblica anche extra-ecclesiale. Ad esempio, Alessandro Bassi Luciani (Serra Club) richiama l’attenzione sulla legge che in Francia metterà il bavaglio a tante battaglie cattoliche. Ad esempio, Daniela Musumeci (Movimento per la vita) teme che passi l’idea che l’aborto è derubricato e quasi sdoganato. Ad esempio, Massimo Ciacchini (Lega) teme che la Chiesa rinunci a dire cosa e giusto e cosa no lasciando che venga isolato «chi si batte contro la teoria del gender».
Il vescovo accetta la sfida e chiama però a uscire dall’idea di rinchiudersi nel recinto del sacro. Come? Un esempio: la lotta contro le leggi francesi non si fa in nome di prerogative cattoliche bensì in nome di una Francia che «non può rinnegare sé stessa e predicare una verità di Stato in modo liberticida».
Giusti mette in moto il meccanismo dei diaconi che facciano lievitare nei territori le nuove vocazioni all’impegno politico. Qualcosa del genere fa anche il Papa: la Giornata mondiale dei poveri a novembre è «un ingranaggio che sopravviverà al pontefice», un po’ com’è avvenuto «con la Giornata mondiale della Gioventù istituita da papa Wojtyla». E Bergoglio, sottile come sa esserlo un gesuita, l’ha piazzata nel calendario liturgico esattamente prima della solennità di Cristo Re, che si presta al trionfalismo clericale...
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