Il Tirreno

Livorno

arte maltrattata

Piazza Attias, lo scultore Spagnoli: la mia A non è un gioco, qui manca il rispetto

di Cristiana Grasso
Piazza Attias, lo scultore Spagnoli: la mia A non è un gioco, qui manca il rispetto

Livorno, l'autore 88 anni odia darsi arie da artista ma gli dispiace vedere maltrattata l’opera d’arte che ha regalato alla città

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LIVORNO. Gli piace raccontare barzellette livornesi, fare giochi di parole con ossimoro e palindromo, spiazzare l’interlocutore con una battuta nel bel mezzo di un tedioso discorso sulla vocazione dell’arte o citare Henry Miller mentre si cazzeggia. Ecco perché da Renato Spagnoli, nato a Livorno il 28 dicembre del 1928, puoi aspettarti solo schiettezza e disincanto. Ha militato nel Pci, ha fatto il ferroviere, ha scoperto l’arte moderna negli anni ’60: «Avevo visto solo le barchette che facevamo qui, mi portarono alla Biennale di Venezia e rimasi folgorato».

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Non se la tira, dice che si considera meno di un autodidatta, «ecco sono solo un motodidatta». 88 anni di giovialità, la giacca da motociclista sul fisico asciutto, il piacere di raccontare la sua storia, storia di vita anche dura, «ho fatto i peggio lavori, anche lo scaricatore, i colleghi più robusti mi aiutavano, io ero mingherlino. Mi mandavano a pulire i cessi così non mi spezzavo la schiena. Erano di cuore, cuore livornese». Però puoi essere livornese fino alla punta dei capelli quanto vuoi, puoi non prenderti sul serio e odiare chi lo fa, ma l’ignoranza quella no, Renato Spagnoli non la sopporta. E secondo lui è per ignoranza, per mancanza di rispetto ed educazione che i bambini usano la sua “A” in piazza Attias come uno scivolo, che i genitori stanno a guardare, che i ragazzi ci vanno con lo skate e gli scemi ogni tanto la scarabocchiano.

Quindi liberiamo subito il campo dagli equivoci. Quella scultura non nasce per essere “fruita” fisicamente dal pubblico ma solo per essere guardata?

«Certamente. È un’opera d’arte oltretutto piuttosto facile da danneggiare. Come del resto in giro per il mondo ce ne sono a milioni. Spesso non vengono recintate ma la gente sa che l’arte si rispetta. È che Livorno è cambiata. Prima eravamo magari scanzonati, un po’ cialtroni. Ma ora la gente è diventata ignorante, prepotente, non c’è rispetto. E non solo verso quella “A” che io ho donato alla città».

Soffre vedendo bambini che si arrampicano, che ci saltano con lo skate?

«Mi dispiace molto. Io quella scultura l’ho fatta per la città. Abbiamo anche dovuto fare delle modifiche rispetto al progetto originale perché non avrebbe retto al vento. Insomma ci sono affezionato...».

E si arrabbia quando ci passa e vede certe scene?

«Mah, uno alla mia età non ha voglia di arrabbiarsi troppo. Poi certo non mi arrabbierei con i bambini ma con i genitori che non insegnano a distinguere il bene pubblico da quello privato, un’opera d’arte da un gioco. Diciamo che mi fa male vedere come si è ridotta la mia città, e non solo nel caso della scultura dell’Attias. Incuria, maleducazione. Non era così. Ci sono amici che tornano qui dopo anni di assenza e rimangono sconcertati, notano che tutto è più brutto più trasandato rispetto a dieci anni fa...».

Insomma cosa si può fare per evitare che la “A” venga deturpata e anche pericolosamente assaltata?

«Forse andrebbe recintata, che ne so. Ma non è consolante...».

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