Il Tirreno

Livorno

L'antico acquedotto da Colognole a Livorno, un monumento lungo 18 chilometri

Mauro Zucchelli
L'antico acquedotto da Colognole a Livorno, un monumento lungo 18 chilometri

Dai boschi di Colognole a Livorno lungo la via dell’acqua: un videodocumentario di Luciano De Nigris dedicato all’acquedotto ottocentesco leopoldino, che ora si cerca di salvare dal degrado e dal rischio dell’oblio

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COLOGNOLE. Assomiglia alla cupola del Pantheon tagliata a metà ed è «il più riuscito tentativo, in Italia, se non in tutta Europa, di realizzare i sogni dei visionari francesi». Non è un depliant dell'ente del turismo bensì il giudizio di David Watkin e Robin Middleton, l'uno docente a Cambridge e l'altro con la Columbia University sul biglietto da visita, a “disegnare” il Cisternone come «un’opera degna del Ledoux di Arc-et-Senans», capolavoro dell'architettura rivoluzionaria. Eppure oggi, sotto il naso di chiunque metta piede nel centro di Livorno, è sotto l'assedio del traffico: fra clacson, auto, semafori e chissà cos'altro. E, a dar retta all’ironia beffarda dei livornesi, altro non è se non il “Conchiglione”.

Compie due secoli tondi tondi l'acquedotto leopoldino ma, a distanza di così tanto tempo, il Cisternone è «ancora il cuore pulsante del sistema idrico che alimenta una città da oltre 150mila abitanti», come ricorda Mirko Brilli, dirigente dell'Asa, l'azienda che gestisce l'acquedotto labronico.

LA GRANDE SETE. Da poco più di un secolo, in realtà, alla grande sete di Livorno si risponde approvvigionando la città di acqua potabile che il campo pozzi di Filettole prende dal paleoalveo e dalla falda di subalveo del Serchio: ci aveva pensato ai primi del Novecento Guido Donegani nelle vesti di assessore ai lavori pubblici nella “sua” Livorno, prima di diventare uno degli uomini-chiave dell’economia italiana negli anni del fascismo, al vertice prima della Montecatini e poi della Banca Commerciale.

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Ma, che l’acqua arrivi da Colognole o da Filettole, quel maxi-serbatoio d’acqua potabile nel cuore della città che è il Cisternone lo troviamo lì. Enorme eppure “invisibile” agli occhi : tranne quelli di Vittorio De Sica, che nel ’62 nella finzione da cinema lo trasformò in teatro berlinese nella Germania hitleriana in “I sequestrati di Altona”, film e teatro con sceneggiatura a firma Jean Paul Sartre.
Però la “Gran Conserva d’Acqua” è solo un tassello dell’acquedotto leopoldino, che comunque ora non è del tutto in disarmo: rifornisce di acqua le Parrane, San Giusto l’una e San Martino l’altra, oltre che la Valle Benedetta, tre piccoli borghi sulle colline alle spalle di Livorno.

ACQUA, NON SOLO MARE. Livorno è città d’acqua: con il mare che significa porto ma vuol dire anche i magnifici fondali di corallo davanti alla scogliera del Romito; con i canali medicei che ne fanno un “unicum” infilandosi nel cuore antico della Venezia. Ora la si sta riscoprendo anche come città d’acqua di altro segno: si pensi alla mobilitazione per “resuscitare” le ex terme liberty del Corallo, che ha portato alla riscoperta delle sorgenti di alcune delle cinque acque termali di inizio Novecento. Non potrebbe essere l’antico acquedotto la scusa buona per scoprire la natura a un passo dalla città?

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La domanda resta lì, certo che hanno gran fascino le architetture classicheggianti che una stirpe di architetti, da Giuseppe Salvetti fino a Pasquale Poccianti, ha disseminato fra poggi, boschi e declivi a caccia di polle d’acqua. Ne ha “imbrigliate” in mezzo alla boscaglia, confezionando per ciascuna “presa” una architettura a sé e un reticolo di collettori che hanno il singolare pregio di entrare nel paesaggio senza apparire uno schiaffo o uno sfregio. Anche se stiamo parlando di 18 chilometri di condutture, buona parte delle quali con grandi ponti, talvolta a doppia arcata.

IN CAMPO I VOLONTARI. È proprio per salvare queste architetture ottocentesche sparpagliate nel bosco di Colognole che si è messa in gioco l’associazione Salviamo il Salvabile. Il degrado non nasce dalla minaccia di qualche azione aggressiva da parte della presenza umana: al contrario – raccontano i volontari dell’associazione guidata da Angela Sagona – l’origine è semmai la mancanza di interventi di manutenzione. Ecco che, uno per uno, vengono indicati i casi in cui un rametto, dopo essersi infilato fra le pietre, è diventato un grosso tronco e sta schiantando qui un muretto, là la chiave di volta che regge un’arcata intera. Una ha già ceduto.

Quanto tempo è passato da quando il tracciato lungo le colline livornesi era presidiato dai custodi: come ricorda Marisa Giacomelli, «le nostre famiglie abitavano in qualcosa di simile a case cantoniere». Avio Matteucci e Giulio Lucchetti, anziani abitanti della zona, tornano indietro con la memoria: l’uno a quando «nessuno aveva l’acqua in casa e andavamo a prenderla col secchio»; l’altro a quando «il nonno mi portava a ispezionare le gallerie».

LE "STRADE" DEL "POPOLO DELLE COLLINE". Dovevano preoccuparsi di sorvegliare che tutto filasse liscio, intervenendo per tempo quando c’era da sistemare qualche guaio. Le condutture, a sezione in genere quadrata o comunque rettangolare, servivano anche come “strade” per il “popolo delle colline”: chi soffriva di vertigini passava sotto le arcate, i più spavaldi invece sopra. Inutile dire che spuntavano anche prove di ardimento come passare in bici sul camminamento al di sopra delle arcate...

Tutto era nato per dare da bere a una realtà urbana che, come sottolinea lo storico Michele Montanelli, «dalla prima metà del Seicento fino a quasi quarant’anni fa è stata per numero di abitanti la seconda città della Toscana»: i 18mila abitanti di fine Seicento diventano tre volte tanto nel giro di un secolo. E non c’era da dar acqua solo ai residenti, era uno dei principali fabbisogni del porto perché bisognava garantire il rifornimento di acqua potabile alle navi.

DALLE POLLE DEL LIMONE. A tutta questa domanda di acqua potabile si era dato risposta con l’acquedotto seicentesco – sulle orme di un antico impianto di età romana – che portava in città quel che riusciva a tirar fuori dalle polle del Limone, sulle prime colline a est. Ma quando cresce la popolazione da servire crescono anche i guai: a cominciare dall’inadeguatezza della quantità di acqua disponibile (le condutture ne perdevano per strada più di metà così che ciascun livornese poteva contare «solo su un fiasco di acqua potabile al giorno»). Senza contare che la rilevante presenza di impurità e incrostazioni esigeva costose manutenzioni. Il fragile equilibrio esplode quando nel 1762 tremila persone muoiono per le febbri e la colpa viene data all’acquedotto.

Ci si potrebbe addentrare a analizzare: 1) gli intoppi che comporta il susseguirsi di passaggi di regime fra Medici, Lorena, Napoleone, regno d’Etruria e restaurazione granducale; 2) il curioso antesignano del project financing pubblico-privato che viene proposto da un gruppo di imprenditori nel 1804 scontrandosi però con l’altolà di Pietro Paoli che si batte per l’acqua pubblica; 3) le conseguenze che sul progetto del Cisternone ha la presenza di una polla d’acqua che a sorpresa salta fuori proprio lì dove dovrebbe sorgere il maxi-serbatoio dell’acqua.
Non vi sembra di esser precipitati in un classico impasse nell’appalto di un’opera pubblica di oggi? Non basta. L’acquedotto leopoldino viene inaugurato nel 1816 facendo arrivare l’acqua nella zona della Pina d’Oro ma rimandando ai decenni successivi la realizzazione dei grandi serbatoi urbani come il Cisternone (che entrerà in funzione nel 1842). Solo che in mezzo cambia tutto.

CISTERNE QUASI GEMELLE. All’ingresso nella zona cinta dalle mura era stato previsto come “gemello” un altro serbatoio, il Cisternino: all’inizio dell’attuale via Grande. Ma nel frattempo il granduca decide di rompere la delimitazione delle mura e far espandere la città verso est. Però il perimetro non è fatto soltanto di mura: anche dal Fosso reale mediceo. Risultato: in quegli anni si decide di far nascere un ponte talmente grande che tutti lo credono una piazza. È la piazza della politica: prima intitolata ai granduchi, poi al re sabaudo Carlo Alberto, infine alla Repubblica. È la piazza del discorso del Duce nel ’30, del comizio di Enrico Berlinguer e Santiago Carrillo che nel ’75 fa nascere l’eurocomunismo, della messa di papa Wojtyla sei anni più tardi con le torri-faro dei portuali comunisti.

Una piazza-ponte che non esisteva quando l’architetto Pasquale Poccianti ha progettato l’acquedotto. Progetto cambiato in extremis, e il Cisternino di città resta senza un goccio d’acqua fin dall’inizio. Diventerà la casa della Cultura con l’assessore Silvano Filippelli , poi nemmeno più quello: una “cattedrale dell’acqua” senza acqua e senza nulla.

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di Redazione web