Il Tirreno

Livorno

Braccio triturato nel tornio, salvato dall’amputazione

di Giulio Corsi
Braccio triturato nel tornio, salvato dall’amputazione

Livorno, dopo 8 ore di sala operatoria tre équipe di specialisti hanno ricostruito l’arto a un operaio. Lunedì 12 dicembre l’uomo muoveva la mano, così Livorno si conferma centro per traumatizzati

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LIVORNO. Otto ore per ricostruire un braccio. Otto ore che hanno cambiato la vita a un 66enne di Rosignano, che lunedì mattina, mentre era al lavoro a un tornio, è rimasto impigliato con un guanto nel macchinario che ha continuato a girare mangiandogli la mano, l'avambraccio, poi il braccio fino a triturargli completamente l'arto.

Come raccontiamo nell’articolo a fianco, i colleghi di lavoro hanno caricato l'uomo in auto e l'hanno portato al pronto soccorso di Cecina. Da lì un'ambulanza l'ha trasportato d'urgenza in viale Alfieri dove nel frattempo era stata allestita la sala operatoria e dove l'equipe ortopedica guidata da Antonio Augusti e quella di chirurgia vascolare guidata da Claudio Invernizzi hanno ricomposto osso per osso, tessuto per tessuto, il braccio dell'uomo. «Un tempo una situazione di questo tipo sarebbe terminata con un'amputazione», commenta Augusti.

Lunedì 12 dicembre invece, il paziente, ancora in rianimazione, ha accennato i primi movimenti della mano. «La vascolarizzazione sembra buona, siamo moderatamente ottimisti», aggiunge il primario di ortopedia. Non è un caso che nel pomeriggio l’uomo sia stato trasferito in reparto. E' il miracolo della scienza e della tecnica che si ripete ogni giorno, in silenzio, quasi mai raccontato, all'ospedale di Livorno, diventato un vero e proprio hub per i traumatizzati. Tanto per parlare con i numeri: dall'inizio del 2016 all'ortopedia di viale Alfieri sono state operate 1700 persone, di cui 1300 per fratture (le altre 400 per protesi). Ma la forza di questo hub nasce dalla sinergia di una serie di specialistiche mediche di alto livello che lavorano assieme: neurochirurgia, chirurgia, chirurgia vascolare, ortopedia per citare le quattro preponderanti.

Lunedì mattina il 66enne è entrato in sala operatoria poco prima delle 11 ed è uscito dopo le 18. Quasi otto ore di intervento durante le quali sono intervenuti intrecciandosi tra loro dieci medici. Prima sotto la direzione di Augusti hanno lavorato gli ortopedici Silvia Del Grande, Massimo Baroncini, Alessandro Baluganti col contributo di uno specializzando proveniente da Pisa, Fabio Celli. Poi è scesa in campo l'equipe di Invernizzi, formata dai chirurghi Parlato e Lo Schiavo, poi sono tornati gli ortopedici, sempre sotto l'attenta sorveglianza degli anestesisti che si sono succeduti, Federica Barsotti e Marco Meini. «Fondamentali, senza di loro non faremmo niente, ci consentono l’anestesia e la rianimazione», sottolinea Augusti, ripetendo un concetto a lui caro. L’intervento è stato delicato e molto complicato. Quando il paziente è arrivato, l’arto era a brandelli. «Completamente ischemico», ricorda Augusti. «Abbiamo ricostruito tutto».

Davanti a un’emergenza di questo livello, che ha tenuto impegnati quattro ortopedici e una sala operatoria tutto il giorno, lunedì sono saltati un po’ di schemi nel reparto e sono state rinviati alcuni interventi, anche fratture, infrangendo una delle regole auree del primario di ortopedia: «Le fratture si fanno subito ma senza modificare la programmazione». Stavolta però l’urgenza era decisamente complicata ma dopo 8 ore la soddisfazione per aver salvato il braccio a un uomo non ha impedito all’equipe di operare uno dei due ragazzi caduti dal tetto sabato. Oggi toccherà all’altro, quello più grave.

 

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