La protesta
Parla Igor Protti: "È un Livorno che sento mio"
Dopo un lungo silenzio, Protti si apre su ogni tema, dalla squadra al futuro. «Per tornare in B serve un progetto: siamo partiti da zero ma stiamo crescendo»
LIVORNO. Silenzio, parla Igor Protti. Sono passati più di cinque mesi dal suo ritorno, dai brividi di quel pomeriggio di fine giugno, e lui ha pensato solo e soltanto a lavorare. Poche parole, ma una presenza costante al fianco della squadra e la responsabilità di costruire un gruppo compatto, una mentalità forte e un atteggiamento rispettoso verso la città. Insomma, tutto quello che la scorsa stagione non c’era e che stiamo ancora pagando.
Adesso stanno cadendo i primi frutti dall’albero di questa Lega Pro e il club manager – ok, l’etichetta conta fino a un certo punto, Protti è Protti – ha deciso di intervenire per chiarire alcuni punti, sottolineando che «la crescita è sotto gli occhi di tutti ma non dobbiamo abbassare la guardia».
Qualche leone da tastiera, soprattutto a ottobre, si è chiesto cosa stesse facendo Protti nel Livorno…
«Questo mi sorprende. Siamo partiti male, ma l’allenatore non è stato mandato via e già questo spiega molto del mio lavoro. Poi io sono qui per questo simbolo (si gira e indica il logo del Livorno sul cartellone pubblicitario nell’aula del centro Coni, ndr) e sono orgoglioso di rappresentarlo. Ho accettato questo incarico per due anni e se la società reputerà inutile il mio lavoro, allora prenderà delle decisioni. Ma nessun commento sui social potrà mai cambiare il mio amore verso Livorno e il Livorno».
Restando sul tecnico, lasciar lavorare Foscarini in serenità è stata una mossa decisiva per la svolta. È d’accordo?
«Completamente d’accordo. La scorsa stagione ci sono stati quattro cambi in panchina e la squadra è retrocessa, ma forse qualcuno non ha ancora capito la lezione. Anche quest’anno c’era chi cercava il capro espiatorio nell'allenatore, ma le persone intorno sono cambiate. Qui si vince e si perde tutti insieme, Foscarini è il grande protagonista del nostro cambio di marcia».
E il vostro legame, compresi gli abbracci in panchina dopo ogni vittoria, testimoniano una sintonia totale.
«Certo, ci conosciamo da tantissimi anni e c'è un bel rapporto. Ci sentiamo coinvolti al 100% in questo progetto: per me le nostre fortune passano da Claudio, per lui sono importante anch’io».
Rewind: si aspettava tutte le difficoltà dei primi due mesi di campionato?
«Sapevo di trovare macerie, ma ovviamente gli infortuni hanno rallentato i nostri piani. All’inizio, viste le due retrocessioni delle ultime tre stagioni, c’era più paura di perdere che voglia di vincere. E questo, pur inconsciamente, ha influito».
Poi cos’è cambiato?
«L’atteggiamento nella partita di Coppa Italia con la Carrarese ci ha fatto imbestialire: a quel punto abbiamo messo i giocatori di fronte alle loro responsabilità e lì hanno capito che dipendeva solo da loro. Sì, in quel momento è scattato qualcosa. E la risposta è arrivata col Prato».
In cosa è cresciuta di più la squadra?
«In atteggiamento, mentalità e voglia. Nel gruppo sono uscite personalità forti e stiamo giocando con quello spirito che i livornesi pretendono».
Ma ora arrivano due sfide più toste rispetto alle ultime: Piacenza in casa e Cremonese fuori.
«Il Piacenza ha un rendimento esterno importante, mentre la Cremonese la conosciamo tutti. Queste due partite ci daranno ulteriori indicazioni, ma conterà soprattutto l’atteggiamento: non vogliamo passi indietro».
Atteggiamento, prestazione e anche punti obbligatori, no? Altrimenti le prime due scappano ancora di più…
«Calma, qui bisogna fermarci un attimo. Il nostro obiettivo è la serie B e vogliamo raggiungerlo nel minor tempo possibile. L’ultima volta ci abbiamo messo trent’anni, ora sarei contento anche dopo due. Sia chiaro, ci proveremo anche quest’anno a salire, ma non dimentichiamoci che siamo partiti da 0 e che per la promozione, in un’ipotetica scala di crescita, bisogna arrivare a 10. Se non ci riusciremo in questa stagione, ci riproveremo nella prossima con il vantaggio di iniziare da 5 o 6».
Messa così, sembra una stagione di transizione.
«No, una stagione di costruzione dopo i danni del recente passato. Adesso non ha senso guardare l’Alessandria, ma non ha senso guardare proprio la classifica. Ai playoff, se li raggiungeremo, ci giocheremo tutte le nostre carte».
Anche il pubblico sta dando il suo contributo.
«Il mio ringraziamento alla tifoseria è enorme. L’entusiasmo visto anche col Tuttocuoio non era così scontato, mi sono davvero emozionato».
Passiamo ai singoli: Gasbarro e Gonnelli sono due certezze.
«E due ragazzi seri. Faranno una grande carriera, l’importante è non montarsi la testa neanche dopo queste parole (sorride, ndr)».
A centrocampo servirebbero due Jelenic…
«Forse è vero. Poterlo schierare sia in mezzo che sulla fascia è un bel vantaggio».
Cellini, per professionalità e caratteristiche, a qualcuno ricorda proprio lei.
«Lui è la dimostrazione che i valori di una volta ci sono ancora. Ad Alessandria si fece male a una caviglia e il giorno dopo era il doppio dell’altra, ma in attacco eravamo in emergenza e pochi giorni dopo giocò comunque. Ecco, lo portai come esempio a tutta la squadra».
Quali sono i piani per il mercato di gennaio?
«Abbiamo un ds (Ceravolo, ndr) e sarà lui a occuparsi di questo. La sessione invernale è sempre la più difficile, ma faremo il possibile per rinforzare la squadra. Partenze? Qualcuno potrà andare via, ma per ora nessuno ha chiesto la cessione».
Dalla squadra alla società: si sente l’assenza di Spinelli?
«Tutto può essere migliorato, ma io sono abituato a guardare il bicchiere mezzo pieno. Spinelli non lo sento da un mese e mezzo, non sta a me dirgli di venire».
Ma è la volta buona per la cessione della società?
«Non lo so, ormai sento questa storia da una quindicina di anni…».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

